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Altri 10 film che forse avete perso da recuperare adesso su RaiPlay

Qualche consiglio che trovate facile facile sulla piattaforma di Mamma Rai per riempire quest'ultima settimana di lockdown vero e proprio

Julianne Moore e Matt Damon in 'Suburbicon'

Foto: Paramount Pictures

Tesnota (2017) di Kantemir Balagov – per scoprire una comunità che non se la passa meglio di noi

Una delle opere prime più clamorose degli ultimi anni, quella dell’allora ventiseienne (!) russo Kantemir Balagov. Che racconta, dall’interno, la vita nella comunità ebraica della Ciscaucasia, tra eterne persecuzioni ed eterni ritorni della Storia. Sembra un tema ostico, ma in realtà ne esce il ritratto (purtroppo disertato nelle sale italiane, dove è arrivato solo nel 2019) di una famiglia e di una ragazza (l’indimenticabile Darya Zhovnar) alle prese con la sua educazione sociale e sentimentale. Da confrontare con il recente La ragazza d’autunno, opera seconda dello stesso autore: visivamente più matura, ma meno immediata e vitale di questo film.

Captain Fantastic (2016) di Matt Ross – se andare a vivere nella foresta vi sembra la soluzione più logica

Un Viggo Mortensen clamoroso in una dramedy dolceamara indie fino all’osso, che è diventata il piccolo caso cinematografico della stagione 2016-2017, con tanto di nomination all’Oscar per l’ex Aragorn del Signore degli Anelli. Un hippie autoritario cresce i suoi figli lontano dalla giungla della società nelle foreste del nord ovest insegnando loro a cacciare e ad arrangiarsi, discutendo di storia e filosofia e festeggiando il compleanno di Noam Chomsky anziché il Natale. Almeno finché questa famiglia atipica non sarà costretta a tornare nella società. Una riflessione sull’educazione delicata e commovente. Il figlio più grande è George MacKay, che qualche anno dopo sarebbe diventato la star di 1917, il war movie di Sam Mendes.

On the Milky Road – Sulla Via Lattea
(2016) di Emir Kusturica – se ogni volta che uscite di casa vi sembra di partire per il fronte

Un regista di culto come Emir Kusturica. Un set durato tre anni (le riprese erano concentrate tassativamente nella stagione estiva). E una diva, Monica Bellucci, che ha addirittura imparato il serbo per l’occasione. Il progetto “bigger than life” di Mr. Underground è un pastiche che non ha accontentato tutti, nemmeno i fan più duri e puri. Ma che, nella sua variopinta confusione, resta un’opera come nessun’altra, capace di confermare l’inesauribile (anche se a volte sbilenca) fantasia del suo autore. Galline, orchestrine gitane, vecchi matti e saggi insieme, casette nell’utopia che sarebbe potuta essere la Jugoslavia multiculturale: sembra un film di Kusturica, già. E solo lui li sa fare.

Borg McEnroe (2017) di Janus Metz Pedersen – se vi manca il doppio con il vostro nemico/amico

Se amate le rivalità sportive, enjoy. 14 match dal 1978 al 1981, 7 vittorie ciascuno. La rivalità tra Björn Borg e John McEnroe è una delle più leggendarie nella storia del tennis. Il primo è svedese e algido, re incontrastato del tennis. Il secondo invece è americano, irascibile ed è determinato a spodestarlo. Il primo ha il volto di Sverrir Gudnason, il secondo di Mister “genio e sregolatezza” Shia LaBeouf, who else? Borg McEnroe è il ritratto di due icone, giocatori dallo stile e dal carattere opposti, e il racconto epico di una finale diventata leggenda: quella di Wimbledon 1980.

Suburbicon (2017) di George Clooney – meglio stare dentro, che fuori è un brutto mondo

Flop in tutto il mondo, la black comedy di (ma non con) George Clooney presentata a Venezia 2017 è il titolo giusto per una serata disimpegnata, ma per nulla buttata via. Anzi. Si respira forse troppo l’aria di “film dei Coen mancato” (i due fratelli scrissero il copione subito dopo l’esordio con Blood Simple nel 1986, per poi lasciarlo nel cassetto). Ma la confezione 50s è impeccabile, l’ironia sanguinaria funziona, la morale liberal arriva forte e chiara. E poi, c’è un cast scatenatissimo: Matt Damon “ordinary man” che perde la brocca, Oscar Isaac irresistibile assicuratore nerd, e Julianne Moore addirittura in doppia (divertitissima) versione. E, con un vicinato come quello che fa da sfondo all’intrigo tragicomico, c’è da tirare un sospiro di sollievo: meglio stare chiusi in casa per davvero.

