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15 film da vedere (in streaming) per il mese del Pride

Classici, biopic che hanno cambiato tutto, nuovi cult: ecco cosa guardare per celebrare la comunità LGBTQ+

Timothée Chalamet e Armie Hammer in 'Chiamami col tuo nome'

My Beautiful Laundrette – Lavanderia a gettone (1985) di Stephen Frears – Amazon Prime Video

Nell’Inghilterra (e non solo) dell’epoca, questo film è una vera bomba. Perché racconta una storia – quella del proprietario di una lavanderia di origine pakistana (Saeed Jaffrey) e dell’ex compagno di scuola punk e xenofobo (Daniel Day-Lewis) – che è sì di coming out, ma anche di integrazione razziale: nessun altro titolo, negli anni successivi, avrebbe messo insieme i due temi con la stessa sensibilità. Merito della penna dello sceneggiatore Hanif Kureishi, che tratteggia perfettamente questa periferia geografica e sentimentale, e della mano sicura del regista Stephen Frears, al suo primo grande successo internazionale. Un instant cult.

Maurice (1987) di James Ivory – Amazon Prime Video

Un altro classico del cinema inglese anni ’80, che stavolta però viene da un classico della letteratura British del primo ’900. L’autore è l’Edward Morgan Forster di Casa Howard e Camera con vista, che in questo romanzo meno celebrato (purtroppo) illustra un amore “da college” al maschile, che scandalizzò i lettori borghesi del tempo. Maurice (James Wilby) ama Clive (Hugh Grant): la vita li dividerà, e anche la morale comune condizionerà la libertà di entrambi di essere (non solo sessualmente) se stessi. Quasi un Chiamami col tuo nome di un altro tempo e un altro luogo: del resto, la Grande Firma che c’è dietro (leggi: James Ivory) è, almeno in parte, la stessa.

Hamam – Il bagno turco (1997) di Ferzan Özpetek – Amazon Prime Video

Ci voleva un giovane (e fiammeggiante) turco per portare nel cinema italiano il tema dell’omosessualità, trattato al tempo stesso senza censure e con un tono del tutto privo di sensazionalismi. La scoperta di Francesco (Alessandro Gassmann) di un altro mondo – da Roma il protagonista finisce a Istanbul – si traduce nella scoperta di un altro modo di amare. Al primo film, Ferzan Özpetek si segnala come una delle voci più interessanti della produzione italiana anni ’90 (e a seguire). E anche come uno dei veri game changer del nostro costume recente.

In & Out (1997) di Frank Oz – Amazon Prime Video

Una commedia scanzonata? Non solo. Nella produzione mainstream hollywoodiana, la pochade di Frank Oz è uno dei primi titoli a trattare l’omosessualità non senza un certo macchiettismo (merito e colpa di uno scatenatissimo Kevin Kline), ma rendendolo un argomento davvero “per tutti”. In questo senso, resta una pietra miliare, capace di sovvertire il classico ritratto dei gay sullo schermo per tutti gli anni a venire. E la scena del “test di virilità” che si trasforma in un balletto sulle note di I Will Survive è, semplicemente, da antologia.

Milk (2008) di Gus Van Sant – Amazon Prime Video

C’è voluto il nuovo millennio, ma il più bel biopic dedicato a un attivista per i diritti LGBTQ+ è finalmente servito. Il da sempre militante Gus Van Sant sale definitivamente sulla barricata con la parabola di Harvey Milk (Sean Penn, giustamente premiato con il secondo Oscar della sua carriera), consigliere comunale di San Francisco ucciso nel 1977. Ma non ne fa il santino di un martire, bensì un affresco di lotta capace di ispirare anche le battaglie civili di oggi. Esemplare, nel senso migliore del termine.

Weekend (2011) di Andrew Haigh – Amazon Prime Video

Tra i registi di “cinema gay” (anche se definirlo così è riduttivo) degli ultimi tempi, un posto speciale va dato a Andrew Haigh. Che non solo, pochi anni più tardi, sarebbe stato lo showrunner della migliore serie omo probabilmente mai prodotta: Looking. Ma che fin da questo esordio è stato capace di dimostrare un tocco fuori dal comune, nel ritratto di quella che è molto di più di una semplice “one night stand”. Tanto che, dal circuito indie-queer, la storia di Russell (Tom Cullen) e Glen (Chris New) diventa un caposaldo del romance universale. Ancora oggi struggente.

Laurence Anyways (2012) di Xavier Dolan – Amazon Prime Video

Il terzo film di Xavier Dolan è forse il suo film più estremo e doloroso nella tematica, ma anche il più vero e delicato nel racconto di una love story epica. Il genietto canadese costruisce tutto a partire da una domanda: un sentimento può essere così alto da andare oltre le differenze di genere? La risposta sta nella scelta di Laurence, brillante professore di letteratura e scrittore trentenne che ha deciso di cambiare sesso. E nella reazione della sua compagna Fred che, dopo lo shock iniziale, gli rimane accanto, nonostante tutto e tutti. Per amore.

Dietro i candelabri (2013) di Steven Soderbergh – RaiPlay

Altro giro, altro biopic. Ma diretto dall’autore che non ti aspetti: Steven Soderbergh. Che si misura con il “camp” più sfacciato, apparentemente lontano dalle sue corde. E piazza, invece, un piccolo capolavoro. Merito, certamente, di Michael Douglas (il mitico Liberace, pianista dai look e dagli atteggiamenti “larger than life”) e Matt Damon (il suo giovane amante). Ma anche di un copione che utilizza la loro vicenda per raccontare il “closet” in cui era obbligatorio rinchiudersi all’epoca, anche quando l’omosessualità era esibita sotto i riflettori (letteralmente). Un film ingiustamente passato in sordina, da recuperare (o rivedere) senza pensarci due volte.

