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Wanna Marchi ci ha incul*ti ancora

«I cogli*ni vanno incul*ti», dice la teleimbonitrice più famosa d’Italia nella docuserie Netflix che la racconta. Una ‘WannaVision’ che è, soprattutto, il ritratto di un Paese in trasformazione, tra sogni di successo e spregiudicatezza oscura. Ecco perché è imperdibile

Wanna Marchi in un frame della docuserie ‘Wanna’

Foto: Netflix

L’Italia: “un Paese di musichette mentre fuori c’è la morte”. Questa definizione della nostra nazione presente nel famoso monologo recitato da un magistrale Valerio Aprea nella terza stagione di Boris è anche l’unica che mi viene in mente per sintetizzare efficacemente la vita catodica e professionale di Wanna Marchi, che da ieri gli abbonati Netflix possono ripercorrere grazie a Wanna, docuserie in quattro episodi di Alessandro Garramone scritta con Davide Bandiera e diretta da Nicola Prosatore. Le musichette evocano l’allegria energica e spregiudicata dell’Emilia, patria di Marchi, e i jingle delle tv locali che negli anni ’80 spuntano come funghi sulle frequenze dei nostri televisori. E poi c’è la morte, il lato oscuro, che prefigura il dramma di famiglie gettate sul lastrico da una truffa multimiliardaria, le liti, le invidie, gli incendi dolosi, le telefonate intimidatorie, la camorra, il carcere.

Wanna è la storia della più grande teleimbonitrice italiana, ma è anche e soprattutto quella di un Paese in trasformazione, di quei bombastici anni ’80 di Dell’Utri e Berlusconi, delle paillettes, delle valigette coi rotoli di contanti, della proliferazione delle televisioni private e locali che, come in un libro di Stephen King, aprono un portale su una nuova dimensione affascinante e oscura, dalla quale però fuoriescono mostri. I mostri sono i televenditori, divinità catodiche minori ma che rispetto alle figure più istituzionali e rassicuranti della tv nazionale si muovono con una spregiudicatezza e una libertà sconvolgente per l’epoca: il compianto Franco Bertocchi della Vecchia Filanda 2, che parlava un grammelot violento e bruciava in studio i mobili non degni di far parte del suo campionario; il mitico Roberto da Crema e il suo rantolo asmatico mentre sbatte sul bancone copie cinesi degli Swatch; l’untuoso e professionale Valter Carbone, araldo di Aiazzone e successore di Guido Angeli; il cinefilo Joe Denti che duettava con lo scorbutico pupazzo ottuagenario del Colonnello Kurtz. Ma su tutti troneggia la figura autoritaria, spiritata, energica e autentica personificazione della locura di Wanna Marchi: nata da famiglia contadina molto povera, incastrata in un matrimonio con un uomo fedifrago e violento, trova inaspettatamente la sua rivalsa sociale truccando i morti all’obitorio di Bologna.

Una provvidenziale botta di culo (una signora che, per l’ottimo lavoro di restauro fatto sulla figlia defunta, molla a Wanna un milione e 500 mila lire) le consente di mettersi in proprio e iniziare un’attività di estetista, a cui segue la naturale evoluzione per una donna nata per vendere e stare davanti alla telecamera: le televendite. Tute dimagranti, alghe, creme riducenti, il leggendario Scioglipancia (messo in vendita prima ancora di averlo messo in produzione): la scalata sociale di Wanna, coadiuvata dall’immancabile e simbiotica figlia Stefania Nobile, il suo braccio armato, è inarrestabile. Guadagna in un mese quello che una persona con un buon lavoro mette via in tre vite, compra ville, case, gioielli e pellicce, e a quel punto si convince – ma forse questa convinzione ce l’aveva sempre avuta – di essere invincibile.

