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10 bei film degli ultimi 10 anni che potete trovare su Netflix solo per culo

L’algoritmo fa quello che vuole. E condanna agli anfratti della piattaforma più utilizzata al mondo centinaia di film. Abbiamo scelto alcuni “invisibili” da salvare

Tom Hardy in 'Warrior'

Warrior di Gavin O’Connor (2011)

Tom Hardy aveva già fatto Bronson e Inception (senza contare le piccole partecipazioni in Black Hawk Down e Marie Antoinette: ebbene sì). Ma è questo drammone sportivo firmato dallo specialista Gavin O’Connor (vedi anche il recente Tornare a vincere con Ben Affleck) a consacrarlo come attore totale, soprattutto tra i critici. Una prova impressionante anche fisicamente: più di dieci chili di muscoli presi, in cambio di neanche una nomination (è stato però candidato all’Oscar come non protagonista il veterano comprimario Nick Nolte). Pressoché invisibile da noi, lo è anche adesso sulla piattaforma: correte a cercarlo, vi metterà al tappeto.

Belluscone – Una storia siciliana di Franco Maresco (2011)

Il mockumentary come nessuno in Italia sa (o vuole) farlo. Lasciato il duo che ha innovato il cinema e la (Cinica) tv anni ’90 (l’altra metà era Daniele Ciprì), Maresco anche in solitaria resta un autore libero, inventivo, magnificamente sospeso tra realtà e favola (sempre nera). Le “amicizie” sicule del Silvio nazionale sono una Cosa davvero Nostra, indagata con un’ironia (ma anche una precisione giornalistica) che mette i brividi. Merito anche del gigantesco Ciccio Mira, il vero impresario alla Broadway Danny Rose di Woody Allen che ruba la scena coi suoi clienti neomelodici. Idealmente seguito dall’altrettanto clamoroso La mafia non è più quella di una volta (2019): che però su Netflix non c’è, sigh.

La cura dal benessere di Gore Verbinski (2016)

L’autore della saga miliardaria Pirati dei Caraibi (e di altri piccoli/grandi film come The Mexican e The Ring) fa definitivamente flop: 8 milioni di dollari incassati, a fronte dei 40 di budget. Ma questo psycho-horror con venature mitteleuropee in stile Montagna incantata è diventato, col tempo, un vero e proprio culto cinéphile. Per l’assoluta spericolatezza con cui il big di Hollywood si lancia in un progetto pazzo, ma pieno di tensione, trovate visive e facce perfette (vedi i darkissimi Dane DeHaan e Mia Goth). Passato sotto silenzio anche nelle nostre sale, resta nascosto anche su Netflix: è ora di stanarlo.

L’eccezione alla regola di Warren Beatty (2016)

Dopo The Aviator di Martin Scorsese, un altro grandissimo dello schermo torna alla figura del produttore più leggendario (nel bene e nel male) della Golden Age: Howard Hughes. Ma Warren Beatty – è lui il “colpevole” della rilettura – non si limita a dirigere: interpreta anche il protagonista, quasi a specchiarsi dentro un cinema che non c’è più. Come direbbe la Norma Desmond di Viale del tramonto: «È diventato alla larga». Ma sta alla larga da qualsiasi cliché della classica biografia: questa, piuttosto, è una commedia da vero insider dell’industria, tra aspiranti starlette (la deliziosa Lily Collins) e mamme ancora più disposte a tutto pur di “vendere” le figlie (la sempre eccelsa Annette Bening). Altro che Hollywood di Ryan Murphy.

Midnight Special – Fuga nella notte di Jeff Nichols (2016)

Jeff Nichols è uno dei nomi più rilevanti della nuova scena americana. E anche uno dei più sottovalutati: almeno da noi. Se titoli come Take Shelter, Mud e Loving non vi dicono granché, non è solo un problema vostro: è che sono tutti usciti “male” (o addirittura rimasti nel cassetto). Netflix mette a disposizione il suo progetto più divisivo, almeno in patria: una storia di sci-fi famigliare con al centro un bambino dai poteri soprannaturali (Jaeden Lieberher prima del doppio It). Ambizioso, imperfetto, caotico: ma per questo terribilmente vivo. E con un cast notevolissimo: gli aficionados di Nichols Michael Shannon e Joel Edgerton, più una Kirsten Dunst sempre in parte.

