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‘Tales from the Loop’ non è lo ‘Stranger Things’ di Amazon Prime Video

Lasciate a Netflix quello che è di Netflix: il fenomeno mainstream. E date ad Amazon quello che è di Amazon: titoli raffinati, come questa elegia retro sci-fi ispirata alle opere di Simon Stålenhag. Con motivetto di Philip Glass

Duncan Joiner e Abby Ryder Fortson in 'Tales from the Loop'

Se la domanda è: Tales from the loop è lo Stranger Things di Amazon Prime Video? La risposta è: parliamone. Di cose stranissime ne accadono pure qui, forse ancor più che nella hit di Netflix, ma è tutto su un piano totalmente differente. Che poi, cose stranissime: per chi mastica lo sci-fi, viaggi nel tempo, dimensioni parallele e scambi di corpi in stile Quel pazzo venerdì sono cliché, codici regolamentati del genere. E, a dirla tutta nemmeno troppo originali. Ma Tales fa tutto a modo suo. A partire dall’ispirazione: non più l’ormai fiaccata mitologia Eighties di Stephen King e Spielberg, non più la cultura nerd diventata patrimonio di tutti con le partite a Dungeons & Dragons nel seminterrato di Mike Wheeler.

La serie nasce delle opere dello svedese Simon Stålenhag, da quel un senso di nostalgia per una natura intatta (la campagna rurale in cui è nato l’artista) contrapposta a un passato alternativo e futuristico. Stålenhag ha creato un mondo, e in quel mondo Nathaniel Halpern, tra gli sceneggiatori di Legion, lo show sui supereroi più psichedelico in circolazione, ha sviluppato le sue storie. Sì, perché parliamo di un’antologia di racconti diversi, favole retro sci-fi tenute insieme da un filo sottilissimo.

Che a prima vista potrebbe sembrare il Loop, “una macchina costruita per sbloccare ed esplorare i misteri dell’universo e che rende possibili cose precedentemente relegate alla fantascienza”: in fondo, ogni episodio si muove intorno a qualcosa di extra-ordinario, di impossibile, reso possibilissimo da questo misterioso motore sotterraneo nella cittadina semi-deserta di Mercer, Ohio. Ma in realtà il Loop è solo il mezzo: il fine di Halpern sono i rapporti umani, e come quei rapporti vengono manipolati, distrutti o creati dal macchinario e dalle sue meraviglie: sfere che ti dicono quanto vivrai, interruttori in grado di fermare il tempo, trattori e ruscelli che ti portano in una realtà parallela.

Tutte avventure che sulle prime entusiasmano, ma poi fanno paura ai protagonisti, le cui vite vengono completamente stravolte e continuamente condizionate dal Loop. E no, il Loop non è lo specchio oscuro in cui la tecnologia costringe il peggio di noi a riflettersi, come in Black Mirror, semmai, vedi il Demogorgone e le sue derivazioni, è qualcosa che costringe gli umani ad allargare la mente per comprendere e comprendersi, per trovare un senso al cambiamento, per andare avanti. Quasi tutti gli episodi sono racconti di formazione, e cos’è Stranger Things se non una coming of age story a tinte horror e sci-fi?

Ma Tales from the loop non usa linguaggi o riferimenti pop, non gliene può fregare di meno del mainstream. Si rifugia invece nello storytelling lento, anche trascinato, nei toni sempre delicati, pure quando succede il peggio, nella splendida fotografia, nell’estetica rarefatta dei quadri di Stålenhag. Nathaniel Halpern non aveva nessuna intenzione di scrivere una serie per tutti, e ha composto un’elegia sci-fi, che ha la stessa malinconia del motivetto (fin troppo) onnipresente (e fin troppo Philip Glass) scritto da Philip Glass. E ha affidato quella malinconia al volto di Jonathan Pryce e di Rebecca Hall, l’inventore del Loop e il suo braccio destro, personaggi centrali della famiglia intorno a cui ruotano tutte le vicende, e a (perfetti) volti meno conosciuti, come il giovanissimo Duncan Joiner.

Jonathan Pryce e Duncan Joiner in ‘Tales from the Loop’



Quindi Tales from the loop è lo Stranger Things di Amazon Prime Video? Lasciate a Netflix quello che è di Netflix: il fenomeno pop e mainstream. E date ad Amazon quello che è di Amazon: titoli umanissimi e raffinati. Spesso per pochi.
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