Silvano Agosti: «Lo Stato dovrebbe dare una casa e da mangiare gratis a tutti» | Rolling Stone Italia
Home Cinema & TV

Silvano Agosti: «Lo Stato dovrebbe dare una casa e da mangiare gratis a tutti»

Intervista (come sempre senza filtri) al più sognatore dei sognatori: regista e poeta (e un po’ guru), Peter Pan inguaribile, anarchico antisistema che si è visto salvare il suo piccolo cinema che proietta capolavori da una banca, ma non si sente in debito: «È l’Azzurro Scipioni che rende più simpatici anche i banchieri». Le sue pellicole sono di culto e la sua vita è un’utopia realizzata

Silvano Agosti nel suo cinema, l’Azzurro Scipioni di Roma

Lo Stato? Non esiste. Il lavoro? Dobbiamo sbarazzarcene. La scuola? Meglio non frequentarla. E mentre mi spiega che il cinema ormai è tutto un’industria a scapito degli autori, il suo piccolo cinema che proietta solo capolavori, l’Azzurro Scipioni a Roma – che compie cinquant’anni di attività proprio nel 2022 – riaprirà a breve dopo aver rischiato di chiudere. Ma se gli faccio notare che a salvarlo è stata una banca, BNP Paribas, non fa un passo indietro rispetto al suo atteggiamento antisistema: «Non amo i cardinali, ma se cado a terra e un cardinale mi aiuta ad alzarmi, lo ringrazio». Lui è Silvano Agosti, sceneggiatore, regista, montatore, direttore della fotografia, così come scrittore, filosofo e poeta, ma che forse preferirebbe lo presentassimo semplicemente come un essere umano, che considera «il più grande capolavoro della natura». Lo abbiamo intervistato senza nessun motivo promozionale, perché uno con la sua storia (e il suo pensiero) merita sempre ascolto, e poi che ognuno si faccia la propria opinione. E se qualcuno può considerarlo un freak, si sbaglia di grosso. Perché la sua produzione cinematografica non solo è di altissimo livello, ma è anche apprezzata in tutto il mondo (e in molti casi più che in Italia).

Il vero scandalo, semmai, è che i documentari e i film che ha girato non vengono mai trasmessi dalla tv (a orari accettabili), in particolare dal servizio pubblico: D’amore si vive è una pellicola di culto e ancora la più significativa “ricerca sulla tenerezza, la sensualità e l’amore”; con Matti da slegare ha contribuito alla chiusura dei manicomi sulla scorta di Franco Basaglia; e nel 2019 ha vinto il Nastro d’argento alla carriera per Ora e sempre riprendiamoci la vita («anche se non hanno detto di cosa parla», ci ha tenuto a precisare). Ma il suo film manifesto, quando glielo chiedo, non rientra fra quelli citati. È infatti Uova di garofano (1992), che parla di un bambino e della guerra. Più attuale di così. In più, ha contribuito alle fortune di altri. Come di Marco Bellocchio, curando il montaggio dei Pugni in tasca. E qui ci rivela che il suo contributo fu tutt’altro che secondario: «Sarebbe stato un gesto felice anche per lui se avesse riportato “un film di Marco Bellocchio e Silvano Agosti”». Così come diede a Ennio Morricone l’idea decisiva che gli cambiò la carriera: «Cominciammo a introdurre uno strumento che nessuno utilizza mai». Quale? «La voce umana».

La vita e il pensiero di Silvano Agosti possono sembrare un’utopia. Ma nel suo caso è un’utopia realizzata. A 84 anni conserva ancora l’innocenza del bambino, però con l’esperienza di chi ha girato il mondo («a piedi e in autostop e non avevo ancora 18 anni»), ha fatto incontri straordinari, dai maestri del cinema come Fellini e Antonioni ai simboli culturali della sua giovinezza, da Osho a Indira Gandhi e fino ad Alekos Panagulis. E in fondo, come contropartita a questa esistenza così intensa che un giorno dovrà finire, non chiede poi tanto in cambio. Me lo ha recitato da una sua poesia scritta a 13 anni:«Se per caso un giorno morirò, seppellitemi nudo. E i miei vestiti dateli al primo povero che passa. E invece di portarmi in una cassa, copritemi col velo dei ricordi».

