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Un BAFTA dopo l’altro

Gli Oscar inglesi incoronano Paul Thomas Anderson e deludono Timothée Chalamet. La cronaca di una serata da raccontare ai posteri

Foto: Samir Hussein/WireImage

È una di quelle cose che un giorno racconterò con la stessa lucidità di Nonno Simpson a una platea di ologrammi di bambini. «Io c’ero la sera in cui Timothée Chalamet e Leonardo DiCaprio hanno perso il BAFTA di fronte a Robert Aramayo». Chi? Eh, Robert Aramayo, che per la cronaca è un grande attore, peccato che il film per cui ieri sera, domenica 22 febbraio, si è portato a casa non uno, ma due BAFTA (e il film un terzo per il casting, quindi in pratica tre) in Italia non è uscito.

È la storia di John Davidson, un uomo che da adolescente, quand’era un portiere di belle speranze, ha scoperto di avere la Sindrome di Tourette, e che nonostante questa patologia si è costruito una vita, è diventato portavoce per tutti quelli nella sua condizione ed è pure diventato MBE, ovvero Member of the Most Excellent Order of the British Empire. E durante la cerimonia di investitura urlò anche “Fuck the Queen”, praticamente una star del punk. Nel corso della serata dei BAFTA ha avuto i suoi exploit, uno in particolare infelice, usando la “N Word” quando sul palco sono saliti sul palco Michael B. Jordan e Delroy Lindo, che hanno però capito la situazione con grande sportività.

Fatto sta che è andata così, Robert Aramayo ha battuto Chalamet e DiCaprio, e non riusciva a crederci neanche lui. Il film, dal titolo I Swear, che in inglese ha il doppio significato di “lo giuro” e “io impreco”, è una di quelle commedie sociali che negli anni hanno fatto grande il cinema britannico, praticamente il Billy Elliot della Tourette.

Detto ciò, di momenti emozionanti ne ha avuti molti altri l’edizione numero 79 dei BAFTA, ottimamente gestita da Alan Cumming, raffinato attore scozzese dall’umorismo tagliente che si è divertito a prendere di mira per tutta la serata Paul Mescal (con Gracie Ambrams al braccio) e la sua ignoranza nei confronti dei colossi del cinema britannico a cui sono dedicati i premi speciali dell’Accademia (ma è irlandese, è giustificato) e a distribuire snack ai candidati. Soprattutto, in chiusura, ha sottolineato che, in una serata in cui sono state celebrate l’arte, la diversità e l’uguaglianza, «nessuno è morto». Talvolta basta poco per far venire un travaso di bile a un vecchietto con la faccia arancione.

È stata una bella festa per il cinema, con una cerimonia asciutta ed equilibrata, in cui il momento di massimo entertainment è stata l’esibizione delle Huntrix, ovvero il trio vocale di KPop Demon Hunters, che ha cantato Golden, l’unica canzone capace di far venire i brividi alla principessa di Frozen. Per il resto, si attendeva una tenzone tra Una battaglia dopo l’altra e I peccatori: così è stato e ha vinto il film di Paul Thomas Anderson, doppiando quello di Ryan Coogler. 6-3 il punteggio di questo primo set, il prossimo si giocherà a Los Angeles il 15 marzo.

«Tutti quelli che dicono che non si fanno bei film quest’anno dovrebbero andare a nascondersi», ha detto PTA brandendo il premio per il miglior film. Ed è vero, è stata un’ottima annata, citandone uno invece dimenticabile di Ridley Scott. Soprattutto per DiCaprio e soci, che oltre al BAFTA già citato hanno portato a casa regia, sceneggiatura non originale, montaggio, fotografia e attore non protagonista, ovvero Sean Penn, una delle poche stelle di Hollywood non presenti alla Royal Festival Hall.

I peccatori ha vinto per la sceneggiatura originale, la colonna sonora e la migliore attrice non protagonista, anche questa un po’ a sorpresa, dato che la brava Wunmi Mosaku si è tenuta dietro Emily Watson e Carey Mulligan.

Tre premi anche per il Frankenstein di Guillermo del Toro (Jacob Elordi non c’era, sempre in giro per “Cime tempestose” lui), trucco e parrucco, scenografia e costumi, mentre il premio per il miglior esordio di un regista, sceneggiatore o produttore britannico è andato ad Akinola Davies Jr. per My Father’s Shadow. Dato che noi prevediamo tutto, lo avevamo intervistato quando è passato da Milano.

Il grande deluso della serata è stato Marty Supreme, e non solo per il suo interprete snobbato (e come al solito accompagnato da Kylie Jenner) mentre tutti lo davano per sicuro vincitore. Il film di Josh Safdie entra infatti nella storia dei BAFTA per essersene tornato a casa a mani vuote nonostante undici nomination. C’erano riusciti in precedenza solo Donne in amore di Ken Russell nel 1969 e Neverland – Un sogno per la vita nel 2004. Alla fine anche questo è un modo per entrare nella storia.

Premi speciali, si diceva. Uno di questi, consegnato dal Principe di Galles, William in persona, anche lui non passato indenne da John Davidson (d’altronde, mica poteva essere da meno di sua nonna), è andato a Dame Donna Langley, presidente della NBC Universal e vera e propria leggenda del cinema. 58 anni, nativa dell’Isola di Wight, quella dei Dik Dik, è la prima donna britannica a dirigere una major. Nel video che ha introdotto il suo discorso di ringraziamento l’hanno incensata Steven Spielberg, Christopher Nolan e Tom Cruise. Così, per dire. Nel suo discorso, Dame Donna ha sottolineato che «oggi stiamo affrontando momenti di cambiamento. E la mia speranza è che coloro che, come me, aiutano a raccontare storie per mestiere continuino a trovare l’ispirazione per creare opere d’arte popolari che entrino nella vita quotidiana delle persone, che ci aiutino a comprendere un po’ meglio il mondo e a vederci l’un l’altro in modo un po’ più chiaro… e che ci ricordino che la correttezza è un superpotere». Parole sante.

Parlando di premi britannici, Hamnet – Nel nome del figlio ha vinto come miglior film e la sua protagonista, Jessie Buckley, ha fatto le prove per l’Oscar portandosi a casa la maschera dei BAFTA. Un premio a testa per F1 – Il film (miglior sonoro) e Zootropolis 2 (miglior film d’animazione), così come per Sentimental Value, che ha vinto solo nella categoria miglior film internazionale. Magari si rifarà agli Oscar, dove corre con ben nove candidature. Ma il nostro amico Joachim Trier (qui la nostra intervista) ha detto belle cose nell’accettare il premio, dopo aver fatto salire tutta la delegazione sul palco insieme a lui. «Sentimental Value fa parte di un grande gruppo di film realizzati quest’anno per il grande schermo… film pensati per una visione profonda e umanistica».

Una costante, effettivamente, nel cinema di quest’anno. Oltre ai film premiati a Londra, basti pensare al Park Chan-wook di No Other Choice – Non c’è altra scelta, a La voce di Hind Rajab, L’agente segreto, e anche Father Mother Sister Brother, il Leone d’oro veneziano di Jim Jarmusch. Il cinema ci sta dicendo, abbastanza chiaramente, che dobbiamo recuperare la dimensione umana delle cose e di noi stessi. Adesso chiedo a ChatGPT come fare.

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