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Siamo tutti contro il body shaming: e allora perché i ruoli da bruttina li danno alle belle?

Se nessun uomo dotato di senno spezzerebbe il cuore a Zoë Kravitz in 'High Fidelity', Daisy Edgar-Jones è troppo carina per interpretare Marianne in 'Normal People'. E questo rischia di appiattire la narrazione, anziché elevarla

Zoë Kravitz in 'High Fidelity'

Lo dico subito, per onestà intellettuale: non sono una fan di Sally Rooney. Proprio per niente. Dopo aver letto il suo romanzo d’esordio, Parlarne tra amici, ho preferito proteggermi e non commettere il medesimo errore con il secondo titolo, Persone normali. Alla luce di tali premesse, ciò che m’ha spinta a guardare l’omonima serie tv, Normal People – coproduzione Hulu e BBC Three, co-scritta dalla stessa Rooney e diretta da Lenny Abrahamson e Hettie Macdonald – è stata la quarantena. O, meglio, la noia, la pigrizia e l’aver praticamente esaurito tutto ciò che volevo vedere durante la quarantena. Più una nota di masochismo, se vogliamo proprio essere onesti. Man mano che macinavo gli episodi (12 totali, della durata di circa mezz’ora ciascuno), mi sono più volte ritrovata a pensare cose tipo «ragazzi, ma che problemi avete?», o «possibile che gli adolescenti parlino così?», e soprattutto «perché Marianne continua a menarla con ’sto fatto di essere brutta?».

Cosa che, in fondo, riassume il principale scoglio della serie: Normal People è come un pacchetto regalo stupendo – con la carta acquistata in una cartoleria parigina del Marais, il fiocco di raso scovato in un negozietto vintage londinese, il biglietto scritto a mano da un calligrafo – che poi però lo apri, e non c’è nulla dentro. Questo nulla è in parte responsabilità di un miscasting: grazie a un’amica che aveva letto il libro e grazie a un illuminante articolo di Angelina Chapin su The Cut, ho scoperto che Marianne, negli anni del liceo, doveva essere brutta. Utilizzo tranquillamente un aggettivo che oggi pare entrato nella lista nera, ma è inutile ricorrere a eufemismi: Rooney la descrive come una ragazzina sciatta, che ha i peli sulle gambe, i denti storti, un viso che «manca di definizione attorno alle guance e alla mascella» e che come se non bastasse indossa «brutte scarpe basse con la suola spessa». Ecco perché a scuola i compagni la prendono in giro. Ecco perché Connell si vergogna di rendere pubblica la loro relazione.

Daisy Edgar-Jones in ‘Normal People’



Daisy Edgar-Jones, l’attrice britannica che la interpreta, è invece innegabilmente carina. Anzi no, è bella in una maniera parecchio francese, purtroppo specialmente nei primi episodi in cui è ancora teenager e in cui sfoggia chignon disordinati ad hoc, trecce perfette, una frangia impeccabile, minigonne di velluto a coste, deliziosi golfini di lana spessa che lasciano intravedere le spalline del reggiseno e adorabili labbra imbronciate. Dettagli che, né da soli né figuriamoci insieme, aiutano a dipingere il ritratto di un’emarginata sociale. Giunti al college, il disguido si fa lampante: Connell incontra per caso Marianne, e lei lo sorprende con un «è proprio da me. Arrivo all’università e divento bella». Lì ammetto d’essere andata in crisi: ma come? Marianne è uguale a prima, l’unica differenza è una riga di eyeliner e un paio di grossi orecchini, cosa diavolo sta dicendo? Insomma, la trasformazione – che nel libro è da brutto anatroccolo a cigno – in tv sembra più un cambio di look da giorno a sera, azzerando completamente una tensione tra i due protagonisti che sarebbe stato assai interessante esplorare sin dall’inizio. E così, la paura di Marianne di tornare a essere trattata come un paria, di essere di nuovo quella ragazza ripugnante con i denti storti e le gambe pelose che disgustava la gente, semplicemente non attecchisce, ché nessuno s’è preso la briga di rappresentarla come si sarebbe dovuto.

Discorso diverso, eppure simile, per la Rob di High Fidelity, andata in onda su Hulu e basata sull’omonimo romanzo del 1995 di Nick Hornby. È difficile provare simpatia – e, ancor di più, empatia – per Zoë Kravitz e per il suo cuore spezzato. A meno che Zoë Kravitz, ehm Rob, non sia una stronza colossale, quale uomo dotato di senno le spezzerebbe il cuore? John Cusack, nell’adattamento cinematografico del 2000 firmato Stephen Frears, era il Rob Gordon per antonomasia: egocentrico, buffo, romantico, vestito a casaccio, non bellissimo, sicuramente affascinante con quello sguardo da canaglia impenitente. Di ’sti tempi, però, si sente l’urgenza di effettuare un capovolgimento di genere, di sviluppare una serie e di estenderne la lunghezza, a suo detrimento, in 10 episodi di mezz’ora. Il che funziona soltanto parzialmente. Zoë Kravitz – in quanto Zoë Kravitz – è incapace di interpretare un ruolo che si basa su una spassosa autocommiserazione: è troppo bella, troppo cool, troppo stilosa. Quando s’aggira per strada lamentandosi che «New York è piena di persone che ti fanno sentire inadeguata» o proclama d’aver sempre sognato d’ uscire con un musicista, vien quasi da ridere, ma per il motivo sbagliato: è impossibile prenderla sul serio.

