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Sono pazzi questi mormoni fondamentalisti

La docuserie Netflix ‘Keep Sweet – Pregare e obbedire’ racconta lo scandalo che ha visto protagonista Warren Jeffs, il Profeta della Chiesa Fondamentalista di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni: quanto può essere potente la manipolazione psicologica e religiosa, se protetta dall'isolamento?

Il padre di Warren Jeffs, Rulon, con alcune delle sue sessantacinque mogli

Foto: Netflix

Per arrivare ai mormoni fondamentalisti (anzi, ai membri della FLDS, la Chiesa Fondamentalista di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni) occorre partire da una premessa abbastanza indiscutibile: la religione – qualsiasi essa sia, indipendentemente che l’oggetto di adorazione sia uno spirito, una pianta o un animale – è una forma di controllo sociale. Più è rigida, integralista e rigorosa nell’interpretazione dei propri dogmi, maggiore sarà il potere che è in grado di esercitare sugli adepti: ribellarsi alle istituzioni politiche, a un esercito, agli uomini in generale è faticoso eppure percorribile, ma come si può dissentire con Dio, sapendo che la conseguenza è la dannazione eterna? E ancora, cosa succede quando quel potere, che si sostiene sia emanazione del volere divino, è in mano a un uomo? Siamo certi che costui non lo userà per fare banalmente ciò che vuole?

Il termine mormonismo deriva da Mormon, nome del profeta a cui è attribuito il Libro di Mormon, testo che il predicatore statunitense Joseph Smith pubblicò nel marzo del 1830, dichiarando di averlo tradotto in inglese da tavole d’oro scritte in un’antica e sconosciuta lingua (l’«egiziano riformato»), donategli dall’angelo Moroni. Il movimento crede in una rivelazione continua e il canone scritturale delle Chiese è generalmente aperto, cosa che rende difficile individuare credenze comuni: le rivelazioni di Smith si vanno a inserire all’interno del cosiddetto Great Awakening, un periodo caratterizzato da una forte critica delle chiese storiche protestanti, spesso accusate di intellettualismo, moralismo, ritualismo e indifferentismo. La volontà di Smith, insomma, è di riavvicinare le persone alla religione riaccendendo entusiasmo e fermento, nonché creando una mitologia attorno a un nuovo “profeta” capace di traghettarle verso Zion, una specie di utopica associazione di giusti che per certi versi assomiglia al Paradiso cristiano, sebbene con diverse connotazioni.

La Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni o LDS, ancora oggi la corrente maggioritaria del mormonismo, praticò ufficialmente la poligamia basata sul modello del matrimonio degli antichi patriarchi biblici fino al 1890, quando – in seguito a una rivelazione ricevuta dall’allora presidente Wilford Woodruff – la Chiesa stessa pubblicò una dichiarazione formale di rinuncia conosciuta come Il Manifesto. Un tale Lorin C. Woolley, però, non ci sta: al fine di promulgare uno stile di vita poligamo, negli anni Venti del secolo scorso lascia la Chiesa mormona reclamando una separata linea di autorità sacerdotale; dal suo gruppo scismatico si originano diverse branche del fondamentalismo poligamo, tra le quali la più nota e numerosa (tra i seimila e i diecimila fedeli) è appunto la Chiesa Fondamentalista di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni o FLDS, con sede a Hildale, Utah.

La docuserie Keep Sweet – Pregare e obbedire, uscita su Netflix lo scorso 8 giugno e diretta dalla documentarista Rachel Dretzin, parte da qui, e attraverso le testimonianze di ex membri della setta e inediti filmati d’epoca racconta una storia raccapricciante a metà tra Wild Wild Country e The Handmaid’s Tale. Ciò che sin dalle prime battute è lampante è che non si tratta tanto di credere fermamente in Dio (anzi, in the Heavenly Father), quanto nel guru sciroccato di turno: nel nostro caso si chiama Rulon Jeffs, ha ottanta e rotti anni, sessantacinque mogli e sessantacinque figli. «Rimani dolce», intima Rulon alle bambine e alle ragazzine, «Prega e obbedisci», ché il mondo potrebbe finire da un momento all’altro, e tu non puoi farti trovare impreparata all’imminente giudizio di Dio.