Silvano Agosti vende i suoi libri fuori dall’Azzurro Scipioni

Silvano, ma è vero che da bambino non sei andato a scuola?
Non ho fatto le elementari, purtroppo le magistrali sì. Ma le ho frequentate per modo di dire: un giorno andavo e tre giorni no.

Insomma, la tua battaglia contro la scuola è iniziata fin da piccolo.
Considero la scuola uno strumento che consente al potere di convincere le persone che è naturale e giusto non sapere niente per tutto il resto della vita. Prova a domandare qualcosa a chi è andato a scuola, ti risponderà: boh. Sono tutti dei bohlogi!

Quindi come hai trascorso l’infanzia?
Stavo tutto il tempo a piedi nudi sulle colline, ero amico delle volpi bianche che mi venivano a trovare, delle farfalle che mi si posavano sulle spalle. Lascia stare lo studio per carità, per carità. È come imboccare qualcuno che non ha fame. Non ho mai capito come fa l’insegnante a sapere che le venti persone obbligate ad ascoltarlo sono davvero interessate. Probabilmente solo due o tre su 20.

In passato hai detto: «Se la gente vivesse non sotto gli obblighi ma secondo i desideri, il mondo sarebbe straordinario».
Io credo nell’incontro. Se dai 6 anni in poi tutti si incontrassero insieme al parco, si verrebbe a creare la scuola perfetta. Se qualcuno volesse sapere qualcosa, troverebbe sempre chi è in grado di rispondergli. Sarebbe in costante contatto con il proprio futuro, ti sembra poco?

Una bellissima utopia. Poi però alle magistrali ci sei andato.
Certo, ma sono stato subito espulso per due mesi perché ho organizzato una gara di masturbazione tra ragazzi durante la lezione di filosofia. Un ragazzotto che non si era mai masturbato si è messo a gridare, ci hanno scoperto e hanno punito me. Questo è stato il mio rapporto con la scuola.

In seguito hai viaggiato tanto, anche in autostop.
A piedi e in autostop. Il primo viaggio a Gerusalemme, sono arrivato in tre giorni e mezzo. Poi tutta l’Africa. Non avevo ancora 18 anni.

Sei partito per cercare l’ispirazione che hai trasferito nei tuoi film?
Ma no, ero troppo giovane. Non pensavo ancora ai film. Però intanto mi sono impossessato del mondo. Viaggi lunghissimi in autostop e sacco a pelo, dormendo nei posti più strani. Ma ovunque fossi, visto che dimostravo ancora meno anni, la mattina tutti mi portavano la colazione.

Qual è stato il primo approccio con il cinema?
Quando sono tornato, all’inizio degli anni ’60, mi sono iscritto a Roma al Centro Sperimentale di Cinematografia. Ci hanno chiesto di produrre un piccolo film e il mio primo, non ne avevo mai fatto uno prima, viene ancora considerato molto bello.

Di cosa parlava?
Durava sei minuti ed era la storia di una donna che esce di casa, fa una lunga passeggiata, entra in una chiesa e quando arriva in sacrestia fa l’amore con una statua di Gesù Cristo.

Immagino sia stato subito censurato.
Certo, certo… Ma la forma di censura peggiore che io ho subìto e continuo a subire è l’emarginazione. Sai che ho preso il Nastro d’argento per il mio ultimo film?

Sì, per Ora e sempre riprendiamoci la vita.
Però il tema della pellicola non lo sa nessuno. La mia fruttivendola non lo conosce, perché non l’ha scritto nessun giornale.

