Non so voi, ma con The Handmaid’s Tale avevo un rapporto complicato: non riuscivo a smettere, eppure ogni stagione era sempre più difficile da guardare. Quando è “finita” (virgolette d’obbligo, visto che siamo qui a scriverne ancora), con quel meraviglioso rifiuto dello showdown apocalittico per un realismo politico doloroso e faticoso, ero certa che la distopia non avrebbe davvero chiuso le porte. E, a dirla tutta, era anche piuttosto facile intuirlo: nessuno Studio avrebbe lasciato davvero andare un’intellectual property tanto clamorosa dal punto di vista artistico, di attualità e d’impatto culturale, senza contare che c’era già un sequel letterario pronto courtesy of Margaret Atwood. The Testaments (su Disney+) è quella certezza che si materializza. La testimonianza vitalissima che la resistenza di June non è finita, ha solo cambiato generazione.
«Bisogna continuare a lottare per le nostre figlie e le nostre nipoti», diceva la stessa June. Spoiler: ora è a capo della resistenza di Mayday (sì, Elisabeth Moss c’è). Ed eccole finalmente quelle eredi di vita e di lotta. Il sequel del drama più cupo degli ultimi anni è, contro ogni aspettativa, una serie teen. Ambientata a Gilead, certo, ma anche in una scuola, con le sue gerarchie, le cotte proibite (per i Guardiani!), le amicizie totali. “Un Mean Girls distopico”, scrive il Telegraph. Una definizione che potrebbe sembrare una semplificazione, e invece centra esattamente il paradosso dello show: prendere le dinamiche più riconoscibili dell’adolescenza femminile (la queen bee, la nuova arrivata, la migliore amica) e incastrarle dentro un sistema che quelle dinamiche le usa per perpetuare il proprio orrore. Le ragazze competono per attirare l’attenzione di uomini vecchi il doppio dei loro padri, si preparano al matrimonio come a un traguardo e vengono educate a tutto, salvo che a leggere, scrivere e alla sessualità. Perché l’unico sapere che serve loro è quello costruito apposta per chinare la testa e non far domande.
Avevo scritto di Chase Infiniti qualche mese fa, parlando di Willa Ferguson in Una battaglia dopo l’altra, e mi accorgo adesso, con una certa inquietudine, che ogni parola vale anche per Agnes. “È la promessa di un futuro (il suo) e l’accusa di un passato (quello degli altri). È la figlia di una rivoluzione che non è mai stata”. E ancora: “Le colpe delle madri ricadono sulle figlie (memo: per Gilead June è una terrorista)”. Agnes non ricorda di essere Hannah, la figlia di June. Non sa di rappresentare, in un certo senso, la ragione per cui una donna ha rischiato tutto, ancora e ancora. E proprio questa ignoranza, tenera e straziante, è il cuore della serie.
Agnes è una vera credente, figlia di uno dei più rispettati Comandanti. Ripete il dogma di Gilead con la stessa naturalezza con cui respira, perché non ha mai conosciuto altro. È una Plum, il nome che la scuola di Zia Lydia (she is back, ci torniamo) dà alle ragazze che non hanno ancora avuto le mestruazioni, in attesa del matrimonio con qualche uomo importante. Una vita intera costruita intorno a un’unica funzione biologica. Eppure sotto quella superficie di obbedienza perfetta c’è qualcosa che non si lascia del tutto addomesticare: una curiosità, una vena di ribellione che non sa ancora come chiamarsi. Infiniti la rappresenta con una grazia disarmante, senza mai scivolare nell’eroismo facile, perché Agnes non è June, non ancora e forse mai. È soltanto una ragazza che deve ancora decidere chi essere.