Se la serie fosse stata al gioco, se i taglienti giudizi di Rob sulla stabilità sentimentale, sui gusti musicali e sullo stile altrui le si fossero rivoltati contro, allora (forse) ci saremmo divertiti. Invece, ci tocca trascorrere cinque ore sotto scacco della sua presunta superiorità fisica, morale e musicale, per altro senza atterrare dove vorremmo. Mi spiego meglio: quando Rob finisce a un dinner-party in un elegante appartamento a Brooklyn, un’influencer le chiede di fare una foto insieme. «Sembra reale?», le domanda, mettendosi in posa con una lattina in mano, «Sembra fucked up e vibey?». Zoë Kravitz la osserva col suo solito scazzo e trasudando fastidio, inconsapevole che il nodo della questione sta tutto lì: la vita patinata a Crown Heights, gli outfit (fintamente) di seconda mano, le pene amorose e il mascara appena sbavato paiono più la cornice di una riuscitissima pubblicità di un brand di moda, mica la realtà.

Il dubbio è legittimo: che ci stanno a fare Daisy Edgar-Jones e a Zoë Kravitz in parti che sarebbero dovute andare ad attrici meno avvenenti, meno seducenti, meno graziose… insomma, bruttine? Da strenui paladini dell’anti body shaming quali ci professiamo, non è che probabilmente non siamo pronti a protagoniste non “aspirazionali”? Continuiamo a ripetere fino allo sfinimento che la bellezza esteriore non conta, ma ne siamo sinceramente convinti? Accanirsi così tanto nei confronti di un aggettivo – “brutta” – non rischia di appiattire la narrazione, anziché elevarla? Moriremo schiacciati dal politically correct?

Marianne e Rob sono solo gli esempi più recenti, ma il cinema è pieno zeppo di scostamenti tra libro e film, nell’ottica di assecondare il nostro palese bisogno di bellezza: «Scarlett O’Hara non era bella», scriveva Margaret Mitchell, e poi in Via col vento ci siamo trovati di fronte Vivien Leigh. Hermione, stando a J.K. Rowling, doveva avere i capelli folti, crespi e i denti sporgenti: di sicuro una maga più intelligente che attraente, cosa che l’evoluzione di Emma Watson (in particolare a partire da Harry Potter e il prigioniero di Azkaban) ha pian piano disatteso. Anne Hathaway, sia nel Diavolo veste Prada che in One Day, dovrebbe illuderci di essere «niente d’eccezionale e un po’ in sovrappeso»; Mia Wasikowska, invece, quella «dolce e strana creatura» di Jane Eyre nell’omonimo remake del 2011 firmato da Cary Fukunaga; Emily Blunt un’alcolizzata brutta, slavata, grassa e senza speranza nella Ragazza del treno.



L’internet pullula di forum in cui gli amanti dei vari romanzi criticano la scelta attoriale e faticano a comprenderne il motivo, come se rimanere fedeli alla descrizione di un personaggio avrebbe quantomeno deluso o scontentato il pubblico. Ovviamente, il rovescio della medaglia che si nasconde nel compiacere un presunto ideale di bellezza è, in alcuni casi, la perdita di attendibilità e verosimiglianza. Ipotizziamo: se in Olive Kitteridge, al posto di Frances McDormand, c’avessero messo Julianne Moore o Cate Blanchett, la loro prova sarebbe stata comunque credibile? O avrebbe tolto forza alla storia? Il problema, in fondo, esula dal body shaming o dall’accettabilità di quel “brutta” che turba i sogni delle neo-femministe: siamo grandi abbastanza da poter tollerare una protagonista sgraziata e goffa – vedi Lena Dunham, Aidy Bryant, Beanie Feldstein – e da riconoscere che non debba per forza finire sulla copertina di Vogue o diventare il nuovo volto di Saint Laurent? Caspita, ma certo che sì, ci mancherebbe, ci state sottovalutando, stavo per concludere entusiasticamente, quando di colpo m’è venuta in mente quell’opera d’arte che era la frangia di Marianne, e sempre per onestà intellettuale mi sono dovuta bloccare. Ebbene sì, se c’è una cosa rispetto alla quale Normal People m’ha convinta (direi l’unica), è tagliarmi la frangia. Accidenti a te, Daisy Edgar-Jones.

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