‘Dune’: perché sì, perché no | Rolling Stone Italia
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‘Dune’: perché sì, perché no

Arriva nelle sale, dopo l’anteprima a Venezia 78, il film più atteso della stagione. L’autore Denis Villeneuve (e il suo immaginario sci-fi), il protagonista Timothée Chalamet, il rapporto col romanzo di Frank Herbert: la nostra guida ai pro e contro di questo evento globale

Timothée Chalamet in ‘Dune’ di Denis Villeneuve

Foto: Warner Bros.

Perché sì: La creazione di un immaginario

Ci aveva provato Jodorowsky a metà anni ’70, a rendere cinematografico Dune anche (e soprattutto) nel budget, starring (idealmente) Orson Welles, Mick Jagger, Salvador Dalí e i Pink Floyd alla colonna sonora (non perdete il doc che ne racconta il viaggio produttivo). Ovviamente nulla di fatto, adatterà il romanzo David Lynch una decina di anni dopo, ma sarà così flop da diventare scult. Entering Denis Villeneuve, ovvero probabilmente il miglior regista contemporaneo di sci-fi su piazza (vedere Arrival e Blade Runner 2049, sorry Nolan), che dalle pagine del romanzo di Herbert tira fuori un immaginario impressionante. Di più, crea un universo visivo talmente maestoso e immersivo da farti sentire la sabbia di Arrakis in faccia e da pensare che, uscito dal cinema, dovrai camminare “pattinando” come Timothée Chalamet per non rischiare di imbatterti nei Vermi delle Sabbie nel parcheggio. «Il mio team ed io abbiamo dedicato più di tre anni della nostra vita a renderlo un’esperienza unica», ha detto Villeneuve. «Quando guardi questo film sul grande schermo, è un’esperienza fisica. Abbiamo cercato di progettarlo per essere il più coinvolgente possibile». Courtesy anche dei 165 milioni messi in campo per la produzione. Dune è un evento di cui il cinema ha profondamente bisogno, e il regista ha la capacità di renderlo epico. Come però scrive Owen Gleiberman su Variety: «Un grande sci-fi è un film in cui la costruzione del mondo è fantastica, ma non più essenziale della narrazione».

Perché no: Il ritmo narrativo

A fronte di tale capacità di mezzi e forme visive, una domanda sorge come quegli stessi vermoni dal deserto: la narrazione è all’altezza? Sì, no, nì. Il genio immaginifico di Villeneuve non sempre è sostenuto da uno storytelling adeguato, o meglio: da un impianto “romanzesco” che sappia appassionarti davvero. E così, nelle mani dell’autore forse più impegnato ad architettare il suo universo monumentale e ineccepibile, il libro di Herbert diviso in due (?) parti – vedi qualche capitolo più avanti – si rivela più esile di quanto non sia nella realtà, talvolta ridotto a un copione facile facile che non sempre giustifica la straordinaria epica della messa in scena. Che, a sua volta, finisce per rivelare la fragilità di una sceneggiatura (firmata da Villeneuve con i pur specialisti Eric Roth e Jon Spaihts) tratta da una storia molto più densa di quel che appare sullo schermo.

Perché sì: Timothée, who else?

Timothée Chalamet è Paul Atreides. Foto: Warner Bros.

«Timothée Chalamet è stata la mia scelta sin dall’inizio. C’era solo un Paul Atreides sulla Terra in questo momento per me, un solo nome sulla lista». Per costruire una mitologia, bisogna prima di tutto azzeccarne l’alfiere. E Villeneuve lo sa benissimo. «L’ho voluto per diversi motivi. Prima di tutto, è un attore fenomenale, ha molta profondità, è molto maturo per la sua età perché Paul Atreides è un’anima antica in un corpo giovane, come Timothée». Ma c’è di più: «Ha caratteristiche che mi ricordano le star della vecchia Hollywood, quel carisma folle, e ne avevo bisogno per Paul, che a un certo punto avrà bisogno di diventare un leader. Timothée è una rockstar». E Chalamet è perfetto nella parte dell’adolescente idealista e nobile, quasi un novello Piccolo Principe dai capelli scuri: aristocratico ma, appunto, weird (come lo era in fondo il romanzo di partenza, un’eco-allegoria che parla anche del nostro pianeta in eterna crisi ambientale), alieno ma vulnerabile, cool ma mai distante. Chalamet era arrivato al punto di impostare un Google sul suo telefono per Dune in modo da poter monitorare il progetto dopo la notizia che lo avrebbe diretto Villeneuve. Insomma, un match made in heaven, che ha avuto pure la benedizione del Paul di Lynch, Kyle MacLachlan.

