Sì, ‘The Bear’ è decisamente la serie più figa che vedrete quest’anno | Rolling Stone Italia
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Sì, ‘The Bear’ è decisamente la serie più figa che vedrete quest’anno

Arrosti che sfrigolano, verdure affettate, fornitori che non consegnano, grida, forni che scoppiano, incazzature, torte che non riescono, un suicidio senza spiegazioni, gli investitori alle calcagna, la cocaina, lo Xanax: una volta entrati in quella cucina, non vorrete più uscirne

Jeremy Allen White è Carmy in 'The Bear'

Foto: Disney+

Effetti collaterali che può causare la visione di The Bear (dal 5 ottobre su Disney+): un aumento esponenziale della fame. Un aumento altrettanto esponenziale del livello minimo di ansia. Un’ossessione al limite del folle per Jeremy Allen White. Il crollo del mito del “vorrei aprire una cosa mia e vivere felice”. Il salvataggio sul telefono di svariate immagini dei capelli di Jeremy Allen White, con annessa corsa dal parrucchiere. Un pensiero ricorrente: probabilmente, anzi, certamente, questa è la serie più figa che vedremo quest’anno.

Gli ingredienti, no pun intended, ci sono tutti: un regista-creatore-produttore (Christopher Storer) che ha alle spalle titoli come Ramy, Eighth Grade – Terza media, gli speciali di Bo Burnham (what. e Make Happy) e Chris Rock: Tamborine. Un cast pazzesco: oltre al sopracitato White (il Lip Gallagher di Shameless), lo stronzo per antonomasia Ebon Moss-Bachrach, le comiche Ayo Edebiri e Abby Elliott, il rapper Lionel Boyce del collettivo hip hop Odd Future, il veterano Oliver Platt. Una colonna sonora da urlo che attinge a grandi classici di Wilco, R.E.M., Radiohead, Van Morrison, Beach Boys, John Mayer, Sufjan Stevens, Pearl Jam – spoiler: salterete sul divano ai primi accordi di Animal. Un modo di parlare di cucina, ristoranti e affini che – in un’epoca fatta di programmi come MasterChef, Chef’s Table, 4 ristoranti e affini e di film come Always Be My Maybe (da noi Finché forse non vi separi) – non è mai stato così schietto, spietato, dissacrante e ferocemente divertente. Ultimo, ma non meno importante, una lunghezza umana: otto episodi, della durata di mezz’ora ciascuno.

Partiamo dalla trama: Chicago, lo storico beef sandwich shop della famiglia Berzatto – The Original Beef of Chicagoland – rischia la chiusura dopo il suicidio di Michael, che lo mandava avanti secondo un caotico nonché personalissimo “sistema” di gestione e organizzazione di personale e cucina. A salvare letteralmente la baracca arriva Carmy (un fenomenale, aridaje, Jeremy Allen White), chef talentuoso e blasonato, vincitore del James Beard Award e abituato al rigore, alla gerarchia e all’assoluta dedizione delle brigade de cuisine del migliore ristorante del mondo, «almeno secondo Eater». Giovane promessa sull’orlo del burnout, Carmy si getta anima e corpo in quella che per lui diventa una vera e propria missione, scontrandosi con il lassismo, la faciloneria e la mancanza di disciplina di sous-chef, salsieri, cambusieri, lavapiatti, e al tempo stesso cercando di elevare la qualità del cibo fino ad allora proposto.

Quella di Carmy si trasforma in una corsa contro il tempo, contro la mancanza di soldi e contro gli errori commessi – spesso volutamente, quasi a voler dare fastidio – dai suoi sottoposti. L’affanno, la frenesia e l’inquietudine sono palpabili, te li senti addosso grazie a un montaggio incalzante e nevrotico, tra arrosti che sfrigolano, verdure affettate concitatamente, fornitori che non consegnano i prodotti giusti, grida, forni che scoppiano, incazzature, torte che non riescono, un suicidio commesso senza spiegazioni, gli investitori alle calcagna, la cocaina, lo Xanax.

Lo Xanax che – un po’ per sbaglio, un po’ intenzionalmente – viene svuotato nel thermos contenente l’Ecto-Cooler preparato in occasione di una festa per ragazzini: è il compleanno dell’insopportabile e viziatissimo nipote di zio Jimmy (Oliver Platt) a cui Carmy deve ripagare un prestito di trecentomila dollari contratto dal fratello, e il nostro (anti)eroe per scalare duemila dollari dal debito s’immola sull’altare del catering. Lo scambio con lo zio, quando si trova a dover confessare l’accaduto con il gruppo di dodicenni stecchiti sul prato del giardino, vale da solo tutta la serie: «Cazzo, sono morti?». «No, no, no. Mi sa che stanno soltanto… dormendo?». «Be’, in realtà la cosa non mi dispiace affatto. Continua così, stai spaccando!». «Oh, ok».

Si ride tanto (amaramente), ci si commuove, ci si stressa, ci si arrabbia: il ventaglio di emozioni che accompagna The Bear pare completo, ma non si esaurisce nemmeno lì. Negli Stati Uniti, nazione forse più dell’Italia ossessionata da programmi di cucina e celebrity chef, la serie ha meritatamente ottenuto un plauso unanime: come scrive The Atlantic, è «appassionante, ambiziosa, divertente e devastante», ma ha pure il merito di «analizzare i modi in cui le culture dominate dagli uomini sono predisposte al fallimento». Fa a pezzi il mito del «wild male genius», rincara la dose Vanity Fair, che elogia la spietatezza con la quale The Bear «smonta la cultura tossica che imperversa nella ristorazione».

Lionel Boyce/Marcus e Ayo Edebiri/Sydney in una scena di ‘The Bear’, Foto: Disney+

La riflessione non fa sconti nemmeno alle donne: quali comportamenti adottiamo quando vogliamo inserirci in un ambiente maschile? Ci illudiamo che diventando bossy come un uomo meriteremo il rispetto altrui? È una giustificazione il fatto che, in determinate situazioni e contesti, gentilezza e indulgenza non paghino? E soprattutto, perché sul lavoro l’ambizione e la maniacalità femminile – qui, quelle della sovra-qualificata sous-chef Sydney (Ayo Edebiri) – riescono a risultare così insopportabili e da prurito alle mani?

Ci sarà una seconda stagione (meno male), che avrà il non facile compito di mantenere l’altissimo livello dei primi otto episodi e di non deludere le aspettative che nutriamo nei confronti di Carmy, Sidney, Richie, Marcus, Tina e compagnia bella. Il rischio e il timore di mandare tutto in vacca è dietro l’angolo, ormai lo sappiamo, e non è manco una questione d’abitudine o di pessimismo. «C’è un nome per quella cosa per cui hai paura quando succede qualcosa di bello, perché pensi che poi succederà qualcosa di brutto?», domanda Carmy a Richie. «Non lo so: vita?».

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