‘Un’ultima avventura’ è l’addio a ‘Stranger Things’ di cui (non) sapevamo di aver bisogno | Rolling Stone Italia
Go big or go home

‘Un’ultima avventura’ è l’addio a ‘Stranger Things’ di cui (non) sapevamo di aver bisogno

Quel finale che non era ancora stato scritto, l’incredibile lavoro artigianale sul set, i table read e gli ultimi ciak in lacrime. Il doc sul backstage della quinta stagione racconta il congedo più umano della serie-fenomeno

‘Un’ultima avventura’ è l’addio a ‘Stranger Things’ di cui (non) sapevamo di aver bisogno

Foto: Netflix

L’unica cosa che volevamo davvero vedere tipo TUTTI, e cioè la reazione dei Duffer Brothers alla pazzissima teoria del Conformity Gate, ovviamente non c’è, perché il documentario finisce nel dicembre 2024 con l’ultimo giorno di riprese, il 237esimo (!). Ma Stranger Things – Un’ultima avventura (dal 12 gennaio su Netflix) è comunque la cosa più simile a un “contenuto extra” che la piattaforma abbia mai concesso: due ore abbondanti in cui ti sembra di infilarti in punta di piedi nella casa dei Wheeler mentre Holly sta ancora apparecchiando la tavola. E dietro, fuori fuoco, i creatori di una delle serie più viste del pianeta fissano i monitor come se stessero disinnescando una bomba: «C’è sempre quel senso di panico che non funzioni», svela Ross Duffer. Ed è difficile non credergli.

Il documentario diretto da Martina Radwan non ci prova nemmeno a fingere che la quinta stagione sia stata una pedalata nel bosco (pardon). Al contrario, parte subito dal punto che più di tutti ha fatto sobbalzare i fan dal divano: i Duffer hanno cominciato a girare senza avere ancora scritto il finale (e sul web c’è chi, aguzzando la vista, giura di aver scovato ChatGPT aperto sul loro pc, vabbè). «Abbiamo iniziato la produzione della quinta stagione senza un copione definito per l’episodio otto», confessa Matt. Lo dicono, lo ripetono, lo vedi stampato sulle facce di chi deve costruire l’impossibile “per ieri”, mentre qualcuno in produzione chiede a che punto siamo e nella writers room si sente solo il rumore dell’ansia: «Non è che non sappiamo come finisce. È già tutto deciso, dobbiamo soltanto scriverlo. E siamo davvero a corto di tempo». La domandona è, sempre courtesy of Matt: «Come riesci ad andare incontro alle aspettative e allo stesso tempo a sorprendere il pubblico?».

Un dettaglio che è letteralmente oro narrativo, perché racconta quanto Stranger Things sia diventata enorme. E quanto sia complicato concludere una storia che è stata insieme un romanzo di formazione per una generazione e un ritorno all’adolescenza per (almeno) un’altra. «Fa paura», di nuovo Matt. «Perché vedi queste serie che le persone amano, il finale vacilla, e allora rinnegano lo show». Ogni riferimento a Game of Thrones non è puramente casuale.

Un'ultima avventura - Il documentario su Stranger Things 5 | Trailer ufficiale | Netflix Italia


«Tutto l’episodio doveva ruotare intorno al fatto che Eleven avrebbe deciso di sacrificarsi», spiega Ross. E a quel punto Un’ultima avventura fa la cosa migliore che possa immaginare un documentario su una serie amatissima: in quella writers room ci entra davvero. Seguiamo Matt e Ross mentre discutono il destino di Eleven come due persone che litigano su una scelta morale spaventosamente reale, non come showrunner che devono piazzare un colpo di scena. Matt spinge per la chiarezza, Ross vorrebbe restare ambiguo. Intorno gli sceneggiatori chiedono: “Ha già deciso o sta ancora decidendo?”. Finché Ross, sconfitto, ammette: «Cavoli, non so come uscirne». We feel you, bro. Se vi siete trovati a discutere del finale come in una seduta di terapia di gruppo post-Capodanno, sappiate che quella terapia l’hanno fatta anche loro. Solo con un calendario di riprese che correva più veloce dei pensieri.

Nella writers room c’è almeno un altro magic moment che è stato al centro delle discussioni in tutti i laghi: uno scrittore afferma che secondo lui dovrebbero esserci dei demogorgoni nell’Abisso, “sennò sarebbe folle” (cit.). No, non è che non li avete visti, è che proprio non c’erano. «Adoro quanto fossero convinti», ha raccontato Radwan a Variety, «tranne Ross, che parlava di una possibile “demo-fatigue”. Nel documentario abbiamo lasciato la discussione aperta, perché non era l’ultima che avrebbero fatto». E infatti la decisione finale arriva solo dopo, fuori campo, lontano dalle telecamere.