Al suo fianco, Lucy Halliday nei panni di Daisy: una Pearl Girl, ovvero una di quelle giovani, spesso orfane, reclutate fuori dai confini da missionarie vestite di bianco che promettono comfort, sicurezza e uno scopo. Il prezzo, che convenientemente non viene menzionato, è la rinuncia totale alla propria libertà e autonomia. Daisy arriva dal Canada con una missione segreta e una capacità di dissimulazione inversamente proporzionale alla sua determinazione. È una spia di Mayday e in teoria dovrebbe mimetizzarsi il più possibile, assorbire informazioni senza farsi notare. In pratica è incapace di assistere a un’ingiustizia senza reagire. Se Agnes è il fuoco che non sa ancora di bruciare, Daisy è la scintilla che non riesce a trattenersi. Due ragazze che non sanno ancora, ciascuna a modo suo, quanto si assomigliano. Entrambe, in fondo, figlie di June: una di sangue, l’altra di lotta.

Foto: Disney
Agnes e Daisy frequentano la scuola preparatoria d’élite gestita da Zia Lydia, sì, proprio quella Zia Lydia, Ann Dowd: se c’è un personaggio che da solo giustifica l’esistenza di un sequel, è lei: una delle figure più complesse e moralmente inafferrabili della televisione recente, una donna che ha costruito il proprio potere dentro un sistema che odia le donne e lo ha fatto con una tale ambiguità da rendere impossibile odiarla del tutto, o assolverla completamente. Dowd la riprende qui con un ulteriore strato di mistero: la Zia Lydia di The Testaments è la stessa che alla fine di Handmaid’s Tale aveva mostrato le proprie crepe? O è tornata a essere la Miss Trunchbull feroce e inappellabile del Red Center? La serie lascia la domanda aperta il giusto, e Dowd è magnetica in quella consapevolezza quieta di chi sa che i mostri più interessanti sono quelli che si credono eroi.
Intorno alle protagoniste, lo showrunner Bruce Miller ha costruito un ensemble che pare uscito da un film di John Hughes: la reginetta, il capro espiatorio, la migliore amica con un segreto. Solo che qui il ballo di fine anno è una specie di asta matrimoniale con coreografie alla Bridgerton. Shunammite (Rowan Blanchard) è la più spietata, sfacciata e prepotente. Hulda (Isolde Ardies) è il bersaglio designato, dolce e goffa, la ragazza che in ogni gruppo esiste per assorbire le cattiverie delle altre. E poi c’è Becka (Mattea Conforti) la BFF di Agnes, la prima ad avere il ciclo e la meno entusiasta all’idea del matrimonio. Becka è il personaggio più sotterraneo e più potente della serie: porta un segreto che affiora lentamente, e quando emerge cambia tutto (spoiler police).

Foto: Disney
The Testaments sa benissimo in che momento storico è arrivata. D’altra parte Gilead wasn’t built in a day, ricorda una voce nella serie, mentre gli americani eleggevano politici estremisti convinti che stessero esagerando nelle promesse elettorali, salvo restare sconvolti quando le hanno mantenute. La violenza non è sparita, ha solo cambiato forma e convenevoli. Le ancelle sono quasi scomparse dalla scena, ma quello che resta è altrettanto agghiacciante. C’è una sequenza in cui Agnes si inginocchia davanti al padre nelle sue nuove vesti di “donna” mentre gli amici attempati di lui la scrutano, una sintesi efficace e angosciante dello sguardo sessualizzato sulle ragazzine, che nella società post-file Epstein fa davvero venire i brividi.
La rabbia inesorabile e adulta di June si trasforma qui in qualcosa di più instabile e potente: il furore di chi non sa ancora bene cosa prova e nemmeno come sfogarlo, perché brucia fortissimo. Al posto degli inni retrò all’emancipazione femminile della serie madre (la Lesley Gore di You Don’t Own Me, la Kate Bush di This Woman’s Work o la solita “Taylor Swift”) qui ci accompagnano Dreamin’ dei Blondie e Dreams dei Cranberries. Perché (forse) è ancora il tempo dei sogni, prima che Gilead li spenga definitivamente. Se The Handmaid’s Tale era difficile da guardare perché June sapeva esattamente quale sarebbe stato il suo destino, The Testaments è difficile da smettere di guardare per il motivo opposto: le ragazze ancora non lo sanno. Ma noi sì.
