La via per Zion è lastricata non di buone intenzioni, bensì di prole («Più mogli e figli avrai, più siederai in alto nel Regno dei Cieli») e di una fiducia cieca e incrollabile nel Profeta: solo i maschi possono pensare di compiere la scalata verso la gloria eterna, le femmine non sono che un mezzo atto a coadiuvare l’accesso del consorte a questo bizzarro Eden. Il Profeta non sbaglia mai, nemmeno quando fa sì che nascano famiglie con venti, trenta mamme, ciascuna con una decina di figli a testa; nemmeno quando capita che un fratello si ritrovi a sposare una sorella; nemmeno quando obbliga i seguaci al pagamento di tasse ingiustificate per finanziare la Chiesa o li espropria dei propri beni in quanto sospettati di apostasia.

Lo Stato dello Utah, a maggioranza mormona, era connivente: le autorità, consapevoli del peso politico ed economico dei fondamentalisti (in diversi casi proprietari di grosse aziende e fornitori di manodopera a costo zero), non solo chiudevano un occhio, ma provvedevano anche ad assegnare forze di polizia dedicate alla protezione dei loschi traffici, consentendo il più completo aggiramento della legge statunitense. Il rito del matrimonio era una sorta di compravendita, con gruppi di bambine – tenute sempre lontane dai libri pagani e da una qualsivoglia forma di istruzione scolastica – cresciute sognando il giorno in cui sarebbero state “consegnate” allo sposo scelto per loro.

Ma dato che le cose a volte non possono che peggiorare, Rulon nel 2002 muore a novant’anni suonati, e a succedergli è il figlio Warren, uno che in quanto a squilibrio mentale lo batte dieci a zero. Warren Jeffs diventa ufficialmente il nuovo Profeta, Dio gli parla in continuazione e gli dice di risposare le mogli del padre; di farci altri figli; di dettare delle rigidissime regole di comportamento, di vestiario e di acconciature; di strappare dai libri le pagine che lasciano subodorare l’esistenza di discipline come la fisica, la scienza, la biologia; di assecondare i suoi istinti pedofili e contrarre matrimoni con ragazzine quattordicenni. Jeffs decide sulle vite altrui con la medesima facilità con cui si decide che tipo di caffè ordinare al bar: espelle gli uomini che non gli vanno a genio, riassegna le rispettive consorti, separa le famiglie, crea una rete di adorazione, terrore e abusi sessuali forte anche del controllo di tutte le terre di Colorado City, in Arizona, e di Hildale, nello Utah, facenti parte di un trust della Chiesa e del valore di circa cento milioni di dollari.

Nonostante la diabolica scaltrezza, Warren Jeffs è umano, e a un certo punto fa il classico passo più lungo della gamba che lo porterà dritto all’arresto. Nella primavera del 2008, le autorità del Texas ricevono la telefonata di una ragazza che afferma che in un ranch vicino ad Eldorado di proprietà della FLDS avvenivano abusi fisici e sessuali nei confronti di minori: il 7 aprile le forze di polizia fanno un raid prendendo in custodia quattrocento bambini, e la Chiesa Fondamentalista di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni e il suo Profeta finiscono sotto gli occhi dell’opinione pubblica americana, non disposta a perdonare o elargire giustificazioni.

La docuserie di Dretzin affronta una domanda fondamentale: perché i membri della FLDS non hanno abbandonato la Chiesa? La risposta è un misto di condizionamento e classe: la maggior parte era stata cresciuta con queste convinzioni sin dalla nascita e ai dissidenti mancavano il denaro, l’istruzione e le competenze necessarie per sopravvivere nel mondo reale. Gli investigatori e uno dei primi giornalisti che hanno contribuito a smascherare Jeffs spiegano quanto sia stato difficile eliminarlo: oltre alle risposte apatiche del sistema giudiziario, molti dei suoi seguaci hanno fatto del loro meglio per proteggerlo, dimostrando una lealtà ostinata e irremovibile che drammatizza quanto potente possa essere la manipolazione psicologica, se protetta dall’isolamento.

C’è una strana giustizia poetica nel fatto che furono proprio le donne a far cadere Warren Jeffs, e a ciò s’aggiunge un’amara ironia della sorte: sebbene i mormoni si definiscano cristiani, nessuna confessione cristiana li riconosce come tali. Per giunta, il battesimo mormone viene considerato nullo sia dai cattolici, sia da gruppi cristiani protestanti, che reputano il mormonismo una «falsa religione». Non soltanto il danno, quindi, ma pure la beffa: traditi dal coraggio di quelle che credevano d’aver soggiogato, e disprezzati dalla dottrina principale di cui si ritengono gli ufficiali discendenti. Peccato che Dio, tra le tante cose rivelate a Warren Jeffs, non gli abbia anche consigliato un buon strizzacervelli.

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