‘The Bad Guy’ è il bellissimo film italiano che al cinema non vedrete mai | Rolling Stone Italia
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‘The Bad Guy’ è il bellissimo film italiano che al cinema non vedrete mai

Ma, per fortuna, ci ha pensato Amazon. Che prende la ’solita’ mafia per fare una serie libera, spassosa, capace di trovare una cifra nuova. Bravi tutti, a partire dai protagonisti Luigi Lo Cascio e Claudia Pandolfi

Luigi Lo Cascio è ‘The Bad Guy’

Foto: Paolo Ciriello/Amazon Studios

Uno dice perché gli italiani non vanno più al cinema a vedere i film italiani. O meglio: funziona solo il prodotto sicuro (la combo Servillo-Ficarra&Picone-Pirandello) che unisce ceto medio riflessivo e scolaresche in libera matinée, e per il resto poco o niente (più niente che poco). Dopotutto, chi si prende la briga di innovare, sterzare, sovvertire le regole del MiBACT. Troppa fatica – e tanto c’è comunque il tax credit.

The Bad Guy è il bellissimo film italiano che al cinema non vedrete mai: perché l’ha fatto Amazon, ed è su Prime Video (le prime tre puntate adesso, le altre tre la prossima settimana: maledetti!). È la serie di mafia – e direte: ancora, che due maroni; e invece, udite udite!, no – che il cinema non ha ancora osato fare. Per pigrizia, per paura di rischio d’impresa, chi lo sa perché.

La storia del magistrato siciliano (bravissimo Luigi Lo Cascio quasi against type) che viene preso per picciotto e allora il bad guy si mette a farlo per davvero è libera, spassosa, consapevolmente cool (il musicarello acquatico starring Colapesce Dimartino), e con un merito su tutti: chiedere allo spettatore ormai abituato alle didascalie da professor Manzi quel poco di attenzione in più che lo fa sentire un po’ più intelligente, un po’ più adulto (il merito è tutto della scrittura di Ludovica Rampoldi, Davide Serino e Giuseppe G. Stasi, anche regista in coppia, al solito, con Giancarlo Fontana).

The Bad Guy è, del resto, la parodia di tutte le fiction sulla mafia da reti generaliste (la finta serie-nella-serie Il magistrato buono, che comunque vorrei vedere subito), ma in fondo anche la loro tenera e riconoscente sublimazione, con tocco “meta” ma senza birignao, perché appunto la libertà di stupire – anche chi la scrive mentre la scrive, verrebbe da dire – viene prima del compiacimento.

Cervelli spappolati, sesso lesbo, sicilianismi né donvitocorleonici né camilleriani, nonostante il tema (miracolo!); gran ritmo che rende tributo a centomila cose venute prima (non s’inventa più niente, e lo sappiamo) ma che è sempre personale, trova una cifra nuova, uno stile. E gran cast che pesca tra volti popolarissimi e non: Claudia Pandolfi, si direbbe nella fase migliore della sua carriera, monologa come un drago, e poi Vincenzo Pirrotta, Selene Caramazza, Giulia Maenza, Aurora Quattrocchi che vuole ballare il twist (molti cuori), Fabrizio Ferracane che si scalda prima di fare (immagino) il supervillain della seconda parte.

In tanti stanno scrivendo in giro “è la cosa italiana migliore vista negli ultimi tempi”, hanno ragione. Infatti in questo piovoso ponte restano sul divano, invece di correre a godersi “l’esperienza della sala”.