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Sofía Vergara e ‘Griselda’, come fare a pezzi gli stereotipi

La nuova uscita Netflix (dagli autori di ‘Narcos’) è quello che non ti aspetti da un’attrice diventata celebre, oltre che per l’innegabile avvenenza, per l’irresistibile senso comico: una serie biografica, e drammatica, su una celebre e spietata narcotrafficante colombiana
Sofía Vergara ai Golden Globe nel 2020

Foto: Axelle/Bauer-Griffin/FilmMagic/Getty Images

La celebrità, Sofía Vergara l’ha raggiunta interpretando un doppio stereotipo. Consapevolissimo, naturalmente: la sua Gloria Delgado-Pritchett, elemento insostituibile del vasto cast di Modern Family per ben 11 stagioni, è – o, almeno, sembra proprio – l’emblema della trophy wife, la cosiddetta “moglie trofeo”, bellissima e ben più giovane del marito Jay Pritchett (Ed O’Neill), patriarca della grande famiglia allargata al centro della sitcom. Lo stereotipo: lei l’ha sposato per i soldi, lui per l’apparenza. Inoltre – doppio stereotipo, dicevamo – Gloria è anche incarnazione suprema di “latinità”: esuberante, incontenibile, “caliente”, per usare un aggettivo a sua volta iper stereotipato. Sapevate che Sofía Vergara in realtà è bionda e che all’inizio della sua carriera hollywoodiana – e in particolare per il provino di Modern Family – si è risolta a tingersi i capelli di castano scuro perché altrimenti non sarebbe sembrata «abbastanza latina» e avrebbe mandato in crisi i produttori?

Naturalmente, ed è fin dall’inizio il punto di Modern Family, lo stereotipo è lì per ingannare lo spettatore casuale, e per essere ripetutamente sovvertito: non ci mettiamo molto a scoprire che Gloria e Jay si amano davvero, e che lei è ben più acuta e stratificata di quanto i preconcetti (o i nostri pregiudizi?) avessero lasciato intuire. Sofía Vergara è stata una parte sostanziale dell’enorme successo di Modern Family (forse oggi non tutti se lo ricordano, ma è stata una delle comedy più seguite dello scorso decennio, nonché delle più premiate: tanto per dare dei numeri, si è portata a casa 22 statuette su ben 75 nomination); e, parallelamente, si è costruita negli anni con intelligenza e pazienza il proprio successo personale, diventando una presenza conosciuta e amata nell’immaginario collettivo, soprattutto statunitense, caso rarissimo per un’attrice di origini latinoamericane (è, a oggi, tra le pochissime latine a comparire stabilmente nelle campagne pubblicitarie di grandi firme, per non dire della sua carriera parallela da businesswoman).

Ci è riuscita proprio facendo di necessità virtù, camminando come un’equilibrista sul confine sottile che separa l’adesione totale alle aspettative e il loro ribaltamento. «Le mie tette mi hanno aperto la strada, certo, ma se sono ancora qui è perché non ho paura di prendermi dei rischi, e perché lavoro più duro di chiunque altro», ha dichiarato recentemente lanciando il nuovo progetto di cui è star e produttrice, un progetto finalmente tutto suo, fortemente voluto, sognato da anni, e cullato in ogni dettaglio. Griselda, dal 25 gennaio su Netflix, è, per certi versi, quello che non ti aspetti da un’attrice diventata celebre, oltre che per l’innegabile avvenenza, per il proprio irresistibile senso comico: una serie biografica, e drammatica, su una celebre e spietata narcotrafficante colombiana.

