‘Ariaferma’, il ‘prison movie’ d’autore e d’attori che ha conquistato Venezia 78 | Rolling Stone Italia

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‘Ariaferma’, il ‘prison movie’ d’autore e d’attori che ha conquistato Venezia 78

Per la prima volta protagonisti insieme, Toni Servillo e Silvio Orlando escono dalla comfort zone in una riflessione universale e raffinatissima sul libero arbitrio e sulla compassione per la regia di Leonardo Di Costanzo

Toni Servillo, Leonardo Di Costanzo e Silvio Orlando al photocall veneziano

Foto: John Phillips/Getty Images


C’è chi scriverà che Ariaferma è un film necessario (sull’onda degli eventi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere e di quelli che periodicamente e tristemente riempiono le pagine di cronaca), in realtà è molto più di questo: è una riflessione universale e raffinatissima sul libero arbitrio, sulla compassione e sull’umanità nel luogo che più di tutti, per vocazione, si sforza di vuotare di significato queste parole: il carcere. «È evidente che i fatti accaduti anche di recente mettano in risalto l’attualità o la necessità che se ne parli», dice Toni Servillo, «ma trovo che la qualità del film non si appiattisca sulla cronaca, ma che abbia un allungo più interessante oltre la denuncia politica e sociale, proprio in questa sua dimensione simbolica».

Il nuovo lungometraggio di Leonardo Di Costanzo (prodotto da tempesta di Carlo Cresto-Dina con Rai Cinema, distribuito al cinema dal 14 ottobre da Vision Distribution e presentato a Venezia assurdamente fuori concorso) è un prison movie (pardon) d’Autore e d’Attori ambientato in un non-luogo (il carcere di Mortana è immaginario, nella realtà è l’ex Casa Circondariale San Sebastiano di Sassari, da qui il sostegno della Sardegna FIlm Commission) e in un tempo sospeso: la vecchia prigione infatti è in dismissione e una dozzina di detenuti sono in attesa di trasferimento, sorvegliati da una manciata di guardie. «Al di là del nostro film, che ha sicuramente un livello anche un po’ metafisico», spiega Silvio Orlando, «spero nel ritorno a un sano cinema anche civile, che non scappi di fronte a un tema o a una realtà, non la favolizzi e la affronti di petto».



In questa storia di uomini “contro”, Orlando è il detenuto più temuto del carcere, mentre Servillo interpreta l’agente prossimo alla pensione messo a capo della sicurezza. Inizialmente, nell’idea di Di Costanzo, le parti dovevano essere invertite: «Poi ne abbiamo parlato a lungo», ricorda il regista. «E ho immaginato che forse sarebbero entrati nei ruoli che avevo scelto con un po’ troppa comodità, volevo farli uscire dalla comfort zone». Il risultato sono due performance magnifiche, fuori da tutto quello che normalmente colleghiamo ai rispettivi, giganteschi nomi: «A un certo punto abbiamo anche pensato di tornare all’assegnazione naturale, ma per ottenere dei risultati bisogna rischiare, sempre. Per fortuna esiste ancora un pezzo di cinema che può permettersi di farlo», afferma Orlando. «Il mio personaggio deve incutere una minaccia, una paura continua. E nella mia carriera ho fatto spesso parti abbastanza riconcilianti. Fine a qualche anno fa davanti a questo ruolo, con la mia attitudine bonaria, forse mi sarei spaventato».

Carcerati e carcerieri condividono un destino: i primi scontano la pena e i secondi fanno un lavoro che corrisponde quasi a una detenzione, quell’aprire e chiudere continuamente le celle tutto il giorno, tutti i giorni: «Se il film fosse uno spettacolo teatrale potremmo divertirci, nel senso più nobile del termine, a scambiarci i ruoli ogni sera, e questo dimostrerebbe ciò che testimoniano i personaggi: che in realtà c’è una sofferenza comune all’interno di quell’universo», sottolinea Servillo.

Ascoltate ogni rumore di chiavistello, osservate ogni sguardo, fate caso ad ogni piccolo moto dei corpi e delle anime, perché lì sta il cuore del film: «Mi appassionano la quotidianità e i conflitti nella quotidianità, i movimenti nei personaggi. È fiducia nell’interesse dalla vita reale. E nel primo quarto d’ora lo spettatore va preparato, gli va spiegato su che livello deve concentrare l’attenzione», dice Di Costanzo.

Toni Servillo e Silvio Orlando sul set di ‘Ariaferma’. Foto: Gianni Fiorito

«In carcere si parla con gli occhi, perché pure le pareti hanno le orecchie», spiega Salvatore Striano, che dai laboratori teatrali in carcere è stato protagonista di Cesare deve morire dei fratelli Taviani. I non-detti, l’energia quasi elettrica di una lotta sottile ma costante, l’atmosfera tesa come quella di un thriller (e accompagnata da un impianto sonoro che, a colpi di batteria jazz e rumori metallici del luogo, amplifica perfettamente l’effetto suspense). «La storia e i personaggi non si spiegano molto», conferma Orlando. «Per un attore è il momento della maturità: il mio personaggio ha una densità carismatica ed esercita questo potere soltanto stando lì, senza fare praticamente nulla, se non recitare questa minaccia continua. È il grande punto di arrivo per un interprete, no? Riuscire a recitare con i silenzi».

Vista la delicatezza dall’argomento, il film è stato preparato con conversazioni su conversazioni: «Su alcune scene importanti ci siamo fermati, abbiamo ragionato e ci siamo tornati sopra, ci è stata offerta questa possibilità anche dalla sensibilità della produzione» ricorda Servillo. C’è un momento nella storia in cui un gesto del personaggio di Toni cambia gli equilibri: «Abbiamo fatto una pausa perché avevo introiettato tantissimo il luogo, i riti, la divisa, che non è una cosa di poco conto, non avevo ancora fatto un film con una divisa che ti dà uno statuto di riconoscibilità nei confronti della spettatore. Ma basta un gesto d’amore anche molto semplice per rompere un sistema granitico».