Non possono fare a meno di premiarti, ma non hanno il coraggio di dire per cosa?
Esatto, proprio così. Io li capisco, non li disprezzo. Hanno i loro interessi, prima di tutto il denaro. Il mio invece è il sentimento. Io sono sulle rive di un meraviglioso fiume in India e loro se ne stanno in una piscina.

Torneremo sul tuo rapporto con l’industria del cinema. Prima volevo chiederti com’è stato collaborare con Marco Bellocchio nel suo film che lo ha reso celebre, I pugni in tasca del ’65.
Non è stata una collaborazione. Non ho mai lavorato al montaggio dei Pugni in tasca insieme a Bellocchio, per carità. Tanto è vero che quando Marco ha visto il film ne è rimasto così felice che mi ha detto: «Questo film non lo riconosco più, parla tu con Ennio Morricone per le musiche».

Per cui I pugni in tasca si può considerare anche tuo.
Sarebbe stato un gesto felice anche per lui se avesse riportato “un film di Marco Bellocchio e Silvano Agosti”. Perché Marco per tutta la vita ha avuto questa forma di imbarazzo a parlare di quel film quando lo intervistavano.

In che modo hai lavorato sul girato?
Sono stato sei mesi da solo con il film e l’ho trasformato. Il montaggio è l’educazione delle immagini. Le immagini con il montaggio esprimono la loro cultura.

Cosa mancava al film per avere la forza che ha poi espresso?
Mancava la luminosità, il ritmo e la possibilità di capirlo e apprezzarlo fino in fondo.

Però ti ha dato la possibilità di conoscere Ennio Morricone. Spesso anche i tuoi film si sono avvalsi delle sue colonne sonore.
Tieni conto che ha realizzato la musica per quattro miei film, e tutto gratuitamente. Anzi, ha pagato a sue spese i musicisti e i cantanti.

Per amicizia?
Non solo, per una ragione precisa. Quando Bellocchio mi chiese di parlare con Morricone per le musiche dei Pugni in tasca, gli dissi una frase che da allora lo ha convinto a fare per me tutto gratis: “Senti un po’ Ennio, basta con la musica da film. Cominciamo a introdurre uno strumento che nessuno utilizza mai”. “Quale?”, Mi rispose. E io: “La voce umana”. Da quel momento in poi l’ha inserita ovunque, e questo lo ha reso famoso in tutto il mondo essendo l’unico a farlo.

Quello che tocchi diventa oro.
Sono di natura molto creativo, la creatività fa parte del mio essere. Se mi dai in mano una sedia, io te la trasformerò in un’automobile e poi la vedrai partire da sola.

Silvano Agosti con Ennio Morricone

Nel ’68 hai partecipato ai movimenti giovanili e hai documentato tutto.
Ho filmato tutte le manifestazioni, ho 25 ore di registrazioni, compresa un’intervista con una delle due ragazze del massacro dei Circeo. Ho tanto materiale importante.

Il ’68 è stata una rivoluzione mancata?
Non direi per niente mancata. Il problema è che la rivoluzione è iniziata con un’energia straordinaria, perché comprendeva studenti, insegnanti e genitori. Erano tutti felici di costruire insieme una scuola diversa, non come questo noiosissimo percorso che ci propinano oggi. Senonché il potere ha detto: ahi ahi ahi, sta succedendo qualcosa che non va bene!

E quindi?
Allora sono nate le Brigate Rosse, si sono inventati la violenza nelle strade, le stragi, così i genitori si sono ritirati, gli insegnanti li hanno seguiti, e in questo modo hanno bloccato la trasformazione.

Le Brigate Rosse le ritieni uno strumento di repressione?
Assolutamente sì.

