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Zendaya, e Zendaya sempre, e fortissimamente Zendaya

Ode a colei senza la quale (molto di) tutto ciò che è ‘Euphoria’ non sarebbe stato possibile. E poi tutto il resto. Zendaya con le mani, con i piedi, con la testa, con il petto, con il cuore ciao ciao

Foto: HBO

Euphoria finisce domani (per ora: ne riparleremo poi nel 2024 con la già confermata terza stagione), e mi piace immaginare i miei amici, i miei datori di lavoro, chiunque mi stia gravitando intorno da metà gennaio, tirare un respiro di sollievo: meno male, mo’ questa la smetterà di ammorbarci sempre e solo con Euphoria. Sì, adesso smetto, ma prima pretendo il mio ultimo canto del cigno, il mio last but not least, la mia ode a colei senza la quale (molto di) tutto ciò non sarebbe stato possibile.

Lei è Zendaya Maree Stoermer Coleman, per chiunque ormai semplicemente Zendaya: icona della Generazione Z, Y, X, mettiamoci pure l’intero alfabeto; con i bermuda larghi e le All Star; con i capelli mossi e spettinati ma anche lisci e cotonati ad arte; con le décolleté col tacco vertiginoso che la fanno inciampare sui sampietrini romani, lei ci scherza sopra ed è subito buffa caricatura di sé stessa; con il fidanzatino Tom Holland e le deliziose gag snocciolate nei talk show a cui vengono invitati, che chissenefrega se sono spontanei o se è una roba scritta a tavolino, godiamoci lo spettacolo; Zendaya con le mani, con i piedi, con la testa, con il petto, con il cuore ciao ciao.

Nessuno è immune al suo richiamo: non certo Pierpaolo Piccioli, il direttore creativo di Valentino che l’ha voluta nella nuova campagna della maison per la collezione Rendez-Vous – diretta da Marcell Rév, direttore della fotografia di Euphoria (aridaje) e da Scott Sakamoto – girata ai Warner Bros. Studios a Los Angeles, con colonna sonora degli XX. Non certo Luca Guadagnino, che l’ha scelta per il suo prossimo film a tema tennistico, Challengers, con un cachet da far girare la testa: dieci milioni di dollari. Non certo Ronnie Spector, che l’ha personalmente selezionata per interpretare sé stessa nel biopic ispirato al libro Be My Baby: How I Survived Mascara, Miniskirts, and Madness, or My Life as a Fabulous Ronette, scritto dall’artista in collaborazione con Vince Waldron. Non certo Francis Ford Coppola, che l’ha scritturata per la sua epopea sci-fi Megalopolis, progetto autofinanziato in barba agli studios con un budget di 120 milioni di dollari. Non certo Denis Villeneuve, che in Dune: Part II è fermamente intenzionato a regalarle assai più di quei sette minuti risicati che la vedevano protagonista nel primo capitolo della saga.

Un mondo stregato da Zendaya, un mondo che, almeno in Europa, fino a cinque anni fa manco sapeva chi accidenti fosse, sebbene negli Stati Uniti avesse già alle spalle una carriera musicale e televisiva mica da ridere. Galeotto fu Spider-Man: Homecoming del 2017, dove la nostra esordisce nei panni di Michelle Jones-Watson detta MJ, chiaro omaggio all’indimenticata Mary Jane Watson detta MJ di Kirsten Dunst, che nonostante le polemiche e le speculazioni (un’attrice afroamericana nel ruolo di MJ? Ma siamo diventati pazzi?) riesce a mettere d’accordo critica e pubblico. Zendaya insomma funziona, anzi, funziona benissimo: il film incassa 117 milioni di dollari nel suo primo weekend, classificandosi al primo posto al botteghino; lo stesso anno è co-protagonista, insieme a Hugh Jackman e Zac Efron, dell’acclamato musical The Greatest Showman; nel 2019 torna a vestire i panni di MJ in Spider-Man: Far from Home, vincendo un Saturn Award.

Intanto iniziano a circolare i gossip: è soltanto amicizia quella con Tom Holland aka Peter Parker? O forse c’è di più? Non c’è tempo però per i viaggi mentali e per le supposizioni: sempre nel 2019 debutta su HBO in Euphoria, e lì cambia tutto. La sua Rue Bennet è la “mia” Zendaya: sfatta, tossica, con i capelli lunghi, mossi e scarmigliati, il trucco colato, gli outfit da tomboy; pessimista, cupa, sarcastica ed egoista come ogni drogato che si rispetti; mai così bella, mai così brava, mai così Zendaya. Arriva la consacrazione globale, un Satellite Award, un Emmy come migliore attrice in una serie drammatica (e chissà che non faccia doppietta, attendiamo le nomination il prossimo 12 luglio), una granitica certezza: non esisterebbe Euphoria senza Zendaya.

Lo sa il regista e sceneggiatore Sam Levinson, che la vuole anche in Malcolm & Marie, il primo film a essere completato dopo lo scoppio della pandemia, al fianco di John David Washington; lo sa Denis Villeneuve; lo sa John Watts, che investe parecchio su di lei in Spider-Man: No Way Home, uscito a metà dicembre 2021 e rivelatosi una vera e propria macchina da soldi (un incasso complessivo di circa un miliardo e 800 milioni di dollari, a fronte di un budget di produzione di 200).

Archiviata la storia d’amore con Jacob Elordi aka Nate Jacobs, l’equivalente euphoriano del nostrano Nino Sarratore ommemmerda, Zendaya dona ai fan l’happy ending che sognavano da tempo: sì, lei e Tom Holland stanno insieme e sì, sembrano davvero tanto tanto felici. Azzardo un parallelismo: gli anni ’90 stanno a Mark Renton (vedi alla voce Ewan McGregor in Trainspotting) come gli ultimi due anni (e probabilmente quelli a venire) stanno a Rue Bennet. Cambiano le mode, cambiano le droghe (ma sempre di oppiacei si parla), abbiamo voluto l’empowering femminile e dunque ora il tossico è donna: dicono che si stava meglio quando si stava peggio, io dico che si sta decisamente meglio da quando c’è Zendaya.

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