La vita di Adèle – Capitoli 1 & 2 (2013) di Abdellatif Kechiche – Netflix

Il blu è un colore caldo: è questo il titolo della graphic novel a cui Abdellatif Kechiche si è ispirato per la sua opera più clamorosa. Così clamorosa che il risultato non è caldo: è incandescente. Non solo per le scene di sesso tra donne, dove esplicita è soprattutto la naturalezza. Ma per la totale adesione a questo amour fou che travolge chiunque lo guardi. E quella delle sue meravigliose protagoniste: Adèle Exarchopoulos, subito star, e Léa Seydoux, definitivamente consacrata dal ruolo della ragazza dai capelli blu. La Palma d’oro conquistata dal film a Cannes 2013 è andata – per espresso volere del presidente di giuria Steven Spielberg – anche a loro: non era mai successo nella storia del Festival, segno che le loro sono più che semplici performance.

Pride (2014) di Matthew Warchus – Amazon Prime Video

Ispirato a una clamorosa (e bellissima) storia vera, che già di per sé pare il soggetto di un film: quella del gruppo di gay e lesbiche londinesi che, nell’estate del 1984, raccolsero fondi per sostenere le famiglie del sindacato dei minatori, in sciopero contro la Thatcher. E del loro scontro-incontro con gli abitanti di un piccolo paese minerario del Galles. Ken Loach meets crowd-pleaser (nel migliore senso del termine) con dose extra di risate: sincero, potente, brillante, naviga tra dramma e commedia con una naturalezza impressionante senza mai diventare diventare “troppo”. Una meraviglia.

I toni dell’amore – Love Is Strange (2014) di Ira Sachs – Amazon Prime Video

Non l’ha visto quasi nessuno: molto male. Forse è anche colpa del titolo italiano, che toglie tutta la precisione (e l’ironia) dell’originale: Love Is Strange. La “stranezza” oggi non risiede più nell’orientamento sessuale, ma accomuna tutte le storie d’amore, che siano etero o arcobaleno ormai non fa più differenza (né notizia). Per questo, da apparente Vizietto degli anni 2000 quale può inizialmente sembrare, il film si trasforma nell’attenta e commovente ricognizione di una coppia âgée che non ha niente di speciale: è uguale a noi. Applausi alle performance, meravigliosamente “in sottrazione”, dei giganti John Lithgow e Alfred Molina.

Io e lei (2015) di Maria Sole Tognazzi – Amazon Prime Video

Un film lesbico del tutto “normale” in Italia? Si può fare. E lo fa Maria Sole Tognazzi, specialista in “check up” intimi (e al femminile) mai gridati, anzi quasi sempre sottovoce. L’intuizione è assegnare le parti principali a due icone del cinema “straight” italiano: Sabrina Ferilli, qui ex attrice diventata imprenditrice nel ramo della ristorazione (nonché motociclista incallita), e Margherita Buy, che mette nel suo architetto le nevrosi a cui siamo abituati. Un amore come tanti: il loro, e basta. Nell’anno del lesbo-capolavoro Carol di Todd Haynes, questa pare quasi la risposta italiana: e, fatte le debite proporzioni, non sfigura affatto.

120 battiti al minuto (2017) di Robin Campillo – Amazon Prime Video

L’attivismo come dev’essere raccontato, che sia gay o di qualsiasi genere e gender. Ovvero: con il passo incalzante del documentario, che registra fedelmente la cronaca passata (e realmente accaduta). Solo che, nella sua ricostruzione degli anni “sanguinari” (in tutti i sensi) delle lotte di Act Up Paris, il regista Christophe Honoré ci mette anche una buona (e ispiratissima) dose di mélo. La passione tra Nathan (Arnaud Valois) e Sean (Nahuel Pérez Biscayart) è bruciante, quanto le loro proteste di piazza tra Aids, diritti negati, “normalità” impossibile. Un colpo al cuore.

Chiamami col tuo nome (2017) di Luca Guadagnino – Netflix

La campagna cremasca non è mai stata così calda e, insieme, malinconica. Tra un molle adagiarsi sull’erba e una pedalata in bicicletta stile Il Giardino dei Finzi-Contini, Luca Guadagnino racconta la sensualissima e quasi trascendentale nascita di un amore. Il primo, quello che non si scorda mai. E lancia la carriera di un certo Timothée Chalamet, oggetto di un’isteria collettiva che non si vedeva dai tempi di Di Caprio in Titanic. Un nuovo instant classic che non vi farà mai più guardare una pesca nello stesso modo. Da vedere e rivedere in attesa di ritrovare Elio (Chalamet) e Oliver (Armie Hammer) nel sequel.

Rocketman (2019) di Dexter Fletcher – Amazon Prime Video

Un biopic su Elton John può voler dire solo una cosa: musical! Con contorno di costumi incredibili (compreso uno da diavolo super glamour), coreografie elaborate e momenti di realismo magico (c’è il nostro che vola sul pianoforte, per dire). Ma, differenza di Bohemian Rhapsody, Rocketman non ci pensa nemmeno a edulcorare o smussare la vita del baronetto: c’è il sesso (con il suo primo manager, interpretato da Richard Madden, in una sequenza degna di Brokeback Mountain) ci sono le pillole e le sniffate di cocaina, anche il tentativo di suicidio. Insomma, c’è tutto Elton, interpretato alla grandissima da Mr. Kingsman Taron Egerton, che canta pure. E poi diamo l’Oscar a Rami Malek (scusate, questa è un’altra storia).