Mi sembra che tu tenga ancora fede a quei valori.
Tutti portano avanti per la loro intera esistenza i valori che hanno vissuto. Io ho avuto la fortuna di avere una vita talmente intensa e diversa, cominciata dal camminare a piedi neanche diciottenne verso Gerusalemme e in giro per l’Africa, poi in India, che ho attraversato guidando un camion a rimorchio, e in seguito nel resto del mondo.

È in India che hai intervistato Osho.
Era il grande saggio di quel periodo. In India ho intervistato anche Indira Gandhi. Io ero un signor nessuno, ma telefonavo e dicevo “Vengo dall’Italia, mi piacerebbe fare qualche domanda a Indira Gandhi oppure a Osho”, e loro mi ricevevano. A uno che ha fatto 12mila chilometri per incontrarti come fai a dire di no? Un giorno intervisterò Dio, ho talmente tante domande da fargli.

Un altro tuo documentario struggente è Altri seguiranno su Alekos Panagulis, del ’73.
Lui è stato un eroe. L’ho conosciuto in Grecia e mi ha presentato sua mamma. Il titolo me lo ha dato lei. È una frase che disse la madre intuendo che il figlio stava preparando la propria morte: “Adesso basta Alekos, altri seguiranno…”. Lui le ha risposto “Non ancora”, e lo hanno fatto fuori iniettando un sonnifero dal finestrino dell’auto e portandolo a fare l’incidente mortale. Allora i colonnelli ammazzavano persino le mosche, se non si sottomettevano al loro potere.

In quell’occasione hai conosciuto anche Oriana Fallaci. L’hai definita “una donna disperata”.
Incredibilmente seria e disperata. Un po’ perché le hanno ammazzato il fidanzato, e un po’ perché lei cercava un eroe da amare, ma purtroppo loro due non potevano neanche fare l’amore.

Come mai?
Lo dice Alekos nel mio film. Gli avevano inserito nel pene un’asticella di ferro arroventata. Era una delle tante torture che gli hanno inflitto i suoi carcerieri. Per cui puoi immaginare come avrebbe potuto fare l’amore…

Faccio un salto temporale allo scorso anno, quando sei stato ospite di Luca Barbareschi nella trasmissione In Barba a tutto su Rai 3. Ha provato a chiederti diverse volte come avessi fatto a vivere sostenendo di lavorare soltanto un’ora al giorno.
Intanto lui mi interrompeva sempre, chissà perché. Saranno i tempi televisivi. Poi qualcuno mi ha sgridato perché sono andato ospite da lui. Ma non vedo quale sia il problema, è una trasmissione seguita da tante persone che non sentono mai le cose che dico io, per cui l’ho ringraziato.

Ha ricordato la voce che circolava a Roma secondo cui avresti avuto una nonna miliardaria.
Mia nonna, poverina, è venuta a mancare quando avevo 4 anni, forse possedeva sì e no tre o quattro galline, e fino all’ultimo giorno è andata in giro a piedi nudi. Eravamo una famiglia poverissima.

Come ti spieghi queste voci?
Sono come le voci messe in giro sulla vita di Gesù. Non hanno senso, ma servono ad allontanare le persone da certi pensieri. Il potere si difende come può. È la lotta della società da quando è nata a quando non si trasformerà in una comunità unica in tutto il mondo. Queste sono le vere guerre: tra la ragione e la realtà e tra il potere e il sentimento. Io sono sulla riva del sentimento, altri del potere. Non sono neanche due fiumi diversi, sono due mari distanti.

Capisco vivere nel sentimento, però non sembra facile mantenersi soltanto con quello.
Ma è il lavoro ad essere uno scandalo! L’essere umano va liberato. Invece per sfruttare la gente hanno creato la cultura del “fortuna che ho trovato un impiego”. E con la propaganda che fa credere che chi non lavora non mangia. Ha funzionato. Come fa una persona a ritenersi fortunata a investire il 90 per cento del suo tempo nel lavoro? E dicono anche “grazie che mi hai fregato la vita”.