Il quinto potere (2013) di Bill Condon – per chi, ora più che mai, vede complotti ovunque

Qui non si parla certo di grande cinema: il film è andato male al botteghino ed è stato criticato parecchio. Pure, immancabilmente, da Julian Assange in persona, che ha scritto una lettera al suo alter ego cinematografico Benedict Cumberbatch dove applaudiva il talento dell’attore ma accusava: “Le tue capacità sono state messe nelle mani di persone intenzionate a far fuori me e WikiLeaks”. Il film infatti racconta la storia della piattaforma che consente di svelare importanti segreti di stato e l’incontro del fondatore con l’ex amico Daniel Domscheit-Berg (Daniel Brühl). Bill Condon non si decide tra impegno civile e action-thriller e finisce per girare un melò sul tradimento, dove l’ambiguo Assange è il villain, lasciando troppo da parte la vera domanda: quali segreti devono essere mantenuti e qual è il prezzo da pagare nel rivelarli? Da vedere anche solo perché parla del più grande caso giornalistico ed etico degli anni 2000. E per Cumberbatch, of course.

Per amor vostro (2015) di Giuseppe M. Gaudino – per evadere da questa vita in bianco e nero

Se c’è Valeria Golino, andrà tutto bene. Ancora di più se, come in questo caso, piazza un ruolo che le vale la (seconda) Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile a Venezia. Il dimenticato Giuseppe M. Gaudino di Giro di lune tra terra e mare, cult della critica anni ’90, torna al lungometraggio di finzione dopo quasi vent’anni con un film che è il più classico dei mélo da “basso” napoletano e insieme divagazione impressionista. Golino è Anna, una donna dalla vita in bianco e nero (vedi il marito usuraio) che sogna di vedere il mondo a colori: letteralmente. Passato sotto silenzio nei cinema all’uscita, è il caso di recuperarlo adesso.

La tenerezza (2017) di Gianni Amelio – per trovare un po’ di umanità tra vicini di casa, visto che con gli altri non si può

Renato Carpentieri nel ruolo della vita (che gli regala anche un David di Donatello) in questo “riuscito pamphlet sulle dinamiche dei rapporti umani, su solitudine, senso di colpa, incapacità di comunicare”, come lo definisce Morandini. La routine di un avvocato scorbutico in pensione e in lotta con i figli viene sconvolta da una giovane famiglia appena arrivata nel palazzo. Tocco delicatissimo di Gianni Amelio in sceneggiatura e alla regia e scena memorabile di Elio Germano, marito di una Micaela Ramazzotti vitale, ingestibile, tenerissima.

Le livre d’image (2018) di Jean-Luc Godard – perché la mente di un maestro va dove vuole, come la nostra adesso

Più che un film, libere associazioni di idee del maestro della Nouvelle Vague. Prendere o lasciare. Ma trovatelo un altro autore che a 88 anni (tanti ne aveva quando l’opera fu presentata in concorso a Cannes) sappia sfoggiare la sua stessa (indecifrabile) creatività. Dalla sua casa svizzera, JLG si apre al mondo e alle sue trame che si perdono e si ritrovano continuamente. E mette tutti nel sacco, tornandosene dal Festival più famoso del mondo con una “Palma d’oro speciale”, premio mai assegnato prima di allora, anzi inventato per l’occasione. Proprio come lui sa, tutte le volte, inventare un cinema nuovo, che assomiglia solo a se stesso.

Song’e Napule (2013) dei Manetti Bros. – perché cantando (forse) passa

Nel loro personalissimo progetto cinematografico di rivisitazione dei generi, i Manetti Bros. fanno l’occhiolino al poliziottesco anni ’70 e firmano un film esilarante sin dalla premessa: pianista disoccupato (Alessandro Roja) ed entrato in polizia per necessità cerca di scoprire cosa si nasconde dietro a un gruppo neomelodico napoletano. Performance instant cult di Giampaolo Morelli, favorito dei fratelli dall’Ispettore Coliandro in poi (e qui autore del soggetto), nei panni della superstar neo-melodica Lollo Love, che sogna Sanremo e la scena nazionale, ma viene ingaggiato per suonare al matrimonio della figlia di un boss della camorra. Una storia di musica e malavita che riabilita il genere “made in Napoli” e mette i Manetti sui radar della critica. Imperdibile.

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