Nocturama di Bertrand Bonello (2016)

Un gruppo di adolescenti parigini decide di piazzare alcune bombe in luoghi-simbolo della città (la sede di una banca, una statua, l’ufficio di un ministro) senza apparenti motivi: sembra una mossa quasi “annoiata” contro il famigerato Sistema. L’eterno enfant terrible Bertrand Bonello sfida ancora una volta il politicamente accettabile, se non corretto: la sua allegoria della società di oggi è arrivata a meno di un anno di distanza dai fatti del Bataclan, e infatti non l’ha voluta nessuno (né Cannes né Venezia, per capirci). E invece non ha niente di scandaloso: è una ricognizione quasi entomologica su una generazione smarrita, senza sensazionalismi e nemmeno moralismi. E con pezzi di regia incredibili: basti la seconda parte interamente ambientata in un grande magazzino di notte. Filmone.

Orecchie di Alessandro Aronadio (2016)

In una produzione comedy – quella nostrana – sempre uguale a se stessa, Alessandro Aronadio piazza un’opera seconda (dopo l’ancora più invisibile Due vite per caso del 2010) che non assomiglia a niente: per la scelta inedita del bianco e nero, per i protagonisti per una volta non rubati alla tv o al cabaret (Daniele Parisi e Silvia D’Amico), per i cammei non gratuiti (di signore del cinema come Milena Vukotic, Piera Degli Esposti e Pamela Villoresi). E, soprattutto, per un soggetto solo apparentemente assurdo: il classico trentenne insoddisfatto si sveglia con un fischio nell’orecchio, e prova a capire da cosa dipende. È una metafora, of course, ma fresca e originale. Peccato che il film successivo del regista, Io c’è, fosse una commedia uguale a tutte le altre.

Amori che non sanno stare al mondo di Francesca Comencini (2017)

Francesca Comencini è una grande regista. E un’autrice coraggiosa. Dopo il successo di Gomorra – La serie (e titoli precedenti come Mi piace lavorare – Mobbing, A casa nostra e Lo spazio bianco), sarebbe potuta restare in quei territori “sicuri”. E invece ha sorpreso tutti (o quantomeno i pochi, purtroppo, che hanno visto questo film) con una rom-dramedy del tutto insolita nel panorama nostrano, insieme divertentissima e struggente. E con una coppia di protagonisti che non si dimentica: Lucia Mascino e Thomas Trabacchi ci fanno seguire i loro tira-e-molla sentimentali come fossero i nostri. Così riuscito, nella sua naturalezza, che vorremmo un sequel: non capita spesso, in questo Paese.

Pelle di Eduardo Casanova (2017)

Il classico film fatto per scandalizzare il pubblico dei festival? Forse. Del resto, produce l’esageratissimo Álex de la Iglesia. Ma il debuttante Eduardo Casanova aveva solo 26 anni, quando il film è stato presentato alla Berlinale. E già la mano sicura di chi ha un mondo da raccontare. Un mondo certamente sopra le righe, in cui la diversità è simbolicamente portata all’estremo: vedi la ragazza con l’ano al posto della bocca (e viceversa). Tra il solito Pedro Almodóvar e il mélo anni ’50, ne esce un esordio disturbante ma decisamente interessante. E pieno di sorprese: vedi la presenza “inosservata” del supermodello Jon Kortajarena, che rinuncia a mostrarsi bellissimo per nascondersi sotto il volto sfigurato di uno dei protagonisti.

Super Dark Times di Kevin Phillips (2017)

Gruppo di adolescenti in un interno: quello della loro crescita. Kevin Phillips firma un’opera prima che è sì un teen movie, ma per nulla in linea con quelli che siamo abituati a vedere. C’è anche qui sapore di Stand by Me – Ricordo di un’estate (e, derivativamente, di Stranger Things), ma siamo più dalle parti della Sottile linea scura di Lansdale: è quello il (violentissimo) confine che separa l’infanzia dalla vita adulta, qui superato per colpa di un tragico incidente in un innocuo pomeriggio di giochi. La regia tiene alta l’attenzione/tensione, i bravissimi giovani protagonisti fanno il resto: segnatevi i nomi di Owen Campbell (visto anche in The Americans) e Charlie Tahan (Ozark), ne sentirete parlare ancora.

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