Un’ultima avventura è anche meticolosissimo nel mostrarci la mole di lavoro che c’è davvero dietro le quinte di una serie-fenomeno: “La maggior parte dei film nella scala è grande la metà di un singolo episodio di Stranger Things”, spiega un assistente alla regia. Con la differenza che qui il tempo di preparazione è molto meno. Un meccanismo che, per funzionare, deve stare ogni giorno sul limite del sovrumano. E questi veri heroes, molto più che just for one day (pardon), sono le maestranze: set decorator, production designer, scultori, pittori che hanno lavorato quattro (!) mesi all’interno del Pain Tree; ma pure costumisti che provano a Jamie Campbell Bower gli abiti di Mr. Whatsit (“È terrificante, lo amo”) e hair & make-up artist che hanno provato con i VFX almeno 100 design per Vecna, fino a operatori di camera e stunt pronti a tutto. In particolare il documentario si sofferma su quella che i Duffer definiscono «la sequenza più grande e difficile che abbiamo mai realizzato»: la battaglia nel Military Access Control Zone (MAC-Z) alla fine dell’episodio quattro, Sorcerer. Non un unico piano sequenza, ma cinque long take cuciti insieme per sembrare un oner senza respiro. Stunt provati e riprovati, coreografie millimetriche, una steadycam che deve anticipare gli attori come un partner di ballo, solo che la danza prevede demogorgoni, esplosioni e persone che corrono urlando.

Soprattutto, emerge quello che è un vero credo per i Duffer: costruire il più possibile. Set reali, stage enormi, ambienti che esistono davvero e che gli attori possono toccare. Gli effetti digitali arrivano dopo, come l’ultima cucitura su un vestito che però è stato tagliato, imbastito e ricamato da decine di mani. È anche per questo che Un’ultima avventura finisce per sembrare una dichiarazione d’amore al cinema d’avventura classico: go big e crealo davvero nella realtà. Che è poi la stessa regola che rendeva Spielberg Spielberg, e che Stranger Things ha sempre usato come contrabbando emotivo: ti faccio credere a un mostro perché prima ti faccio credere ai ragazzi nel seminterrato. «Alla fine la serie non è cambiata dalla prima stagione», dice Matt. «Tutto torna sempre ai personaggi. È quello che interessa davvero alle persone».

C’è spazio anche per la mitologia interna: Shawn Levy che racconta quanto fosse «trasgressivo» fare una serie con dei ragazzini che non fosse per ragazzini; i Duffer bambini con una videocamera in mano a girare film con il vicino di casa; la loro vera insegnante di teatro del liceo che interpreta Miss Harris; i loro genitori che guardano i daily e danno consigli; l’attacco alla casa dei Wheeler, sognato «da sette anni», con la domanda di cui non sapevamo di avere bisogno: cosa farebbe Karen Wheeler davanti a un Demogorgone? Chiedetelo a Cara Buono.

Ma il colpo al cuore arriva altrove, dai table read e dagli ultimi ciak. «Siamo tantissimi, probabilmente avremmo dovuto uccidere qualcuno di voi», prova a dissimulare Ross. Anche se avete odiato The Rightside Up, c’è una buona probabilità che vi ritroviate in lacrime mentre tutti si salutano. Gente che piange come se stesse dicendo davvero addio alla propria adolescenza, perché in un certo senso è esattamente così. «Ho spesso fatto fatica a inserirmi in passato, ma qui sono sempre stata amata», dice Millie Bobby Brown, ancora in character, con il sangue finto che le cola dal naso. «Questa è la famiglia che ti scegli». Le fa eco Finn Wolfhard: «Ho iniziato che avevo dodici anni, non avevo molti amici. Quando ho parlato con i Duffer mi è sembrato di averli trovati. E adesso ne ho così tanti».

I fratelli, in lacrime nel seminterrato, chiedono un abbraccio di gruppo. «Si sono innamorati dello show perché si sono innamorati di voi. Vi vogliamo bene ragazzi». La crew si commuove (e Ross prova a scherzare: “Non ti preoccupare, non ti abbraccio”, mentre Matt invece è un tenerone). E poi coriandoli ovunque, perché anche il lutto pop, a quanto pare, ha bisogno di glitter.

Alla fine, Un’ultima avventura non chiede di rivalutare per forza il finale (anche perché i finali sono il luogo dove Internet va a morire) ma testimonia che Stranger Things non è solo demogorgoni, Vecna, canzoni anni ’80 e teorie folli su TikTok. È un gigantesco esperimento di artigianato collettivo, una macchina emotiva costruita da centinaia di persone che per dieci anni hanno vissuto dentro lo stesso immaginario, finché quel posto è diventato casa. «Non sono pronta a lasciar andare», dice Millie l’ultimo giorno. Nemmeno noi.