‘Sono Lillo’, il supereroe che ci meritiamo | Rolling Stone Italia
Chi ride è dentro

‘Sono Lillo’, il supereroe che ci meritiamo

Può una cialtronata essere un capolavoro? Sì, eccome. Lo ‘spin-off’ del tormentone nato a ‘LOL’ non si prende sul serio, ma fa le cose seriamente. Tra citazioni alte e basse, amici comici favolosi e il definitivo riscatto del protagonista. La nostra recensione

Lillo con, alle spalle, Posaman

Foto: Amazon Studios

Può una cialtronata essere un capolavoro? Sì, eccome. Può e deve se è la storia di Lillo e Posaman, che finalmente mette da parte la sopravvalutata dicotomia tra Bruce Wayne e Batman. L’indolente lotta per essere se stessi di Pasquale Petrolo ridicolizza con una serie in otto puntate decenni di dolore, di ri(s)catto morale, di vendetta mascherata da lotta per il bene del giustiziere di Gotham City. Sono Lillo, diciamolo senza remore, è un capolavoro. Ed è una cialtronata. E non potrebbe essere l’uno senza l’altra. Riesce a essere entrambe le cose per tanti ottimi motivi, ma il principale è che per essere veramente, demenzialmente, teneramente liberi si deve essere bravi. E viceversa.

Lo è Lillo, che ogni anno aggiunge un tassello in più ai suoi talenti non perdendo in spensieratezza e voglia di giocare, e che qui non solo è protagonista ma scrive pure con Matteo Menduni e Tommaso Renzoni soggetto e sceneggiatura. Lo è Eros Puglielli, il miglior regista della generazione di cineasti italiani più sfortunata di sempre e che torna ai supereroi sghembi dopo il sottovalutato Copperman (e in questa recensione non sarà l’unico incrocio tra Luca Argentero e Lillo, che, diciamolo, per sensualità e fisico sono gli Avengers nostrani: prima idea per la seconda stagione). Lo è Lucky Red, che sa rischiare su progetti che sanno uscire fuori dai binari soliti di piccolo e grande schermo italiano. Lo è Francesco Cerasi, perché in questa serie la musica, di repertorio e non (per capire il tono della divertita follia che pervade i circa 250 minuti di questa “Lilleide”, passiamo dai neomelodici a Gershwin), ha un ruolo fondamentale. Lo è un cast che si ritrova una Anna Bonaiuto matriarca e virago ironica e implacabile; il solito Paolo Calabresi che a un certo punto si concede pure un Oscar Wilde raffinatissimo; sette comici che regalano a ogni prologo di puntata un pezzo del loro stand-up (Valerio Lundini, Emanuela Fanelli, Caterina Guzzanti, Edoardo Ferrario, Maccio Capatonda, Michela Giraud, Stefano Rapone); un monumentale Corrado Guzzanti artista concettuale – perché non c’era anche Virginia Raffaele? Peffòmmanz! – che piange appena pensa ai pezzi di foche; il solito irresistibile Pietro Sermonti la cui comicità è quasi inevitabile (come dimostrano le scene sbagliate alla fine); Camilla Filippi che, con la parte della cognata ossessivo-compulsiva, conferma un talento per la commedia speciale e originale; quella Serra Yılmaz che si concede un cameo da urlo, oltre a rappresentare l’ennesimo punto di contatto tra i due gemelli separati alla nascita Lillo e Argentero.

Cos’ha Sono Lillo che altri non hanno? Intanto, la voglia di giocare. Di farlo con un’icona che prende un personaggio storico del repertorio del comico entrato in una bolla di successo dopo LOL – qui citato a ogni squillo di cellulare con il jingle che serve ad annunciare l’ammonizione del concorrente – e ne rovescia il senso. Se Posaman in LOL era infatti il simbolo di quei personaggi di cinema che sotto il costume non avevano nulla, se non qualche posa e sguardi magnum, qui si cerca di dargli una storia. E non si ha paura, anzi ci si diverte a giocare, appunto, con tutti i possibili riferimenti cinematografici e televisivi, da quelli più alti e arditi – il più evidente, Birdman – a quelli più improbabili come 24, nella puntata in cui lo smartphone del protagonista viene bloccato per dodici ore. Ma in ogni puntata troviamo almeno tre o quattro citazioni scoperte, e parecchie sembrano prendersi anche solo lo spazio di una battuta.

