‘The Sandman’ vuole accontentare un po’ tutti. E va bene così | Rolling Stone Italia
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‘The Sandman’ vuole accontentare un po’ tutti. E va bene così

Per anni si è cercato di portare sullo schermo la serie a fumetti cult di Neil Gaiman. C’è l’ha fatta la Warner Bros., che guarda a un pubblico ampio (quello di Netflix) ma senza smarrire l’identità dell’originale. Il commento di un nerd soddisfatto, nonostante tutto

Tom Sturridge è Dream/Morpheus in ‘The Sandman’

Foto: Netflix

Sono passati quasi 35 anni, ma sembra ieri. D’altronde è così che funzionano i sogni, il tempo è relativo. Era il novembre del 1988 quando uscì il primo albo della serie regolare di The Sandman, e dire che fu una scossa tellurica per il mondo del fumetto è dire poco. Opera innovativa, dal punto di vista grafico e narrativo, la storia di Dream – o Morpheus come lo si preferisce chiamare, dato che sono tanti i nomi con cui è conosciuto Sandman – ha attraversato molte vite e trasformazioni senza perdere mai però la sua essenza di fumetto d’autore e per molti versi sperimentale, già dalla composizione stessa della tavola, che nella sua destrutturazione si moltiplica in tanti piani diversi, così come diverse sono le dimensioni in cui si muove il protagonista.

Dopotutto, una cosa che non è mai mancata a Neil Gaiman è la creatività, unita alla voglia costante di non essere convenzionale nella forma, lezione imparata dall’anarchico del fumetto per eccellenza, Alan Moore, che scoprì quando l’autore di From Hell prese in mano la serie regolare di Swamp Thing, diventandone poi amico. A dirla tutta, Guido Crepax le barriere del fumetto aveva iniziato a romperle alla metà degli anni Sessanta con Valentina, ma questa è un’altra storia.

Discorsi da nerd, direbbe qualcuno, storia di un’arte magnifica, dico io, a cui Gaiman non era in realtà neanche particolarmente interessato, dato che il suo desiderio sin da bambino, cresciuto in un posto che non è esattamente il centro del mondo come il West Sussex, per quanto deliziosa sia la ridente cittadina di East Grinstead (non lontana dal mare, a nord di Brighton e Hastings, ottimi pub), era quello di scrivere romanzi di fantascienza. Ma la vita, si sa, è imperscrutabile, come i sogni d’altronde, checché ne dica Freud (non si pronuncia “fruà”).

Per molto tempo si è pensato di portare sullo schermo The Sandman, sempre con il timore, per non dire il terrore, che i fan aspettassero al varco un prodotto che non rispettasse la scrittura e le atmosfere di Gaiman. D’altronde, forse la persona più indicata per portare sullo schermo Morpheus sarebbe stato David Lynch, ma non si può volere tutto dalla vita. Fatto sta che, dopo alcuni timidi tentativi, la Warner Bros. ha preso il coraggio a due mani e ha messo su una produzione che cerca di accontentare tutti.

La storia è quella che i lettori di The Sandman conoscono bene, quella della cattività di Morpheus per mano di un negromante che lo evoca nel corso di una cerimonia il custode dei sogni invece della Morte. Dopo averlo spogliato dei suoi strumenti, la sabbia, la maschera e la gemma, lo stregone lo rinchiude in una gabbia trasparente e, dato che Dream si rifiuta di rispondere a qualunque sua domanda, lo tiene in prigione per cento anni, prima lui e dopo il figlio. Riuscito a liberarsi, Morpheus scopre che il suo regno è caduto a pezzi e che, per poterlo ricostruire, deve andare alla ricerca degli oggetti perduti. Inizia così il suo vagare per il mondo.

Tom Sturridge con Kirby Howell-Baptiste, alias Death. Foto: Ed Miller/Netflix

The Sandman, sviluppata come serie dallo stesso Gaiman con David S. Goyer e Allan Heinberg, è uno dei progetti di punta per Netflix in questo secondo semestre di un 2022 iniziato non nel migliore dei modi per la piattaforma streaming, con il forte rallentamento degli abbonati, il conseguente tonfo in Borsa, unito all’aumento delle tariffe e all’annuncio che presto ci sarà anche una versione AVOD, ovvero con la pubblicità inserita nei prodotti in cambio di una retta mensile più economica.

Soprattutto, la decisione di investire su meno prodotti, ma di maggiore qualità, è un’assunzione di consapevolezza importante nei confronti di una produzione bulimica e non sempre all’altezza delle aspettative. The Sandman è stato sviluppato prima di questa piccola rivoluzione, ma evidentemente la presenza di Warner Bros., che certamente non voleva far uscire un prodotto che non rispettasse l’importanza della proprietà intellettuale di cui detiene i diritti, ha avuto il suo peso.

The Sandman è una serie pensata per accontentare tutti: chi aspettava da anni una trasposizione conoscendo perfettamente il fumetto, e chi invece ne sa poco e niente. La narrazione è estremamente semplificata, così da far entrare nel racconto un pubblico molto ampio, ma al contempo non manca il fascino visivo che è sempre stato parte integrante del fumetto, su cui hanno lavorato negli anni artisti straordinari che hanno messo a disposizione di Gaiman le loro visioni.

Charles Dance è Roderick Burgess. Foto: Ed Miller/Netflix

Quando si ha una base del genere su cui lavorare e una buona agenzia di effetti digitali al lavoro è difficile sbagliare. Probabilmente la sfida più complessa era riuscire a trovare un interprete perfetto che vestisse i panni di Morpheus, e anche che non li vestisse, a dire il vero. Tom Sturridge è stata la scelta giusta, anzi, a dire il vero sembra essere nato per questo ruolo, per la fisicità, i tratti spigolosi ed eterei, la voce profonda e suadente. E dato che gli appassionati lettori di The Sandman sono tanti anche nel mondo dello spettacolo, la serie ha potuto contare su un cast di spessore altissimo anche solo per cameo e fugaci e talvolta invisibili. La lista è lunga, a voi al sorpresa, alla fine quello che conta è il risultato finale più che soddisfacente.

The Sandman si lascia vedere con piacere, e gran parte del merito va anche alla durata degli episodi, abbastanza canonica fortunatamente. Naturalmente, l’esperienza non è come immergersi in uno degli albi e perdercisi dentro, restando anche dieci minuti fissi su una tavola guardando ogni tratto e cercando la porta per quell’altra dimensione. Che, bada bene, non si chiama Sottosopra.

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