Sofía Vergara (Gloria) e Ed O’Neill (Jay) in ‘Modern Family’. Foto: ABC/Fox

Per inquadrare il personaggio, gli autori – che sono gli stessi dell’acclamata Narcos – piazzano in apertura una citazione attribuita nientemeno che a Pablo Escobar: «C’è solo un uomo di cui ho paura: è una donna e si chiama Griselda Blanco». Nata poverissima, costretta a prostituirsi da adolescente, negli anni ’70 e ’80 la colombiana Blanco, nota anche coi soprannomi di “Madrina” e “Regina della droga”, fu una delle più potenti e spietate boss del narcotraffico tra Stati Uniti e Colombia, responsabile di centinaia di omicidi cruenti e coinvolta nei vari scontri tra differenti cartelli della droga. Sofía Vergara, pur essendo cresciuta in Colombia proprio in quegli anni (discende da un’importante famiglia dell’élite del Paese) e avendo perso un fratello in un tentativo di rapimento, ha scoperto nei dettagli la storia di Griselda Blanco solo una quindicina d’anni fa, leggendo un articolo di giornale, e decidendo seduta stante che, un giorno, appena le fosse stato possibile, avrebbe fatto di tutto per interpretarla.

Sofía Vergara in ‘Griselda’. Foto: Netflix

E infatti, eccoci qui: è stata proprio Vergara, guardando Narcos, a contattarne gli autori e a proporre loro l’idea di sviluppare una serie su Griselda Blanco – Escobar, tra l’altro, di Blanco era amico, anzi, fu proprio lui a introdurla nel cartello di Medellín. Di nuovo, si tratta di camminare su un filo sottilissimo e sfuggente tra due “stereotipi” opposti, e potenzialmente in contrasto: da un lato, naturalmente, Griselda Blanco è un personaggio oscuro, crudele, irredimibile, una donna che ha compiuto o istigato crimini tremendi (uno di questi, nella serie Netflix in sei puntate, è proprio il punto di svolta che dà il via alla sua caduta – non spoileriamo troppo, anche se c’è sempre Wikipedia); dall’altro, a catturare l’attenzione di Vergara leggendo quel famoso articolo era proprio la straordinarietà di trovare una donna così potente e temuta in un mondo di soli uomini, congenitamente patriarcale. Sarebbe pretestuoso tracciare similitudini tra Vergara stessa e Blanco: le due condividono giusto la nazione d’origine, e la decisione di immigrare negli Stati Uniti, stabilendosi inizialmente a Miami.

Ma, soprattutto durante l’imprevedibile ascesa al potere di Griselda, la serie Netflix ci racconta un personaggio contraddittorio, con cui però non è troppo difficile empatizzare: abusata dagli uomini della sua vita, discriminata in quanto donna e in quanto straniera, determinata e intelligente, la sua scalata al mondo del narcotraffico è presentata come una riscossa – anche se il vero oro, per gli sceneggiatori, è stata la scoperta che, tra gli agenti che diedero la caccia a Blanco, ci fu anche una detective, June Hawkins, pure di origini latine, discriminata in un universo maschile e decisa a farsi valere: nella miniserie Netflix la interpreta Juliana Aldén Martinez, ed è la vera eroina della storia.

A 51 anni, in un momento di svolta nella propria vita (si è parlato e si continua a parlare moltissimo del suo divorzio, dopo sette anni, da Joe Manganiello) e anche della propria carriera (c’è chi chiede insistentemente un revival di Modern Family, ma è evidente che a lei piacerebbe molto anche poter fare altro), Sofía Vergara si dedica al personaggio ambiguo e spesso indecifrabile di Griselda Blanco con tutta se stessa: la scelta degli autori non è stata quella di inseguire un realismo mimetico – se cercate foto per fare confronti, scoprirete che la vera Blanco con Vergara non c’entra nulla – ma di costruire un personaggio “intermedio”, modellandolo sulla diva anche con trucco e prostetica. È un modo per ribadire – casomai i suoi ripetuti successi, anche da imprenditrice, e, negli ultimi anni, pure tra i giudici di America’s Got Talent, non l’avessero già reso chiaro – che Sofía Vergara è molto di più di uno “stereotipo”, ed è pronta a una prossima fase professionale. Se proprio volessimo cercare un punto di contatto tra Sofía e Griselda, d’altronde, lo troveremmo qui: entrambe sono state a lungo sottovalutate per il modo in cui apparivano, incasellate in etichette superficiali e miopi (all’inizio nessuno indaga su Blanco perché una donna nel narcotraffico può essere solo una “fidanzata” o una “prostituta”). È il caso, come sempre, di aprire gli occhi.

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