Come si fa a vivere senza lavorare?
Io sono per una società che dà cibo e case gratis a tutti. Le altre non sono Srl ma Sri, e cioè società a responsabilità illimitata.

Quando hai avuto a che fare con l’industria del cinema hai avuto degli scontri a causa di questo tuo modo di intendere il mondo?
No, no, perché tanto i miei film non li ha mai voluto distribuire nessuno. Persino l’Istituto Luce, che li ha acquistati, ha fatto una distribuzione per modo di dire. Non perché è cattivo, ma perché i dirigenti dei miei film non vogliono sentir parlare, preferiscono la mediocrità culturale che gli garantisce la massa. Le mie pellicole invece sono adorate da sei-sette persone alla volta. Eppure, una volta ho assistito a un mio film proiettato in una piazza di fronte a quattromila persone e non dimenticherò mai il fascino dei silenzi che si è creato.

E nell’unica ora al giorno in cui lavori, di cosa ti occupi?
Mi sono mantenuto perché parte del lavoro che ho prodotto l’ho gestito direttamente e venduto in autonomia. Poi ho montato i film di altri venendo pagato, perché non sono solo bravo, sono il numero uno. Oppure vendendo i miei dvd e libri. Ora ho capito che è molto più intelligente farli stampare e distribuire dalle case editrici, perché da solo non riuscivo a raggiungere tante librerie. Adesso ne pubblicherò un altro.

Ti va di anticiparmi qualcosa?
Si chiama Cerco in me la donna ed esce a dicembre per Aiep Editore di San Marino.

Parlerà di emancipazione delle donne?
Non delle donne, ma della donna. Che è l’emblema. Uno dei più grandi misteri dell’universo.

Immagino che tornerai su una tua vecchia battaglia, quella contro la monogamia.
Proprio così. La donna del romanzo si accorge con orrore di essere stata cresciuta monogamica e si chiede: ma perché sono costretta a far l’amore solo con un uomo per tutta la vita? Così va da un guru che le consiglia di pensare di non essere infelice perché non va con tanti uomini, ma perché non lo desidera più. E lui le spiega come ritrovare quel desiderio e finalmente ritroverà la serenità.

Neanche la poligamia è una soluzione?
È una somma di orrori. Già il matrimonio è in sé un orrore, una convivenza coatta dove la donna firma un contratto per sottomettersi all’uomo.

La tua compagna è d’accordo?
Lei ha la fortuna di avere il senso della propria libertà. Ha la sua casa, quando viene a trovarmi è perché vuole farlo e non ha l’obbligo della convivenza. Persino se convivessi con Dio ci sarebbero dei grossi problemi. E Dio è bravo e buono, ma anche in quel caso sai che rottura di palle micidiale?

Nonostante tu sostenga l’emancipazione della donna, non ti ho mai visto intervenire a favore dei movimenti femministi che si sono sviluppati in questi anni.
Perché li considero i sorrisi di quelli che ti stanno portando alla condanna a morte. Quei movimenti sono dei conati che non riescono mai a raggiungere il loro obiettivo per una semplice ragione: è molto più forte la cultura di Stato rispetto alla cultura della poesia.

Da buon anarchico hai definito lo Stato “un’amnesia sociale”.
Per me lo Stato non esiste. Ci sarà quando ogni persona a 18 anni riceverà una casa in comodato d’uso e due pasti al giorno al ristorante pagati dallo Stato. Altre forme statali non le concepisco. Non essendoci niente non si può neanche criticare. La politica è una gigantesca mano che prende per il naso l’umanità e la porta a fare un giro nel nulla, come si fa per distrarre i bambini.

Neppure la religione può essere almeno di conforto?
Da quando ha assunto caratteristiche industriali è come il cinema. Il cinema è nato d’autore e poi lo hanno trasformato in industriale. Così la religione si è inventata un rapporto con un Dio fittizio. È passato dall’essere ovunque ad avere una sola casa. C’è una mia poesia che recita: “Pesante sarà il tributo che pagheranno coloro che hanno imprigionato Dio nelle chiese. Lasciatelo libero, almeno lui”. Dio, se c’è, è dappertutto, non solo nell’oscurità della chiesa e avvolto dall’odore di incenso.