Inizia così una parabola umana e professionale fatta di successo sfrenato, crack fragorosi e l’inevitabile epilogo tragico. Come per Jordan Belfort, il lupo di Wall Street citato apertamente nella scena iniziale di Wanna e schiacciato dalla propria ottusa ambizione, anche Wanna è un Icaro delle televendite destinato a bruciarsi. Ricordo come fosse oggi quando vidi per la prima volta la Marchi in azione, nei tardi anni ’80, credo su Retemia. Aveva dei capelli impossibili, si muoveva in quella che mi pareva una portineria su un chroma key lituano fatto con due soldi e propagandava i suoi prodotti miracolosi urlando (e facendomi sobbalzare dalla sedia) che i ciccioni fanno schifo.

Ricordo anche di aver pensato che lei non mi sembrava particolarmente magra. Di sicuro non era colta, affabile, non era bella e non cercava di lusingarmi. Era evidentemente una squilibrata, ma non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso. Però aveva una cosa che non trovavo nella tv mainstream: Wanna Marchi era assolutamente, incontestabilmente vera. Più tardi, quando avrei lavorato in tv con l’amico Costantino della Gherardesca, notai che lui aveva un espressione ricorrente che affibbiava a varie persone con evidenti capacità affabulatorie e dell’etica discutibile: “Lo vedi quello? Ah, quello è una Wanna Marchi pazzesca!”.

Parlando recentemente con lui dell’uscita di questa serie, mi ha fornito la sua solita lettura illuminante del fenomeno Marchi: “Il linguaggio di Wanna Marchi e delle telefonate che riceveva nelle sue trasmissioni sulle tv locali rispecchiava il disordine che si celava dietro il capitalismo da corsari nella società di allora molto meglio di quanto facesse la messinscena delle trasmissioni dei canali istituzionali”. Mi chiedo cosa penserebbe della serie un’altra mia vecchia conoscenza scomparsa anzitempo, schiavo anche lui del guilty pleasure notturno delle televendite: Tommaso Labranca. Credo gli piacerebbe.

Stefania Nobile, figlia di Wanna Marchi. Foto: Netflix

Le quattro puntate di Wanna ci conducono in un viaggio allucinante grazie a un sapiente, a tratti forse troppo frammentario, mosaico di testimonianze, reperti catodici e interviste nelle quali la venditrice e l’inseparabile figlia Stefania raccontano la loro travagliata epopea. Il tono non mai è apologetico né accusatorio, e lo spettatore è libero di trarre le sue conclusioni, nel solco dell’ottimo SanPa e anche del bellissimo Wild Wild Country, docu sul controverso guru Osho (entrambe su Netflix). Dopotutto anche Wanna Marchi è una guru, magnetica e controversa.

L’atmosfera di epica rivalsa dell’inizio lascia il posto, mano a mano che si prosegue nella visione, a un’atmosfera sempre più dark in cui si srotola il meccanismo della truffa assurda di Wanna e Stefania ai danni di poveri cristi, derubati dei risparmi di una vita in una spirale crescente di violenza, minacce ed estorsioni in cui fanno capolino anche la criminalità organizzata, Striscia la Notizia, la massoneria e un sedicente “maestro di vita” (in realtà ex cameriere), il postmoderno Mago do Nascimento, che qui torna incredibilmente dopo anni di latitanza a raccontare la sua versione. Di sicuro, di fronte alla schiacciante colpevolezza delle Marchi, è raggelante non ravvisare in loro dopo dieci anni di carcere il minimo pentimento o una vaga traccia di empatia con le vittime. Anzi, Wanna non ha dubbi né incertezze quando urla che “i coglioni vanno inculati”.

Come in WandaVision della Marvel, in cui Elizabeth Olsen fabbrica una sua realtà nella quale poter vivere il proprio sogno (una famiglia middle class con due bambini) a spese di una comunità di poveri innocenti, così Wanna è WannaVision: una donna che ha creato per sé e a scapito di altri l’illusione di una vita di ricchezza, fama, gloria e felicità. Ma ogni illusione prima o poi deve lasciare il posto alla realtà.

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