Gli effetti di Timothée Chalamet (e di ‘Dune’) su Venezia 78 | Rolling Stone Italia

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Gli effetti di Timothée Chalamet (e di ‘Dune’) su Venezia 78

La folla adorante (a dispetto dei protocolli anti-Covid), le dichiarazioni ‘simpa’ di fronte ai giornalisti, la foto più bella della Mostra. E poi la domanda che tutti si fanno da un anno: alla fine, com’è il film più atteso della stagione? Noi l’abbiamo visto e vi rispondiamo

Timothée Chalamet a Venezia 78

Foto: Pascal Le Segretain/Getty Images

King del red carpet

«Peccato ci siano ancora le misure anti-Covid», ha sospirato Timothée prima di entrare in sala per la première globale di Dune di Denis Villeneuve, fuori concorso a Venezia 78. Ovvero: niente più transenne con i fan assiepati davanti al Palazzo del cinema in attesa delle star e degli autografi, ma un muro invalicabile che evita gli assembramenti. O meglio, dovrebbe evitarli: la folla di “chalamaniaci” c’era eccome, accalcata e accaldata dietro la barriera o infilata in ogni angolino da cui si potesse vedere anche solo un lustrino (il look era un Haider Ackermann sbrilluccicante) dell’idolo in questione. Che si è generosamente “dato”: è salito sulla postazione dei fotografi per salutare il pubblico adorante in modalità Evita Perón (don’t cry for me, baccalà alla vicentina), e all’ingresso del Palazzo è riuscito pure a firmare qualche autografo infrangendo tutti i protocolli (essendo le firme pochissime, consigliamo di rivenderle su eBay quanto prima). Il king del tappeto rosso, e ci dispiace per gli altri.

Shall We Dance?

Il kolossal più atteso della stagione (anzi, di due stagioni, citofonare sempre: Pandemia) era il vero tema della conferenza stampa. Ma persino il concettualissimo Villeneuve ha dovuto cedere all’irresistibile Chalamet, che con poche battute ha rubato la scena (e riportato tutti da Arrakis al pianeta Terra). «Spero tanto ci sia un sequel», ha dichiarato dopo che il sottotitolo “part one” (e vari indizi nel film) aveva già svelato agli spettatori del Lido che evidentemente non è finita qua. E ai giornalisti ha raccontato che una delle cose che gli restano dell’esperienza sul set è il “balletto” (messo a punto col coreografo, nonché Mr. Natalie Portman, Benjamin Millepied) che serve per spostarsi nel deserto spaziale senza rischiare la vita: «Spero arrivi su TikTok». A quel punto, pure il regista si è lasciato andare al cazzeggio: «La cosa più difficile di Dune? Domare i capelli di Timothée: vivono di vita propria».

Le cronache da Instagram

 

 
 
 
 
 
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Altro tratto caratteristico di TC (marchio registrato) è l’adorabile weirdness. Pure social: vedere il suo profilo Instagram a testimonianza. A dispetto di colleghi wannabe influencer o troppo compassati, lui posta tutto quello che vuole o che lo diverte. Per dire: l’arrivo all’imbarcadero dell’Excelsior per il red carpet è raccontato con una foto più istituzionale featuring Denis Villeneuve e Rebecca Ferguson (vedi sopra), ma accanto c’è la versione “alternativa” di un trasferimento in laguna e, soprattutto, una story tenerissima: quella con “papà” (nel film) Oscar Isaac, che lo abbraccia in una posa non certo da photocall (vedi sotto). Si capisce che non c’è nessun social media manager: e va benissimo così.

E allora, com’è ‘sto Dune?

Il film che fa giustizia al romanzo cult di Frank Herbert (e riscatta lo scult di David Lynch dell’84)? Sì, ma forse dobbiamo aspettare ancora un po’ per dirlo definitivamente, visto che – come dicevamo sopra – la seconda parte è in pending. E questo è parte del problema: quando (dopo quasi tre ore: decisamente troppo) il gioco si fa davvero interessante, veniamo rimandati ai capitoli successivi. Indubbiamente Villeneuve è uno dei più grandi registi sci-fi (se non il più grande: scusaci, Nolan), e nessuno come lui sa architettare mondi immediatamente iconografici e action-sequenze che sono al contempo classiche e ultracontemporanee. Quello che a volte gli manca (e che manca a Dune) è un po’ di calore: il copione allunga il brodo in più di un passaggio a scapito delle emozioni, e non sapremo ancora per quanto. La scelta di Timothée, però, è incontestabile: aristocratico ma, appunto, weird (come lo era in fondo il romanzo di partenza, un’eco-allegoria che parla anche del nostro pianeta in eterna crisi ambientale), alieno ma vulnerabile, cool ma mai distante. Il resto del cast è altrettanto stellare e centrato (il citato Oscar Isaac, Josh Brolin, Javier Bardem, Stellan Skarsgård, Jason Momoa, Rebecca Ferguson, Charlotte Rampling), ma in alcuni casi – a partire dalla “principessa del deserto” Zendaya – sfruttato ancora molto poco. To be continued…

La foto migliore di Venezia 78 è già la sua

Guadate il suo arrivo (in piedi!) sul motoscafo qua sotto per credere. Sono il re del mondo! (cit.)

Foto: John Phillips/Getty Images