Vivendo a Roma da molti anni, vedo che la presenza del Vaticano non ti ha influenzato.
Io abito a centro metri dal Papa.

E se incontrassi Papa Francesco, cosa gli diresti?
Sei il primo Papa che mi è simpatico perché zoppo.

Ritorno al cinema, perché nel 2003 hai scritto un libro che oggi è quanto mai attuale che si intitola Breviario di cinema – Come realizzare un film senza denaro o per capirci meglio senza spendere neppure un euro. Molto utile vista la crisi economica che attraversiamo.
Io i miei film li ho fatti tutti o quasi senza denaro. Ma perché in fondo fare un film è come fare l’amore. Tu dici: mi piace molto quella donna, devo trovare i soldi? Un film si fa con lo stesso sentimento con cui si fanno i figli. E io sono stato molto incosciente in questo senso.

Perché?
Pensavo di fare i film e, se piacevano, che li avrebbero distribuiti. Invece no. Allora mi sono dovuto inventare di aprire l’Azzurro Scipioni. Nell’81 ho prodotto un film di Franco Piavoli, che poi è diventato un grande autore, e siccome non trovavamo chi lo distribuisse, per farlo vedere alla gente ho aperto il mio cinema e l’ho proiettato per sette-otto mesi. La sala era sempre piena.

Tutti i tuoi film senza soldi e senza troupe.
Tu ce l’hai la fidanzata?

Sì…
Ecco, mettiamo che tu e la tua fidanzata vi mettiate d’accordo che quando lei ha bisogno di carezze chiami un accarezzatore bravo, professionale, che la accarezza. Quando ti chiede di baciarla arriva un baciatore che sa farlo come nessun altro. È tutto assurdo, no? La figura del regista con la troupe è stata inventata di sana pianta dall’industria. L’autore dava fastidio perché era difficile da comprare, il regista no. Ma se la fotografia la affidi a un altro, il montaggio anche, i dialoghi pure, alla fine il regista, poverino, si ritrova a essere soltanto una creatura industrializzata.

Chi sono i tuoi riferimenti cinematografici?
Gli autori, tutti quelli che non sono registi. Bertolucci, Bellocchio, Antonioni, Fellini, De Sica. Questi sono i grandi del cinema.

Dei grandi di oggi, due nomi su tutti come Paolo Sorrentino e Matteo Garrone, cosa pensi?
Che sono un misto, hanno qualcosa di autorale. Ma non sono autonomos, cioè creatori della loro stessa legge. Rimangono ancora degli esecutori di una legge con la quale sono d’accordo.

Cosa distingueva i grandi del passato rispetto a quelli di oggi?
La semplicità. I film di Antonioni sono estremamente semplici, come quelli di De Sica. Prendi Ladri di biciclette. È una pellicola importantissima, perché ha riportato a galla la freschezza del Neorealismo. Ma nello stesso tempo era detestato dall’industria. Quando ha sfondato gli incassi in America, a Hollywood gli ha dichiarato guerra. Si sono chiesti: se un film costa poche lire, noi cosa facciamo con tutti questi miliardi? Loro hanno bisogno che i film costino tanto, sennò a cosa servono tutte le persone che ci lavorano?

Oggi i film vengono visti sugli smartphone, altro che sala cinematografica…
Quando vedo qualcuno che guarda un film sul cellulare penso a quelli che sono nati esseri umani, cioè il più grande capolavoro della natura, e si presentano dicendo: “Piacere, io sono un geometra”.

