10 thrilleroni che non ci stancheremmo mai di rivedere (anche se sappiamo già il finale) | Rolling Stone Italia
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10 thrilleroni che non ci stancheremmo mai di rivedere (anche se sappiamo già il finale)

Da ‘Seven’ a Hannibal the Cannibal, passando per Hitchcock e Tarantino, Pollack e Soderbergh. Anche voi vi svegliate al buio e sentite ancora il grido di quegli innocenti?

Brad Pitt in una scena di ‘Seven’

Thriller, dall’inglese “to thrill”, rabbrividire: «Genere di fiction che utilizza la suspense, la tensione e l’eccitazione come elementi principali della trama. Il genere thriller stimola fortemente gli stati d’animo del fruitore dell’opera innestando, tramite l’anticipazione, un alto livello di aspettativa e al contempo di incertezza, sorpresa, ansia e/o terrore. L’obiettivo dei thriller è in generale quello di mantenere alta l’attenzione del fruitore tramite l’espediente della tensione». Ricopio pari pari la definizione di Wikipedia per fugare sin da subito qualsiasi dubbio: questa non è una lista dei migliori thriller mai realizzati. Questa è una lista dei migliori thriller che – nonostante sappiamo già come vadano a finire; nonostante eventuali inganni, trucchetti e indizi siano già ampiamente noti – non ci stancano mai e riguardiamo sempre come se fosse la prima volta. La differenza è sottile, per spiegarla meglio ricorro a un esempio: sì Seven di David Fincher, no I soliti sospetti di Bryan Singer. La differenza, e lo dico da cultrice del genere, sta in una scrittura che non ha come unico scopo la risoluzione del giochetto finale: nei Soliti sospetti, smontato quello, il film è risolto; in Seven resta tanto, tantissimo altro. Già che ci sono, qui dentro non troverete nessun mafia movie: sia perché volevo rendermi la vita più difficile, sia perché i vari Il padrino, The Departed, Quei bravi ragazzi eccetera meritano un capitolo a parte. Che arriverà, o forse no, boh, chissà. Voi, intanto, godetevi la suspense.

La donna che visse due volte (1958) di Alfred Hitchcock (on demand)

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Il miglior film di Hitchcock preferisco chiamarlo col suo titolo originale – Vertigo – ed elencare le ragioni per cui si trova in questa lista sarebbe troppo degradante. Quasi come spiegare a qualcuno che non l’ha mai mangiata perché la pizza è la cosa più buona del mondo. Mettiamola così: probabilmente, se non ci fosse stato questo thriller del 1958 con James Stewart e Kim Novak, molti di quelli presenti in questo elenco non esisterebbero. O forse tutti, chissà. Nel dubbio, manteniamo un po’ di sano mistero: Hitch ce ne sarebbe grato.

I tre giorni del Condor (1975) di Sydney Pollack (su Infinity+)

Un po’ azione, un po’ thriller, un po’ spy story, un po’ parecchia tensione sessuale tra i due protagonisti (Robert Redford e Faye Dunaway): anche cambiando l’ordine degli addendi, resta il fatto che, ogni volta che in tv passa questo film del 1975 diretto da Sydney Pollack, puntualmente ce lo riguardiamo. E non a torto: gli outfit del Condor sono un inno agli anni ’70 e andrebbero studiati nelle scuole; poi ci sono gli zigomi – quegli zigomi – di Kathy Hale; infine il coraggio di Pollack, che decide di cavalcare la disillusione e la perplessità degli americani nei confronti della politica estera confezionando una pellicola che pone anche interrogativi sulla manipolazione dell’informazione e sull’integrità dei servizi segreti. Insomma, bravi tutti.

