‘The White Lotus 2’: molto sesso, siamo italiani | Rolling Stone Italia
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‘The White Lotus 2’: molto sesso, siamo italiani

Dopo la lotta di classe (e di etnie) della prima stagione, la premiatissima serie di Mike White sbarca in Sicilia per affrontare ‘il Discorso’ che ha polarizzato la società: uomini contro donne. Ma anche ossessione e repressione, tra patriarchi e puttane. Dopo il successo della prima, era giusto tornare sul luogo del delitto così presto? Spoiler: sì

Haley Lu Richardson e Jennifer Coolidge con, di spalle, Sabrina Impacciatore in ‘The White Lotus 2’

Foto: HBO

La chiave di The White Lotus 2 la offre Portia (Haley Lu Richardson), la nuova assistente della vecchia instant icon della prima stagione Tanya (Jennifer Coolidge) in un tête-à-tête con il giovane italoamericano in vacanza Albie (Adam DiMarco). «Lasciamo perdere “il Discorso”», dice la ragazza al ragazzo. Come a dire: oggi i primi appuntamenti sono difficilissimi, l’elefante si è preso tutta la stanza, il sesso è diventato spauracchio e minaccia, ossessione e pericolo sociale. Anche quando sembra andare tutto bene: «Ho trovato un laureato a Stanford che non è non binario!», esulta la ragazza con la sua datrice di lavoro. Ma, ovviamente, non sarà così semplice.

The White Lotus è stata la serie-sorpresa dell’annata passata. Partita come underdog (cit.), è diventata il titolo che ha acchiappato tutti i premi e, cosa più rilevante, ha generato un culto dalla nicchia al mainstream (vabbè, pur sempre cable). C’era bisogno di una seconda stagione fatta in tempi così rapidi? No. La seconda stagione fatta in tempi così rapidi è all’altezza della prima? Sì.

Il Discorso, dicevo. Quello che Portia vuole evitare, «tutto è diventato così noioso»; quello dentro cui Mike White, che ha scritto e diretto la serie, si butta con tutte le scarpe. Lo fa apposta: volete il tema caldo? Eccolo. Dopo la lotta di classe e il (contestatissimo) tema razziale del precedente hawaiano, si va a battere là dove s’è prodotta negli ultimi anni la polarizzazione culturale più accesa, e spesso anche più imbecille.

Il set, lo sapete, stavolta è l’Italia, per la precisione il finto White Lotus (e il vero San Domenico Palace) di Taormina, con gitarelle a Noto e Palermo. Una terra di uomini bavosi e donne mignotte, di padrini e Malène, e di aggressione, repressione, lesbiche piene di sensi di colpa, cacciatori di lolite che scopano in chiesa, galateo (ehm) amoroso fermo a Pietro Germi. Aspettiamo stasera (la serie parte da noi il 7 novembre su Sky e NOW) per capire se gli italiani ci cascheranno e si indigneranno. O se capiranno che lo scenario-cliché fa parte del gioco, dell’operetta morale.

«Hai speso tutti quei soldi per mandare tuo figlio a Stanford e fargli fare il lavaggio del cervello?» è l’altra battuta chiave. La declama il decano Bert Di Marco (sempre immenso F. Murray Abraham) al figlio Dominic (il parimenti eccezionale Michael “I Soprano” Imperioli), a sua volta padre dell’Albie di cui scrivevo all’inizio. Il trio di uomini broccolini arrivato in Sicilia per un tour nei luoghi delle radici è il punto focale della serie, attraverso cui si snoda (e riannoda) il tema portante. Il vecchio lamenta che «forse non vedrò mai più una donna nuda in vita mia»; quello di mezzo ha cercato di evolversi ma ha mandato il suo matrimonio a puttane (letteralmente); e il più giovane, formatosi nell’Ivy League dove oggi “il Discorso” è imperante, cerca di ribellarsi al modello patriarcale, si direbbe genetico. Ma forse gli è impossibile.

La ‘doppia coppia’ Aubrey Plaza/Will Sharpe e Theo James/Meghann Fahy. Foto: HBO

The White Lotus 2 parte un po’ a rilento, ma è come la cucina di noialtri, in cui si sobbolle tutto, si soffrigge, si fa marinare. È una storia che, in fondo, abbiamo già visto, quindi la tensione sembra venire meno. Ma è tutto fatto apposta: più che autocitazione o format antologico, come si dice oggi, è la dimostrazione che la stessa griglia, con gli stessi elementi, è adattabile a qualsiasi teorema. C’è ancora il cadavere (no: i cadaveri) ad aprire il giallo, e la presentazione à la Agatha Christie dei (tantissimi) personaggi, e poi si procede piano piano, a colpi di scrittura.

Questa è, ancora, una serie di scrittura: in tempi in cui sembra che conti solo l’azione, il pitch, l’high concept (non che qui manchi), è già un’ottima notizia. Ed è, ancora, un incredibile saggio di recitazione. Il sesso è, in vario modo, il motore che guida e ingolfa tutti i caratteri. C’è la splendida doppia coppia borghese (da una parte Aubrey Plaza e Will Sharpe, dall’altra Theo James e Meghann Fahy: le due donne in particolare sono magnifiche) che continua a studiarsi, confrontarsi, invidiarsi. Ci sono le meravigliose quote local: la direttrice dell’hotel Sabrina Impacciatore, splendida, e le due pretty women Simona Tabasco e Beatrice Grannò, orgoglio nostrano in terra (vabbè: produzione) straniera. Arriva, più avanti, la cumpa gay capeggiata da un enorme Tom Hollander, con il suo monologo disperatissimo.

Le italiane del cast Beatrice Grannò e Simona Tabasco. Foto: HBO

E c’è, a grande richiesta dei fan, la debordante Jennifer Cooldige, il link con il capitolo precedente e, per paradosso, anche l’anello più debole, almeno all’inizio. Ma anche lei cresce, cambia, «mi sembra di essere Monica Vitti», e in effetti è insieme tragica e comica, e finisce per diventare una sventurata eroina da opera lirica. Che è uno dei contrappunti musicali di questa satira forse ancora più nera, insieme all’ormai celebre score di Cristobal Tapia de Veer riadattato dalla versione hula a quella melodrammatica. Tutt’attorno tanta, troppa musica italiana, da Mina a M¥SS KETA, da De André a Alan Sorrenti. C’è troppo di tutto, e va bene così.

Ci sono mille piste, mille incastri, mille possibilità per essere infelici. Perché The White Lotus resta la serie coi personaggi più belli e più tristi, orrendi, immorali (o belli proprio perché tristi, orrendi, immorali) che ci sia in giro. Si è felici solo in un caso: «Quando stai con i ricchi, e allora non devi preoccuparti dei soldi tuoi», sospira l’avvilitissima Tanya. Non so se moriremo binari, ma capitalisti di sicuro.