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Se Woody non farà più film, lasciateci almeno i misteriosi omicidi a Manhattan

Mentre il regista newyorkese dice che vuole andare in pensione (sigh), inizia la seconda stagione di ‘Only Murders in the Building’. Una giallo-comedy alleniana, anche se non si può dire. Ma noi lo facciamo: perché proprio per questo ci piace

Martin Short, Steve Martin e Selena Gomez nella seconda stagione di ‘Only Murders in the Building’

Foto: Disney+

L’intervista straziante (per noi sorcini) che Woody Allen ha dato l’altro giorno su Instagram (!) ad Alec Baldwin serviva a promuovere Zero Gravity, l’ultima raccolta di deliziosi racconti del regista appena uscita anche qui (per La nave di Teseo). Ma è ovvio che noi (e loro) volevamo occuparci d’altro. A chiacchierata ancora in corso, Variety aveva già titolato: «Woody Allen sta pensando di concludere la sua carriera di regista dopo il prossimo film».

In effetti, l’aveva detto. Il prossimo lavoro (che, pare, girerà a Parigi in autunno) sarà l’ultimo per il cinema. Perché – sintetizzo – il cinema è cambiato: «Una volta i miei film stavano in sala anche per mesi, adesso dopo due settimane si va in streaming o sulle tv a pagamento… non mi piace più». E anche: «Le sale che davano Fellini, Bergman, Truffaut, tutto il cinema che piace a me, hanno tutte chiuso». E poi è arrivato il Covid, e Woody come tutti è rimasto chiuso nel suo studio, e si è messo a scrivere non più sceneggiature ma racconti, e a riordinare quelli vecchi (scritti principalmente per il New Yorker) poi confluiti in questa raccolta. E si è accorto che è molto più comodo stare a casa (io lo sostengo da sempre, ero pantofolaio – oggi si dice smartworker – before it was cool), e poi a girare d’inverno col freddo andateci voi, e insomma c’ho quasi novant’anni, eccetera eccetera.

 

 
 
 
 
 
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Non ha detto l’altra cosa che avremmo voluto sentire, ma è come se l’avesse fatto. E cioè che è stato messo al bando dall’industria, dunque i set sono diventati impresa ancora più ardua (si vedano le tribolazioni per finanziare e distribuire l’adorabile film-testamento preventivo Rifkin’s Festival). Quella cosa la si trova però scritta tra le righe di uno dei racconti di Zero Gravity: «Sono molte le prove che attestano la verità della teoria secondo cui gli Stati Uniti si stanno rincretinendo». Una è l’aver stabilito, per mia/ronanfarrowismo diventato legge, che – sintetizzo di nuovo – Allen è un molestatore di bambine. Ma su questa cosa non torniamo, visto che, dopo averne scritto nella precedente autobiografia A proposito di niente, non c’è tornato più sopra manco lui; nemmeno quando HBO ha prodotto quello scempio che è Allen v. Farrow.

In realtà, la scena più bella di tutta l’intervista di Baldwin a Allen, quella che poteva stare benissimo dentro uno dei suoi racconti – quello sui due ebrei che si reincarnano in due aragoste; o quello sul produttore cialtrone che pare Danny Rose; o quello romantico e spassoso che s’intitola Crescere a Manhattan – è arrivata all’inizio. Woody, su perfetto sfondo di carta da parati Upper East Side (altro che librerie dei mitomani collegati coi talk show nostrani), continuava a sparire dal video. «Devi andare nella stanza dove il wifi prende meglio», gli intimava Baldwin. E niente, di nuovo saltava. Finché l’assistente di Woody non ha aperto la porta del salotto. «Era la porta», fa sommessamente lui. Ed è la fine di un altro bellissimo racconto.

La Manhattan dei condo “bene” (Upper West e non East, ma tant’è), le carte da parati déco, quel mondo che vuole restare orgogliosamente analogico nonostante tutto sono pure lo sfondo di Only Murders in the Building: guardavo i primi episodi della seconda stagione proprio il giorno dell’intervista a Woody (un caso??!?! non credo!!!1!!1!). Only Murders in the Building è un Allen indiretto, un Allen camuffato, perché oggi non si può dire pubblicamente che il modello è – ovviamente – quello. Non lo può dire nemmeno Selena Gomez, che è tra i protagonisti di questa serie e che era tra quelli di Un giorno di pioggia a New York, l’ultimo film “in casa” di Woody in cui recitava sostanzialmente la stessa parte che fa qua.

I protagonisti con le new entry Amy Schumer e Shirley MacLaine. Foto: Disney+

Non si può dire che il modello è Misterioso omicidio a Manhattan, con il giallo da appartamento, e i borghesi annoiati che s’improvvisano detective, e le menzognucce e le invidiucce che sono sempre l’unico movente, tra vicini di casa ricchi. Il mondo dei tre dirimpettai è lo stesso di Woody. Insieme alla ragazza viziata (Gomez), ci sono l’attore di telefilm fallito (Steve Martin) e il regista di Broadway reduce da un flop (Martin Short). («Oggi Broadway non è più quella di una volta, si producono solo riedizioni di vecchi musical che costano un sacco di soldi, e per metterli in scena chiamano le star di Hollywood. Non fanno più Tennessee Williams, Arthur Miller…»: lo diceva Woody l’altro giorno, l’ho detto che il suo mondo è uguale a quello della serie.)

La seconda stagione di Only Murders in the Building, appena cominciata su Disney+, è ancora più bella e più svelta della prima, e ancora più alleniana. Il giallo, ovviamente, è irrilevante. Importano le citazioni, le colazioni al diner, il cast stratosferico che recita a soggetto ma sembra sempre che improvvisi senza sforzo. Ai tre giganteschi protagonisti (anche Gomez, sì) si aggiungono a questo giro Amy Schumer, che solitamente detesto e che qui invece riescono a rendermi simpatica, e Shirley MacLaine, che vabbè è Shirley MacLaine, ed è inutile ripetere “era più bello il ’900, fa bene Woody a voler restare analogico per sempre, a non piegarsi mai a questo nostro tempo brutto”.

Nelle sei puntate che ho visto, la battuta migliore ce l’ha la stupenda Jackie Hoffman, una faccia che sembra di aver visto in tutti i film di Allen anche se un film con Allen non l’ha fatto mai. Quando Selena Gomez, a proposito dell’omicidio della vicina di casa su cui s’indaga stavolta, sospira «La sua morte è stata uno dei giorni peggiori della mia vita», lei replica: «Giusto, perché ogni cosa vi riguarda sempre. Ah, ’sti millennial… trovatevi un lavoro!». Potrebbe essere un ottimo spunto per il sequel di Un giorno di pioggia a New York, dove l’aspirante giornalista Elle Fanning faceva la saputa e in realtà, come tutti i millennial, non sapeva niente (diceva di amare i grandi registi europei come Kurosawa), viveva solo delle proprie emozioni. Peccato che Woody non farà più film, che disgrazia.