Corrado Guzzanti in una scena di ‘Sono Lillo’. Foto: Amazon Studios

Non si prende sul serio Sono Lillo, con la sua ambientazione romana lontana dalla Grande bellezza – che, ricordiamo, vide anche il grande Lillo tra i tasselli iconici –, ma fa le cose seriamente. Sceglie una struttura facile, tra le serie vintage – ogni episodio a suo modo è autoconclusivo – e l’epoca moderna, con una continuity inevitabile, con alcune idee strutturali al contempo furbe e riuscite, come appunto il prologo comico o i tormentoni dei comprimari (la Cina di Calabresi, “Sergio Locatelli rappresento artisti” di Sermonti) in una serie che nasce da un tormentone (“So’ Lillo”). A proposito, Edoardo Ferrario: “Oppure no” è un tormentone. Giusto che tu lo sappia.

Certo, la svolta drammatica e quasi thriller è puramente funzionale, ed è anzi bravo Cristiano Caccamo a tenerla su di sé con leggerezza; così come quella sentimentale, che trova in Sara Lazzaro un’ottima sponda. Ovviamente qui la scrittura non va giudicata sull’ampio respiro, ma al contrario sul breve, sui micromondi che crea. La puntata alla Notte da leoni è epocale, così come Guzzanti formato The Square: Puglielli sa giocare con cinema e tv di genere rispettando il protagonista e il personaggio, dando profondità a un carattere comico che fondava la sua genialità nel suo essere pretestuoso e in un tormentone che giocava sull’ovvietà per farti esplodere in una fragorosa risata. Lo sforzo di renderlo una storia, di dire pure che un comico di grande livello e arboriano come Lillo è anche un attore e uno sceneggiatore di livello, è lodevole e riuscito.

Lillo con Caterina Guzzanti. Foto: Amazon Studios

E ci dice anche che possiamo smettere di fermarlo per strada urlando “So’ Lillo!”, che da Latte ai suoi derivati alla sua ultima cinematografia, passando per 610, probabilmente il serbatoio di idee e di innovazioni migliore della radio italiana, Lillo è anche molto altro. Ma allo stesso tempo, all’americana, ci confessa che il successo non è un male di cui vergognarsi, ma qualcosa con cui convivere sfottendolo un po’. Perché Posaman puoi rinnegarlo e cacciarlo dalla tua vita, ma se poi quel pugno verso il cielo ci fa cadere dal divano ogni volta, è giusto tenerlo con noi. Magari, semplicemente, quando straparla possiamo pure addormentarci.

P.S. 1: Detto questo, Pasquale mio, Carlo il 21 febbraio compie quattro anni. E adora Posaman. Vieni da solo o ti faccio venire a prendere da tre simpatici scugnizzi campani con un furgone blindato?
P.S. 2.: Solo una cosa risulta davvero poco credibile in Sono Lillo. Quella che definiremo “la maledizione di Sara Lazzaro”. Questa brava e bella attrice già in DOC – Nelle tue mani ha dovuto resistere per quasi due stagioni alle avance di Luca Argentero. Poi arriva in questa serie e deve lasciare Lillo e resistere ai suoi irresistibili tentativi per tornare insieme. Passi Luca, ma Lillo, su, come fai a resistergli? Sara, perché gli sceneggiatori ce l’hanno con te? Come fai a trattenerti? Materiale per la seconda stagione. In cui vorrei un supercattivo interpretato da Frank Matano. Grazie.