Aspettando gli Oscar 2021: i migliori film | Rolling Stone Italia

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Aspettando gli Oscar 2021: i migliori film

Il favorito è 'Nomadland', il road-movie sui nuovi nomadi del West americano con la solita, grande Frances McDormand. Ma chi vincerà tra gli otto candidati?

Frances McDormand in ‘Nomadland’ di Chloé Zhao

The Father (2020) di Florian Zeller

Gli inganni della memoria, gli scambi di identità, la confusione di tempo e luogo di chi soffre di demenza senile diventano sullo schermo elementi di suspense per un thrillerone da camera che più british non si può. Tratto da un’opera teatrale, ma intelligentissimamente adattato per il cinema dallo stesso autore della pièce, il francese Florian Zeller. E ancorato a un vortice di sentimenti da due performance clamorose: quella silenziosa di Olivia Colman nei panni della figlia, e quella di Dio, aka Anthony Hopkins, che interpreta il patriarca malato. E che, quasi sicuramente, non vincerà nulla. Vabbè.

Judas and the Black Messiah (2021) di Shaka King

Ci sono film che vanno oltre l’etichetta “black”. Judas and the Black Messiah è un’opera costruita sui contrasti fin dal titolo: William O’Neal, informatore che ha contribuito all’omicidio del leader delle Black Panther Fred Hampton, vs lo stesso Hampton; l’FBI vs le Black Panther; un credo a cui si è devoti anima e corpo vs il peso del tradimento. Un film che si prende il rischio di entrare in conflitto con sé stesso e con il suo Giuda, da cui tutto ha inizio e fine. Non è una lezione di storia, perché i migliori film politici sono quelli che la storia la rileggono per essere davvero efficaci nel loro messaggio, anche sbagliando qua e là. E poi mettici i volti, giustissimi, di LaKeith Stanfield e Daniel Kaluuya, già lanciato verso l’Oscar come supporting. Evitiamo la polemichetta sul fatto che Kaluuya sia tutto tranne che non protagonista. Se, come sembra, vincerà, sarà strameritato.

Mank (2020) di David Fincher

Il film “inside Hollywood” più bello degli ultimi anni, forse uno dei più belli di sempre. Ma troppo sofisticato per colpire la platea larga di oggi. Il talento di Fincher sta nel prendere la storia del più grande film di tutti i tempi, Quarto potere di Orson Welles (e quella del suo sceneggiatore Herman J. Mankiewicz, un sempre magnifico Gary Oldman), e raccontarla con i mezzi di oggi: dalla fotografia in sontuoso bianco e nero, ma digitale, a una narrazione spezzata e anti-classica. Il tipico titolo che fa il record di nomination dell’annata (dieci, per la precisione) e resterà a bocca asciutta o quasi: Hollywood non ti merita, David.

Minari (2020) di Lee Isaac Chung

Un film “straniero”? No. L’opera di Lee Isaac Chung, americanissimo anche se di origine sudcoreana, è americanissima anch’essa, pur se passa come quota etnica. Tra cinema arty (ma facile facile) e classico family drama, il ritratto di famiglia da Seul agli USA è tenero, sfumato, ben scritto e diretto. Ma meno sorprendente di quanto si dica in giro. È giusto che Hollywood sia sempre più asiatica, ma Parasite era un’altra cosa.

Nomadland (2020) di Chloé Zhao

Ormai si sa, il Leone d’oro porta bene agli Oscar. E, fin dalla sua presentazione a Venezia, Nomadland è sempre stato in pole position. Il ritratto by Chloé Zhao di quei lavoratori proletari americani che hanno deciso di vivere dentro un camper e di cercare occupazioni itineranti è sensibile e commovente: gli incontri sulla strada sono un antidoto ai tempi bui che, anche culturalmente e umanamente, stiamo vivendo. Il resto lo fanno le vedute mozzafiato sul West, lo stile documentaristico eppure pieno di poesia quotidiana di Zhao, il suo evitare sempre di ridurre tutto a ideologia o simbolo. E, ovviamente, la sua protagonista: Frances McDormand, che incarna la wanderlust della stessa Chloé. Nel video di ringraziamenti in Laguna indossavano entrambe le Birkenstock, chissà se riusciranno a portare un po’ spirito indie e rilassato anche agli ingessatissimi Oscar.

Una donna promettente (2020) di Emerald Fennell

Prendi il manuale del MeToo, e facci un film. No: Emerald Fennell, esordiente dietro la macchina da presa (e pure candidata tra i registi un po’ troppo generosamente) è più intelligente di così. E fa della parabola di Cassie Thomas (Carey Mulligan) una storia esemplare e insieme intrisa di dark humour: caratteristica che al dibattito attuale manca assai. Il congegno di scrittura è perfetto, fino alla trovata finale; e cast, ritmo, scelte visive e musicali dimostrano che è nata un’autrice. Non vediamo l’ora di vedere l’opera seconda, ma i Grandi Film da Oscar sono – almeno per ora – un’altra cosa.

Sound of Metal (2020) di Darius Marder

Il titolo che nessuno si aspettava tra i “best movie” della stagione 2020/2021 è questo storia di batterista metal che perde l’udito. Se sulla carta era il soggetto più classicamente ricattatorio e dunque oscarizzabile – malattia, tormento, accettazione del nuovo status: più la componente diversity/disability, che oggi è una carta fortissima da giocare – sullo schermo diventa un ritratto sensibile ma mai urlato, anzi giocato in sottrazione. Merito dell’interpretazione del protagonista Riz Ahmed (da premio), della regia dell’indie Darius Marder, del tocco di Derek Cianfrance nella scrittura. Suona tutto bene.

Il processo ai Chicago 7 (2020) di Aaron Sorkin

Alla sua seconda prova da regista, il più grande sceneggiatore vivente dirige un film sulle rivolte anti-guerra del Vietnam (finite in tribunale) del 1968 che è lo specchio dell’epoca in cui stiamo vivendo. E con Il processo ai Chicago 7 Sorkin fa il processo all’America di oggi attraverso lo humor poignant, i dialoghi fulminanti e l’ispirazione liberal che ha sempre contraddistinto il suo lavoro fin da West Wing – Tutti gli uomini del presidente e The Newsroom. Il cast è super: Sacha Baron Cohen, Jeremy Strong, Eddie Redmayne, Mark Rylance, Frank Langella e Yahya Abdul-Mateen II. Il premio per la sceneggiatura originale dovrebbe andare a lui, senza se e senza ma. Il resto è tutto da vedere.