Si può dire che D’amore si vive è il manifesto della tua poetica cinematografica?
È un film popolare, in quanto c’è dentro il popolo. Ma il mio film più strutturato è Uova di garofano. È anche attualissimo, parla di un bambino e della guerra. Bisognerebbe che lo trasmettessero tutte le sere alle 21. Invece quando l’hanno trasmesso è passato alle 6:30 del mattino.

Non proprio la fascia oraria migliore per apprezzarlo…
No no, è stato visto da una ventina di persone.

Ah, è vero che i numeri non sono importanti per te. Infatti all’Azzurro Scipioni hai raccontato di aver proiettato film, in alcune sere, anche per un solo spettatore. E che quella persona, benché da sola, era lì “in rappresentanza di tutta l’umanità”.
Se pensi che Dante Alighieri, il Gesù della cultura, è stato massacrato di botte, gli hanno bruciato i libri, e quando si sono stufati l’hanno condannato a morte… È dovuto scappare perché aveva osato alludere alla religione come a una commedia. Non a caso la sua opera si chiama Divina commedia.

Silvano Agosti con una copia di ‘Uova di garofano’

L’ultima volta che ci siamo sentiti era il 24 dicembre del 2020 e mi avevi annunciato la chiusura dell’Azzurro Scipioni. Ora invece sei a un passo dalla riapertura grazie a un episodio magico. L’amministratore delegato di BNP Paribas, Jean-Laurent Bonnafé, che dopo aver visto il tuo film D’amore si vive decide di sostenere attraverso la banca la ristrutturazione e l’affitto per i prossimi cinque anni.
“Quello devo aiutarlo”, ha detto in francese.

Allora non è vero i banchieri non hanno un cuore.
Ce l’hanno, ma in genere non lo adoperano. Preferiscono usare il fegato. Infatti per dirsi che sono bravi usano questa espressione: “Quell’uomo ha fegato”.

Altri al tuo posto avrebbero fatto i salti mortali.
Non amo i cardinali, ma se cado a terra e un cardinale mi aiuta ad alzarmi lo ringrazio.

Non arretri di un passo rispetto alle tue critiche verso il sistema capitalistico.
Hanno fatto semplicemente il loro lavoro: pagare la ristrutturazione e l’affitto. Io non mi sento di essere sostenuto dalla banca, al contrario: per certi versi sono io a sostenere la banca. Non è che i banchieri attraggano le simpatie della gente, per cui aiutando l’Azzurro Scipioni un po’ di simpatia se la stanno attirando, no? L’importante è che i film d’autore abbiano trovato una dimora.

Hai in mente qualche novità?
Il massimo della novità sono i capolavori. Le sale commerciali non li proiettano mai. Devono far passare i film immersi di mediocrità in modo che questo garantisca l’afflusso delle masse, già immerse nella mediocrità della televisione.

Oggi cosa farai nella tua ora di lavoro?
Visto che stiamo parlando da mezz’ora, oggi lavorerò soltanto un’altra mezz’ora.

Questo era già lavoro?
Ma certo!

Prima di salutarci ho ancora due curiosità. Cosa pensi di aver imparato da tuo figlio?
Tutti i bambini che vedo li considero miei figli. Il mio figlio prediletto è un capolavoro, come ogni essere umano. Non credo si piegherà mai alla mercificazione del suo talento. Ho imparato da lui che l’assenza del padre è importante tanto quanto la presenza.

Mi hai parlato tanto della bellezza della vita, ma hai mai pensato alla morte?
Come dice Aristotele: l’essere umano è mortale, Silvano è un essere umano, quindi a un certo punto Silvano morirà. Ti recito una mia poesiola che ho scritto a 13 anni, mentre tornavo disgustato dalla scuola: “E se per caso un giorno morirò, seppellitemi nudo. E i miei vestiti dateli al primo povero che passa. E invece di portarmi in una cassa, copritemi col velo dei ricordi”. Quindi vorrei soltanto essere ricordato.

Altre notizie su:  Silvano Agosti