Aspettando gli Oscar 2022: i migliori registi | Rolling Stone Italia
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Aspettando gli Oscar 2022: i migliori registi

Jane Campion con ‘Il potere del cane’ pare non avere rivali. Ma ci sono anche Kenneth Branagh e Steven Spielberg. E Paul Thomas Anderson, che non ha mai vinto un Academy Award (ebbene sì)

Jane Campion sul set del ‘Potere del cane’

Foto: Netflix

Paul Thomas Anderson per Licorice Pizza

Alle spalle ha due candidature come miglior regista (per Il petroliere e Il filo nascosto), senza contare le quattro come sceneggiatore (Boogie Nights, Magnolia, Il petroliere, Vizio di forma): ma – incredibile ma vero – Paul Thomas Anderson non ha mai vinto un Academy Award. Non succederà nemmeno stavolta, almeno non nella categoria best director (è nominato anche stavolta per il copione), nonostante Licorice Pizza sia una delle sue opere più libere, personali, sorprendenti. E, in quanto a tecnica, una lectio magistralis che mescola la New Hollywood degli anni ’70, decennio in cui è ambientato il film, al suo stile ogni volta ripensato, ma sempre inconfondibile. Provaci ancora, PTA.

Kenneth Branagh per Belfast

Tra regia, interpretazioni e sceneggiatura, in carriera aveva già collezionato cinque nomination; quelle strappate per Belfast lo portano a quota otto in totale. Del suo memoir-mélo in bianco e nero si è parlato tantissimo, anche perché il racconto semi-autobiografico sulla sua infanzia nell’Irlanda del Nord degli anni ’60 è un notevole cambio di direzione per quello che una volta era considerato “l’erede di Laurence Olivier”. Ed è probabilmente la cosa migliore che ha fatto in diversi anni come autore. La statuetta come director pare già assegnata (vedi più avanti), ma Kenneth se la gioca alla grande.

Jane Campion per Il potere del cane

Il MeToo farà certamente la sua parte nella probabilissima vittoria di Jane Campion, e va bene così. Perché parliamo di una tra i migliori registi (e non solo registe) in circolazione. Che ha già segnato un milestone come prima donna a vincere la Palma d’oro a Cannes per Lezioni di piano nel 1993: per lo stesso film l’Academy la candidò anche alla regia, ma vinse la statuetta “solo” per la miglior sceneggiatura originale. Il lungometraggio targato Netflix starring Benedict Cumberbatch è la sua occasione: sarebbe la terza a trionfare nella categoria (dopo Bigelow e Zhao). Campion realizza impeccabilmente e con grazia purissima (i panni stesi al sole! I close-up sui volti!) un post-western psicologico di anime sole, sempre fuori posto, intrappolate da una frontiera ideale, quella del mito machista dell’autodeterminazione tutto americano che piega e spezza soprattutto chi finge di padroneggiarlo alla perfezione.

Hamaguchi Ryūsuke per Drive My Car

Premiato a Cannes con Drive My Car (e a Berlino con Il gioco del destino e della fantasia, sempre del 2021), non è in cinquina per vincere, ma per mettere a segno un primato: il suo è il primo film giapponese ad essere candidato come best picture (mentre tra i registi c’era già stato il sommo Akira Kurosawa con Ran nel 1985). La doppietta con la candidatura a best director è dunque epocale, e sembra replicare il caso Parasite di Bong Joon-ho. Non succederà la stessa cosa (Bong è tornato a casa con quattro premi, tra cui miglior film e miglior regia), ma resterà un’altra importante pagina di Storia dell’Academy. E del cinema tutto.

Steven Spielberg per West Side Story

Il primo – «e ultimo», ha assicurato lui stesso – musical di Steven Spielberg è il rifacimento di uno dei film più premiati nella storia degli Oscar: la versione del 1961 firmata Jerome Robbins e Robert Wise ha strappato 10 Academy Award in totale. Quest’anno non andrà così, ma è l’ennesima conferma che Spielberg può fare davvero qualsiasi cosa. E guadagnarsi meritatamente la sua ottava candidatura come miglior regista: due – cioè Schindler’s List e Salvate il soldato Ryan – sono diventate statuetta. È il re di Hollywood, e quest’anno, se tutto va come deve andare, sarà costretto a salutare la (giusta) vittoria della sfidante Jane Campion con un film prodotto da uno dei suoi nemici giurati: Netflix. O forse anche lui si è ormai messo il cuore in pace?