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Zerocalcare ci dice (ancora) quanto è bello essere sfigati

‘Strappare lungo i bordi’, la sua prima serie animata prodotta da Netflix e presentata alla Festa del cinema di Roma, è un’ode ai nerd e ai boomer (di spirito). E a mammà: su cui, finalmente, giustizia è fatta

Foto: Netflix

Roma, la Tiburtina, i bagni degli uomini vs i bagni delle donne. E poi il traffico, tanto traffico, la scuola, l’ansia, molta ansia, e le insegnanti frustrate ma soprattutto i bambini frustrati (non vuoi forse essere un genio agli occhi di mamma?). Troverete tutto questo – e molto altro – nella prima serie animata di Zerocalcare, Strappare lungo i bordi, presentata ieri in anteprima alla Festa del cinema di Roma e in arrivo dal 17 novembre su Netflix. Sì, esatto: tocca aspettare ancora un (bel) po’, però voi, che siete qui a leggere questo articolo, volete saperne qualcosa di più. Subito. Adesso. E senza spoiler. Così sia, allora: ecco, per punti, quello che non avreste mai detto o immaginato su Zerocalcare, la serie e la mamma dell’autore (signora, è giunta l’ora che qualcuno le renda giustizia).

Sfigati di tutto il mondo, unitevi

Zerocalcare è il Braveheart di tutti noi boomer sfigati: il Mel Gibson mancato di Tor Bella Monaca che, al grido di “libertààà!”, risveglierà il nostro orgoglio di disadattati sociali. Lo farà per l’appunto con Strappare lungo i bordi, che è sì una storia molto simile a tutte quelle che il nostro ha già scritto in precedenza, ma è la prima, animata, ad andare su Netflix. E sapete cosa vuol dire? Vuol dire che cento e rotte colonie di Netflix (ormai chiamarli Paesi è riduttivo) sghignazzeranno davanti al suo genio coatto, da centro sociale, catapultati in un mondo anni luce lontano dal loro eppure così familiare. Zerocalcare riabiliterà il disagio sociale elevandolo a metafora ironica della vita. Insomma, riscatterà ognuno di noi perché (diciamolo) siamo tutti un po’ degli sfigatoni. «Quando ho iniziato, ero convinto che il punto di forza delle mie storie fosse Roma e che, quindi, i mie fumetti piacessero solo aI romani», spiega Zerocalcare, «poi ho pensato che a fare la differenza fossero i riferimenti generazionali e che quindi mi leggessero soprattutto i miei coetanei, ma la verità è che piacciono a tutti coloro che, come si dice a Roma, stanno un po’ impicciati: piaccio agli sfigati, a coloro che non hanno trovato il loro posto nel mondo». A occhio e croce, quindi, mezza umanità. Che è poi esattamente la platea di Netflix.

La colonna sonora da boomer

Anche riguardo alla colonna sonora, Zerocalcare non ha guardato in faccia a nessuno: «È da vero boomer», anticipa. Nella serie, il nostro rispolvera infatti tutti i best of degli anni ’80 e ’90, dando vita ad accoppiate surreali dove Manu Chao balla il twist col Tiziano Ferro di Sere nere. «Ho messo dentro il mio mondo musicale, compreso il punk: nei fumetti ho sempre indicato, con delle note a margine, le canzoni da sentire durante la lettura, ma temo che nessuno abbia mai dato seguito alle mie indicazioni. Qui invece, essendo una serie d’animazione, ho potuto imporla», gongola Zerocalcare. Ebbene, in questo calderone sonoro a un certo punto spunta fuori addirittura Ron: capite? Ron! «Avevamo bisogno di un pezzo romantico: una di quelle robe melense che senti quando sei in macchina con i tuoi genitori», spiega Zerocalcare. «All’inizio in realtà volevamo mettere la canzone di un altro cantautore italiano, che però ci ha pisciato (termine romano che vuol dire negare il consenso, nda). Così, dopo molte ricerche, ci siamo buttati su Ron».

Zerocalcare è un tristone

Foto: Netflix

A dirlo è lui stesso: «Io sono un tristone ma, essendo sono nato a Roma, so benissimo che i piagnoni sono l’ultimo anello della catena alimentare delle prepotenze. Quindi attorno alla mia tristezza ho costruito un’impalcatura di ironia e di divertimento che serve solo a mettere le mani avanti: se tu sei il primo a prenderti in giro, nessuno ti bacchetterà». Un tantino crepuscolare, lo conveniamo. Però il nostro non mente. Basti pensare che Zerocalcare non viaggia quasi mai (lo dice lui), passa tutto il giorno chiuso in camera sua (lo dice sempre lui) ed «evita di fare nuove conoscenze per non fare torti ai vecchi amici che non vedo mai». Morale: quando gli chiediamo “Ma allora come cavolo spenderai tutti i soldi che guadagnerai con Netflix”, risponde: «Saldando i conti di avvocati e medici». Ah, be’…

L’ode alla mamma

È giunto il momento di fare giustizia: è ora di dare a Cesare quel che di Cesare e svelare chi si nasconde dietro il successo di Zerocalcare. Ovvero: sua madre. Sì, certo: quando lavora alle sue storie, Zerocalcare deve rendere conto alla propria «tribù di talebani» (sarebbero i fan) che non può assolutamente tradire («altrimenti mi vengono a piglia’ sotto casa»), e si confronta con i suoi amici del centro sociale. Questo mix di aspettative, pressioni interne ed esterne lo aiuta a tenere la barra dritta, cosa che peraltro ha fatto finora. Però, se si ficca nei guai, è a mammà che chiama: «Mia madre è un grosso aiuto: abitiamo nello stesso quartiere e se io ho bisogno e lei non sta lavorando… mi appoggio in maniera indecorosa a lei», ammette. Vedremo la madre in azione anche nella seconda puntata della serie. Però, tranquilli: abbiamo verificato. Zerocalcare non abita più da un pezzo con sua mamma, perché va bene essere un po’ sfigati, ma pur sempre con dignità.

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