Perché no: Gli altri personaggi

Da sinistra: Rebecca Ferguson, Zendaya, Javier Bardem e Timothée Chalamet. Foto: Warner Bros.

Se Chalamet si (ri)conferma una scelta perfetta, le altre non sono da meno: ma solo sulla carta. Quasi tutti i personaggi, difatti, restano vittime di un vero e proprio sottoutilizzo, forse in vista della futura Part Two. L’iconografia da principessa del deserto di Zendaya è immediatamente efficace e cool, ma per apprezzare davvero la neodiva dello scenario cine-televisivo globale dovremo aspettare: qui di fatto non compare, se non in proiezione futura (anche letteralmente). E così tutti gli altri: Oscar Isaac non è il carattere sfumato che vorrebbe essere, Josh Brolin resta poco più di un’apparizione, Jason Momoa non si discosta dal suo solito cliché di belloccio action, per Javier Bardem toccherà sempre aspettare i capitoli venturi, Charlotte Rampling pare quasi irriconoscibile, nascosta da un velo nero simil-Kim Kardashian all’ultimo Met Gala. Il personaggio più ricco, oltre a Paul/Timothée, è quello della madre interpretata da Rebecca Ferguson, che però pecca di freddezza. Alla fine, il migliore è il cattivo di Stellan Skarsgård, perfettamente a fuoco anche visivamente. Ma ci fermiamo qua o tocca spoilerare…

Perché sì: Il rapporto con il romanzo originale

Il più grande miracolo di Villeneuve è quello di essere riuscito ad adattare per lo schermo qualcosa che è sempre stato considerato “impossibile da filmare”, vedi la versione di Lynch, praticamente incomprensibile a chi non avesse familiarità con il romanzo di culto. La nuova versione di Dune, invece, rende accessibile l’universo creato da Frank Herbert a chi non lo conosce (certo, avere in mente termini e casate comunque aiuta): la sceneggiatura fa un ottimo lavoro nello spiegare come funziona quel mondo, e molte delle informazioni vengono imparate dai personaggi stessi insieme al pubblico, che si sente così parte di un universo vissuto. Allo stesso modo, l’interpretazione by Villeneuve del materiale di partenza è più che all’altezza del livello di maturità e complessità della scrittura di Herbert. E cerca anche di onorarne lo spirito e di soddisfare i fan di lunga data che vogliono vedere le loro scene o personaggi preferiti prendere vita.

Perché no: L’effetto serie tv

È colpa delle serie se ormai i film devono avere sempre durate monstre? Di una narrazione che non sempre è all’altezza abbiamo già detto, ma certo anche la durata non aiuta: 155 minuti (che però sembrano pure di più) non del tutto giustificati, rispetto ad azione e sviluppo della trama. Sul fronte “è nato prima l’uovo o la gallina?” (tradotto: “è colpa delle serie se il cinema è cambiato o è il cinema ad aver cambiato la serialità da piccolo schermo?”) ci si mette anche la natura espressamente episodica del progetto di Villeneuve: l’azione principale si svolge in un futuro che è solo anticipato, e per cui bisognerà aspettare le prossime puntate. Esattamente come in un titolo per tv o piattaforme. E anche i tanti (troppi) cliffhanger verso fatti, luoghi e personaggi (soprattutto la Chani di Zendaya, come si diceva) rimandano a un linguaggio che assomiglia di più a quello seriale. Niente di male, ma se è vero che questo Dune è un evento al cinema – e lo è assolutamente – avremmo apprezzato una maggiore compiutezza filmica, e non l’effetto “to be continued…” da binge-watching sul divano.