Home Cinema

I miei anni più belli

Gabriele Muccino scrive per 'Rolling Stone': il regista romano racconta in prima persona il suo ultimo film 'Gli anni più belli'. Tra musica, politica e ricordi di una generazione

Kim Rossi Stuart, Gabriele Muccino e Micaela Ramazzotti sul set degli 'Anni più belli'

Siamo su Rolling Stone, quindi partiamo dalla musica. Perché così inizia Gli anni più belli. Dopo otto secondi, parte subito Just an Illusion degli Imagination, nella scena ambientata al Piper, il vero Piper di Roma. Raccontare quarant’anni di Storia italiana vuol dire raccontare anche quarant’anni di storia della musica. E io, in questo film, ho voluto usare le canzoni proprio come grande elemento collettivo, evocativo, suggestivo. Di quei pezzi, gli attori che interpretano i protagonisti da adolescenti non avevano nessuna memoria. Gli ho dovuto insegnare a ballare come si ballava allora, gli ho dovuto spiegare che cos’era Il rock di Capitan Uncino.

Poi, via via che i personaggi crescevano, ho iniziato a mettere musiche che gli attori più grandi conoscevano, come i Simple Minds di Don’t You (Forget About Me). L’iconicità delle canzoni procede fino agli anni 2000, poi è come vederla rarefarsi, perché così è successo davvero. Dopo gli anni ’90, i brani sono rimasti molto meno ancorati all’immaginario di tutti, non sono stati più come quelle dei decenni prima, che hanno creato il nostro vissuto.

In questa funzione evocativa e suggestiva è nato pure il pezzo di Claudio Baglioni. Quando l’ho sentito la prima volta, gli ho chiesto se non l’avesse dimenticato in un vecchio dizionario di latino. Sembra davvero uscito fuori da quegli anni. Il titolo viene da una lista che gli ho proposto, lui ha scelto Gli anni più belli, che poi è diventato anche il titolo del film. Poi, dopo aver visto il film, ha scritto il testo della canzone.



Baglioni, fra tutti, è davvero il collante dell’epoca che ho voluto raccontare. Negli anni ’70 e ’80 era il più ascoltato e cantato, ma anche il più ipocritamente nascosto. Ci si vergognava a dire che si amava Baglioni, perché eravamo schiacciati dalle ideologie, dagli scontri di piazza che vedevano coinvolti il Fronte Nazionale come Lotta Continua, e tutti i derivati di quelli che erano stati i valori dei nostri padri. Che fossero repubblichini o partigiani, di destra o di sinistra, faceva poca differenza. Abbiamo raccolto l’eredità di un Paese che si è dovuto ricostruire su tante macerie, tra cui quelle di una guerra civile fondata su valori ideologici ingombranti per chiunque. Ascoltare un certo tipo di musica voleva dire appartenere a un gruppo, etichettarsi socialmente.

Io Baglioni lo ascoltavo, e parecchio, ma non rientrava nelle scelte musicali “giuste”. Perché, dicevano, era un qualunquista. Perché era apolitico, e in quegli anni la politica era la via maestra, la strada da seguire. Era pop, e tutta la cultura e l’arte pop, dopo il trionfo degli anni dai ’50 ai ’70, subì una battuta d’arresto. Non ultimo, il cinema.

Ci siamo vergognati di un sacco di cose. Ci siamo raccontati tutte queste bugie ed è nata una generazione schiacciata tra i padri che avevano fatto la Storia e i figli che, oggi, abbandonano il mondo analogico. Noi abbiamo vissuto ogni forma di comunicazione in modo molto fisico: senza la parola, non si esisteva. Oggi s’è creato un surrogato digitale che evita la dialettica, il mettersi in gioco con la faccia.

Gabriele Muccino, Claudio Santamaria e Micaela Ramazzotti sul set

Gli anni più belli è profondamente radicato in quel mondo analogico. Il primo telefonino ce l’ha Favino durante Mani Pulite, ma solo perché faceva l’avvocato, averne uno ti rendeva rispettabile. Io il mio primo cellulare l’ho avuto nel ’98-’99, il primo smartphone nel 2006. Il mio primo film americano (La ricerca della felicità, ndr) l’ho girato che avevo ancora un telefonino con cui potevo mandare giusto gli sms.

È così che abbiamo vissuto quasi tutta la nostra esistenza: la stessa che si vede nel film. È molto difficile da comprendere, da parte dei nostri figli. E, da parte di noi che oggi siamo padri, è difficile comprendere cosa pensano i nostri figli, come vivono. Hanno un approccio al digitale che li rende, antropologicamente, molto più veloci. Non so quali saranno le conseguenze. L’uomo non ha mai avuto forme di comunicazione così contratte e sintetiche. In meno di quindici anni, abbiamo sovvertito le regole di un’evoluzione che andava avanti, tranquillamente, da un paio di milioni di anni. Io credo che, prima o poi, si ritroverà quella voglia, anche fisica, di stare insieme. Oppure chi lo sa. Certo è che verranno altri anni. E saranno belli pure quelli.

Leggi anche