Il silenzio degli innocenti (1991) di Jonathan Demme (su Apple TV+)

«Ti svegli ancora qualche volta, vero? Ti svegli al buio e senti il grido di quegli innocenti». Eccolo, il cattivissimo per antonomasia, Hannibal the Cannibal (Anthony Hopkins), che va direttamente in finale con il John Doe di Seven (vedi più avanti): per noi però continuerà a vincere sempre lui, il dottor Lecter che si mangia il fegato altrui con un bel piatto di fave e un buon chianti, dando dimostrazione pure di un innato senso dell’umorismo. Il film nel 1992 fece incetta di statuette (miglior pellicola, miglior regia a Jonathan Demme, miglior protagonista maschile a Anthony Hopkins, miglior protagonista femminile a Jodie Foster, miglior sceneggiatura non originale a Ted Tally), e da allora è fonte di immutati angoscia, tensione e orrore. Gli agnelli, d’altronde, non smettono mai veramente di gridare.

Le iene (1992) di Quentin Tarantino (su Netflix)

Innanzitutto, le basi: Le iene può essere considerato un thriller? O forse dovrebbe esistere un genere specifico, il tarantinismo, per classificarlo? Per cavarmi d’impaccio sono ricorsa al database di IMDb, secondo cui sì, siamo davanti a un «crime, drama, thriller», quindi il primo requisito è soddisfatto. Passiamo al secondo: quante volte avete visto Le iene? Beati voi che ve lo ricordate, io ormai ho smesso di contarle. Oggi forse improducibile («Perché io sarei Mister Pink?» «Perché tu sei un frocio, va bene?»), quest’inno ai Wayfarer, ai Clubmaster e ai completi sartoriali segna – oltre all’inizio del mio personale idillio con Steve Buscemi – il debutto di colui che c’ha insegnato che tutto può essere divertente, pure la violenza più gratuita. E che Like a Virgin «parla di una ragazza che rimorchia uno con una fava così! Tutta la canzone è una metafora sulla fava grossa».

Seven (1995) di David Fincher (su Amazon Prime Video)

È giusto delimitare chiaramente cosa s’intende per inarrivabile: sette omicidi, sette peccati capitali, ed è subito cult. Il secondo film di uno dei più grandi registi viventi (David Fincher) con sceneggiatura firmata da Andrew Kevin Walker, è un pilastro del genere thriller ed è esattamente come la pizza: la mangi, la rimangi, e continueresti a mangiarla per sempre. Metteteci pure che fu sul set di Seven che Brad Pitt e Gwyneth Paltrow cominciarono la loro stilosissima storia d’amore, e che il cattivo (Kevin Spacey, ci manchi come non mai) dà parecchio filo da torcere a un altro cattivo, detentore dello scettro dei cattivissimi (Hannibal, ricordate?).

Fargo (1996) di Joel e Ethan Coen (su Apple TV+)

«Tutto questo per un po’ di soldi, dov’è la logica?», si domanda, nel bel mezzo del nulla, la poliziotta Marge Gunderson (Frances McDormand): incinta di sette mesi, non certo un fulmine di guerra o un’astuta esperta di strategie criminali, sarà la sola capace di risolvere un caso che trasuda imbecillità, orrore e violenza. Uno dei capolavori – se non il capolavoro – dei fratelli Coen, che nel 1997 vincono la statuetta per la miglior sceneggiatura originale, insieme a McDormand migliore attrice per il ritratto di quell’instancabile agente che indaga nel nome della legge la dignità di chi cerca di fare il proprio dovere. C’è il macabro umorismo dei Coen, ci sono William H. Macy e Steve Buscemi, c’è la tragica assurdità e ottusità d’una fetta d’America che – ahinoi – un tempo era fiction e oggi assomiglia sempre più alla realtà. Nel 2014 ha ispirato la produzione dell’omonima serie televisiva, arrivata alla quarta stagione: brutto a dirsi, ma avrebbero potuto fermarsi alla prime due.

