Aspettando gli Oscar 2021: le migliori sceneggiature | Rolling Stone Italia

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Aspettando gli Oscar 2021: le migliori sceneggiature

Da certezze come Sacha Baron Cohen e Aaron Sorkin alla sorpresa intellò ‘The Father’, con un grande Anthony Hopkins. Dal congegno furbo e perfetto di ‘Una donna promettente’ all’elegia di ‘Nomadland’. I nostri pronostici tra copioni originali e adattamenti

Anthony Hopkins e Olivia Colman in ‘The Father’ di Florian Zeller

Foto: Sony Pictures Classics

Migliore sceneggiatura originale

Il processo ai Chicago 7

Il nostro vincitore? Aaron Sorkin, senza se e senza ma. Dopo l’Oscar dieci anni fa per The Social Network di David Fincher, il nostro potrebbe (e dovrebbe) fare il bis con il suo secondo film da regista. Un progetto covato per quindici anni (e inizialmente proposto a Steven Spielberg) e diventato nelle sue mani un legal drama ispirato e attualissimo, nonostante racconti della contestazione sessantottina. E pieno dello spirito liberal a cui l’autore ci ha abituati fin dalle sue serie cult come West Wing – Tutti gli uomini del presidente e The Newsroom. “Il più grande sceneggiatore vivente”: non lo chiamano così mica per caso.

Una donna promettente

A tallonare Sorkin c’è la vera rivelazione dell’anno: Emerald Fennell, già dietro la seconda stagione di Killing Eve (nonché attrice “in proprio”: è la splendida Camilla di The Crown) ed esordiente alla regia con il titolo femminista-revanscista della stagione. Un congegno narrativo pressoché perfetto, dalla scrittura infallibile, ma un po’ troppo debitore al dibattito MeToo. È il suo difetto maggiore, ma – nell’era della Hollywood inclusiva – il trofeo potrebbe proprio per questo non sfuggire alla giovane autrice. In ogni caso il talento c’è, insieme alla voglia di vedere altri film con la sua firma.

Judas and the Black Messiah

Anche la storia (anzi: la Storia) afro non poteva mancare all’appello. Ed è rappresentata da questo (non) biopic sulla figura di Fred Hampton, leader delle Black Panther di Chicago assassinato nel 1969 (gli dà volto Daniel Kaluuya, sicuro Oscar tra i non protagonisti), e ancor di più su quella di William O’Neal (LaKeith Stanfield, anche lui candidato), l’informatore dell’FBI che lo ha tradito. Un filmone pensato e scritto come i thriller politici degli anni ’70, senza difetti ma anche senza sorprese. Ma pure da Shaka King, che firma la sceneggiatura con Will Berson, ci aspettiamo molto in futuro.

Minari

Il vero dark horse, cioè il cavallo su cui nessuno inizialmente puntava e che invece potrebbe far fuori tutta la concorrenza, arriva idealmente dalla Corea, terra-simbolo degli Oscar 2020 (ricordate Parasite di Bong Joon-ho? Sembrano passati cent’anni). Ma la produzione è 100% USA (tra gli altri, figura anche Brad Pitt), e pure il ritratto di questa famiglia asiatica che cerca di integrarsi nell’Arkansas degli anni ’80 è il più classico racconto di American Dream, per quanto teneramente scritto (e diretto) da Lee Isaac Chung, anche lui tra le scoperte della stagione.

Sound of Metal

Il titolo che nessuno si aspettava di trovare (soprattutto tra i “migliori film”) è la storia del batterista che perde l’udito, magistralmente interpretato da Riz Ahmed (tra gli attori protagonisti nominati). Ma la vera sorpresa è il copione di Darius (che ha anche diretto il film) e Abraham Marder, che non cede mai al pietismo o al ricatto emotivo. Produttore e autore del soggetto, insieme al regista, è il Derek Cianfrance di Blue Valentine e Come un tuono: il suo tocco si sente, ed è solo un valore aggiunto.

Migliore sceneggiatura non originale

Borat – Seguito di film cinema

Il secondo, clamoroso Borat tra le migliori sceneggiature non originali? Qualcuno (anche noi) si è stupito, non essendoci dietro né un libro, né uno spettacolo, né nient’altro da adattare. Ma la risposta c’è: l’Academy considera tutti i sequel degli adattamenti. Svelato l’arcano, ecco perché questo copione è una bomba: l’apparente sequela di candid camera (tra cui quella, cultissima, starring Rudy Giuliani) riesce in realtà a tenere insieme un discorso lucidissimo che va dal trumpismo al Covid. Academy, te lo dobbiamo dire noi che è il caso di assegnare al reporter kazako una statuetta?

The Father

Il regista francese esordiente (incredibile ma vero) Florian Zeller adatta con il veterano Christopher Hampton, già premio Oscar nel 1989 per Le relazioni pericolose, la sua fortunatissima pièce. Cioè la storia di un uomo anziano (un immenso Anthony Hopkins) che affronta la demenza senile. E che il copione segue frastagliando la stessa scrittura in un thriller psicologico in cui nulla è quello che sembra. Uno script impeccabile, che si stacca dal teatro per trovare un linguaggio cinematografico del tutto nuovo e personale.

Nomadland

Nomadland è il vincitore annunciato non solo tra i film: pure qua. Nell’adattare il “racconto d’inchiesta” di Jessica Bruder (pubblicato in Italia da Edizioni Clichy), la nuova favourite di Hollywood Chloé Zhao firma un’elegia americana tradizionale e contemporanea al tempo stesso. E, soprattutto, ricchissima di umanità: merito anche della protagonista (e produttrice) Frances McDormand, che mette nelle parole della sua Fern molta improvvisazione, ma sempre seguendo un copione di ferrea classicità. Se il premio arriva (e arriverà), sarà comunque meritatissimo.

One Night in Miami…

Black Lives Matter, ieri come oggi. E le vite (stra)ordinarie di Malcolm X, Cassius Clay, Sam Cooke e Jim Brown sono al centro del debutto da regista di Regina King. Per la scrittura si è affidata al drammaturgo Kemp Powers, che ha adattato la sua pièce (e che quest’anno ha scritto anche Soul, sicuro vincitore tra i titoli d’animazione). A differenza di The Father, l’impianto teatrale qui si vede, il che è un po’ il limite maggiore del film, “soffocato” da monologhi da palcoscenico. Uno dei motivi, forse, per cui l’Academy non l’ha candidato tra i “best movie”, quando sembrava invece uno dei favoriti della Awards Season.

La tigre bianca

L’outsider della cinquina è il film “made in Netflix” diretto da Ramin Bahrani (99 Homes, Fahrenheit 451) e basato sul romanzo omonimo dell’indiano Aravind Adiga (Einaudi), vincitore del Booker Prize nel 2008. Un’epopea entico-sociale che lo stesso regista trasforma in un’opera bella e “larga”, cinema popolare ma sempre d’autore che gli Studios non fanno più e che invece le nuove piattaforme incentivano. La (buona) notizia è questa, anche se l’Oscar non ci sarà.