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‘Buio’: la favola femminista che ha predetto (senza volerlo) la quarantena

Le protagoniste vivono segregate tra le mura di casa, seguono lezioni di aerobica in video, indossano mascherine, inscenano picnic all’aperto e gite al lago: vi ricorda qualcosa?

Denise Tantucci in 'Buio'

Stella, 17 anni, vive con le due sorelle più piccole, Luce e Aria, in una casa con le finestre sbarrate. Il padre ha spiegato alle figlie che il sole è malato e che non possono uscire, pena la morte: ogni sera rientra a casa, si sfila maschera antigas e tuta termica, porta il cibo e dà aggiornamenti sull’Apocalisse in corso, che continua a decimare l’umanità e in particolare le donne. È la trama di Buio, primo lungometraggio di Emanuela Rossi, già regista della serie tv Non uccidere (Rai 3), presentato lo scorso settembre alla Festa del Cinema di Roma e distribuito online su MyMovies.it dal 7 maggio grazie al coinvolgimento dei cinema, che potranno invitare il pubblico alla visione video on demand attraverso le proprie mailing list. Un film noir indipendente che non ha nulla a che vedere con la pandemia che stiamo vivendo, ma talmente ricco di suggestioni che lo legano all’attualità di questi giorni da lasciare impressionati. Le protagoniste sono segregate tra le mura di casa, seguono lezioni di aerobica in video, indossano mascherine, inscenano picnic all’aperto e gite al lago: vi ricorda qualcosa? Guardarlo è come assistere a una quarantena forzata portata all’estremo.

«Mi definiscono veggente!», scherza Rossi, che in realtà si è inventata tutto. O quasi, dato che a spingerla a scrivere la sceneggiatura è stata «una forte preoccupazione per i cambiamenti climatici»: «Da qualche anno avverto un senso di oppressione rispetto a quel che sta succedendo al pianeta», dice la regista. «L’estate scorsa, durante alcune giornate terribilmente calde, ho temuto sul serio potesse accadere qualcosa di grave. In più sull’argomento ho letto un saggio molto interessante, La grande cecità, che affronta il tema della rimozione delle problematiche ambientali da parte della società: il soggetto del film nasce in parte da questa lettura». C’è dell’altro, naturalmente. Buio è la storia di un padre patologicamente invischiato in un passato che non c’è più, che instaura con le figlie un rapporto malato, disfunzionale, incentrato sull’idea di possesso. «Il tema della famiglia claustrofobica mi appartiene da sempre, affiorava anche nel mio primo cortometraggio, Il bambino di Carla», spiega Rossi. «Vengo da una famiglia marchigiana normalissima, ma con una mentalità tradizionale cui mi sono opposta sin da piccola. Mio padre era uno di quei genitori che dicono “fai come ti pare, però poi ti faccio vedere”, l’ambizione personale era esclusa, da me ci si aspettava che mi sposassi e poco altro, avvertivo una repressione che mi spingeva a pianificare fughe poi concretizzatesi quando sono andata a studiare al Dams di Bologna».

Questo l’aspetto autobiografico, dopodiché il lungometraggio prodotto da Courier Film si nutre di una poetica che rimanda a Dente di cane di Yorgos Lanthimos, in bilico tra il Garrone di Primo amore e The Others di Alejandro Amenábar. Il risultato è un’opera di genere che supera i generi, ben sorretta dall’ottima fotografia di Marco Graziaplena, già al fianco del regista Palma d’Oro Abdellatif Kechiche. «Abbiamo girato a Collegno, vicino a Torino, in una villa isolata, ma da cui si raggiunge facilmente un centro commerciale». È lì che Stella, la protagonista, approda non appena riesce a uscire di casa: una sera il padre non torna e lei decide di andare a caccia di qualcosa da mangiare. Ed è a questo punto che lo spettatore si ritrova di fronte al paradosso di tifare per lei nonostante lo scenario che la attende appaia profondamente distopico. «Dovremmo chiarire cos’è il male nel film», continua la regista. «Per il padre sono i centri commercial e i fast-food, per Stella quei luoghi rappresentano la libertà. Quindi dittatura da una parte e globalizzazione e consumismo dall’altra: la grande questione del nostro tempo».

Buio non fornisce risposte univoche, anche la rappresentazione della relazione genitore-figlie sfugge da facili schematismi, lasciando spazio a un’ambiguità che trova espressione nella recitazione di un attore di formazione teatrale come Valerio Binasco, il padre, e di una giovane promessa del cinema come la 23enne Denise Tantucci alias Stella, che rivedremo in Tre piani, il nuovo film di Nanni Moretti atteso per questa primavera e poi, per ovvie ragioni, rimandato. «Per me non poteva che essere così, il maligno si annida sempre nella morbosità», afferma Rossi, che a proposito dell’attrice protagonista rivela: «L’ho scelta proprio perché ha un viso angelico che può trasformarsi in un attimo nell’opposto. Per cinque mesi ci siamo incontrate a casa sua a Milano ogni 15 giorni, e abbiamo portato avanti dei lavori di improvvisazione volti a farla entrare davvero nella sceneggiatura. Le ho chiesto di essere altro da sé e non era un compito semplice, avendo lei avuto solo esperienze di fiction, ambito in cui perlopiù si recita restando se stessi. Ma ha accettato la sfida, ha voluto davvero immergersi nella sofferenza provata dal suo personaggio, perdendo otto chili, incontrando donne che hanno subìto abusi, comprendendo come nella quotidianità il dramma può trasformarsi nella normalità del male. E alla fine si è come rivelata, ci ha messo del suo, nella relazione col padre ha inserito un distacco quasi da dark lady che mi ha sorpresa».

A fare da sfondo, la musica: da una parte la classica e le canzoni anni ’80 amate dal padre (vedi il capovolgimento di significato di Reality di Richard Sanderson, tema iconico del Tempo delle mele), dall’altra il rap scoperto da Stella nel corso delle sue peregrinazioni lontano dalla villa. In fondo Buio è un po’ una favola femminista condita con toni da thriller, un po’ un racconto di formazione su un’adolescente che deve trovare la forza per uscire là fuori, nel mondo, e scovare autonomamente la propria strada. Qualunque essa sia, se è permesso.

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