L.A. Confidential (1997) di Curtis Hanson (su MUBI)

Perdonate se torno di nuovo su metafore gastronomiche, ma se il genere thriller fosse una pizza (daje), L.A. Confidential sarebbe la margherita. Tradotto, il bellissimo film del 1997 di Curtis Hanson, tratto dall’omonimo romanzo di James Ellroy, è il classico thrillerone che più classico non si può, con un bel tocco di noir a rendere la seconda, terza, quarta visione mai noiosa. La ricostruzione di ciò che è passato alla storia come il “Natale di sangue” del 1951 vanta un cast che definire stellare è (molto) poco: Guy Pearce, Kevin Spacey (ancora!), Russell Crowe, Danny DeVito, James Cromwell e una strepitosa Kim Basinger nei panni di una prostituta d’alto bordo sosia di Veronica Lake, interpretazione che l’anno dopo le sarebbe valsa l’Oscar come miglior attrice non protagonista. Nota a margine: insieme all’agente Bud White (Crowe) fa faville, tanto che ai tempi avevo sperato pure in un epilogo romantico reale. Inguaribile sentimentale.

Traffic (2000) di Steven Soderbergh (su Netflix)

Quanto sono belli, quando riescono, i film in cui s’intrecciano più storie (uno su tutti, Amores perros, ma non cambiamo argomento), e che godimento pazzesco quando questi film sono dei gran bei thrilleroni. Siamo negli anni d’oro di Steven Soderbergh – altro tema da trattare in un prossimo futuro: ma quanti film fa Steven Soderbergh? –, che nel 2001, con questo gioiello sul narcotraffico, vince quattro Oscar: miglior regista, miglior attore non protagonista (un Benicio del Toro sexyssimo), miglior sceneggiatura non originale e miglior montaggio. Non stufa mai, Traffic, anche perché ogni volta ci s’incaponisce a stabilire quale sia l’episodio più bello: il mio? Decisamente quello ambientato a San Diego, con una Helena Ayala (Catherine Zeta-Jones) con due palle grandi così.

Prisoners (2013) di Denis Villeneuve (su Infinity+)

E se piazzassi lì un bel 153 minuti firmati da Denis Villeneuve con uno Hugh Jackman e un Jake Gyllenhaal ormai re dei thrilleroni, che più in forma di così non si può? Prisoners in realtà non è “soltanto” un thriller molto ben confezionato, è anche (e soprattutto) una profonda riflessione sugli Stati Uniti con gli occhi esterni di un regista franco-canadese: la tortura è un mezzo accettabile per estorcere informazioni “indispensabili alla sicurezza nazionale”? Il sospetto che genera mostri? È giusto ricorrere a metodi disumani e privare qualcuno della sua essenziale umanità nel tentativo di proteggere i propri figli? La paranoia e il caos hanno sostituito il buonsenso e le finte sicurezze dell’American way of life? Non è tanto per dare delle risposte, quanto per continuare a porsi delle domande che va visto e rivisto, se poi vi dovesse servire una spinta ulteriore butto nel piatto anche Paul Dano, Maria Bello, Terrence Howard e Viola Davis.

Suburra (2015) di Stefano Sollima (su Google Play)

Un po’ di sano campanilismo: noi italiani non ci distinguiamo certo come maestri del thriller, abbiamo ben altre doti cinematografiche, ma non includere il lungo (due ore e mezza, non certo una passeggiata di salute) film di Stefano Sollima sarebbe stato un delitto (no pun intended). Anche qui, una serie di storie intrecciate tra loro, più una colonna sonora costituita da 13 tracce degli M83, un cast dei migliori (Pierfrancesco Favino, Claudio Amendola, Elio Germano, Alessandro Borghi), un’ottima fotografia firmata Paolo Carnera, una Roma struggente, sudicia, spietata e molto bagnata sullo sfondo. Bastano per più visioni? Bastano e avanzano, considerando pure che Suburra ha dato alla luce l’omonima serie tv andata in onda su Netflix fino all’anno scorso. Della serie: genitori di un certo livello.