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‘Ripley’: il talento di Mr. Andrew Scott guida un remake favoloso

Ha senso riadattare un romanzo (di Patricia Highsmith) già diventato un film (anzi, vari film) di culto? Sì, se dietro il progetto c’è un autore come Steven Zaillian e un cast perfetto. E dire che al principio Netflix non c’entrava niente…

Foto: Netflix

“Non sono una persona che si approfitta delle persone”, dice Tom Ripley al suo nuovo amico Dickie Greenleaf nel secondo episodio della nuova serie thriller di Netflix, Ripley. A questo punto, gli spettatori hanno ampie prove che Tom è, in effetti, esattamente il tipo di persona che si approfitta delle persone, anche se Dickie e la sua fidanzata Marge sono affascinati dalla sua compagnia e ignari della minaccia che rappresenta per loro.

Molti spettatori entreranno nel mondo di Ripley già sapendo che Tom è, come dirà un personaggio più avanti nella serie, un uomo la cui professione è mentire. È il protagonista di una serie di amatissimi romanzi di Patricia Highsmith. Questa versione di Netflix adatta il primo libro, Il talento di Mr. Ripley, già trasformato in un fantastico film del 1999, scritto e diretto da Anthony Mighella e interpretato da Matt Damon nel ruolo di Tom, Jude Law in quello di Dickie e Gwyneth Paltrow in quello di Marge.

Il film è un capolavoro di suspense in stile Hitchcock. È splendidamente girato e ricco di interpretazioni indimenticabili da parte del cast: Damon, Law e Paltrow non sono mai stati così bravi, mentre Philip Seymour Hoffman e Cate Blanchett rubano la scena in ruoli minori. Anche a 25 anni di distanza, il ricordo di quel film è tale che sembrerebbe folle per chiunque tentare di riproporre questa storia in particolare, invece di adattare uno degli altri libri del ciclo di Ripley (*), o inventare una nuova avventura per il personaggio. Non c’è alcun vantaggio nel rifare un film rimasto così impresso, a meno che non si abbia una nuova interpretazione, e anche in quel caso, bisogna seguire quell’idea a un livello così alto che raramente vale la pena di provarci.

(*) Ripley è stato interpretato in altri film da John Malkovich (Il gioco di Ripley del 2002), Barry Pepper (Il ritorno di Mr. Ripley del 2005), Dennis Hopper (L’amico americano del 1977) e Alain Delon (Delitto in pieno sole del 1960, anch’esso un adattamento del Talento di Mr. Ripley). I libri sono stati adattati anche per la radio in diverse occasioni, tra cui quella con Ian Hart, che ha interpretato Ripley negli adattamenti di BBC Radio di tutti e cinque i romanzi.

Fortunatamente, Steven Zaillian – sceneggiatore di Schindler’s List e Moneyball, tra i tanti successi, e notevole regista di film come In cerca di Bobby Fischer e di serie come The Night Of – ha un approccio diverso a questo materiale rispetto a quello di Minghella, oltre che le capacità per portarlo a termine. Se non è un instant classic come la versione con Matt Damon, ci si avvicina molto di più di quanto si possa immaginare, ed è una delle serie più interessanti dell’anno, almeno finora.

Ripley è interpretato da Andrew Scott, reduce da Estranei e meglio conosciuto dai telespettatori come il prete sexy di Fleabag. Scott ha quasi vent’anni in più rispetto a Damon quando ha interpretato il ruolo, e questo Ripley non è un ragazzino, né per temperamento né per prestanza. Quando lo incontriamo, nell’autunno del 1961, è un truffatore esperto, che sta mettendo in atto una truffa in cui finge di rappresentare un’agenzia di recupero crediti in ambito medico. È un’attività che funziona, anche se non molto redditizia, sufficiente a mantenere un tetto sopra la testa, ma in un appartamento in cui è costretto a usare un bagno comune la cui doccia sputa occasionalmente acqua nera come il suo cuore. Ma poi gli capita un’opportunità inaspettata: il magnate dei cantieri navali Herbert Greenleaf (Kenneth Lonergan, scrittore/regista di grande spessore) ha bisogno di aiuto per riportare il figlio ribelle Dickie da un soggiorno in Italia che sembra protrarsi all’infinito, e il suo investigatore privato (Bokeem Woodbine) pensa che Tom sia un vecchio amico di Dickie in grado di farlo. Tom ricorda a malapena di aver conosciuto Dickie, ma si tratta di un viaggio in Italia con spese e stipendio pagati, e cade in un momento in cui avrebbe tanto bisogno di una pausa. Tom si rende subito conto che si tratta di un’opportunità per salire di livello, sia in termini di crimini che di ricchezza.

Il Dickie di Jude Law era incredibilmente bello, l’anima di ogni festa e un uomo di cui il giovane Tom Ripley del film si era comprensibilmente innamorato a prima vista. La versione di Johnny Flynn del personaggio è più a misura d’uomo: ragionevolmente bello, ragionevolmente affascinante, ma soprattutto un ricco ragazzo ozioso che può “galleggiare” nella vita perché i suoi genitori gli hanno creato un fondo fiduciario che non possono revocare. Sebbene questo Ripley sia attratto da Dickie, è molto più attratto dal suo stile di vita, che comprende una bella villa con vista sulla Costiera Amalfitana e un Picasso appeso alla parete del soggiorno. “È frocio?”, si chiede Marge (interpretata qui da Dakota Fanning), prima di decidere: “Non lo so. Non credo che sia abbastanza normale da avere una vita sessuale”.

Ma se il film raccontava di come Ripley arrivava gradualmente a capire di essere un sociopatico, questo mostra un uomo che lo sa e lo accetta da molto tempo. La versione di Scott è in grado di fingere emozioni umane, a volte in modo convincente, altre meno, come la sua difficoltà a nascondere l’antipatia nei confronti di Marge e dell’amico di Dickie, Freddie (Eliot Sumner, che ha preso il posto di Hoffman). Principalmente, però, è un criminale che guarda dritto all’obiettivo: il suo Ripley è molto meno interessato al motivo per cui compie tante cose terribili, o a quanto ciò costi alla sua anima, di quanto non lo sia al modo in cui le compie. E questa messa in scena del processo che segue un criminale – come farla franca con l’omicidio ma anche con il furto d’identità, la falsificazione di assegni, le truffe immobiliari e altre forme di frode godendo di un lussureggiante panorama italiano – è molto avvincente.

Zaillian dimostra un livello di impegno e interesse per i dettagli di questo tipo raramente visto sul piccolo schermo, al di fuori di The Wire, Breaking Bad e Better Call Saul. Non dedica otto ore a una storia che Minghella ha raccontato in poco più di due secondo la moda corrente delle serie in streaming: “ci piace pensare a questa stagione come a un film molto, molto lungo”. No: si prende invece tutto il tempo necessario per mostrare i piccoli dettagli di ogni fase del piano di Ripley, perché questo ci aiuta a capire meglio come Tom riesca a portare a termine tutti questi passaggi: il suo darsi così tanto da fare ci dice molto di più su di lui di quanto non direbbe mai ad alta voce a un’altra persona. Inoltre, anche se è il cattivo in tutti i sensi, vederlo fare tutta questa fatica ci fa sentire terribilmente soddisfatti quando riesce a superare l’ultimo ostacolo incontrato lungo il percorso.

Dakota Fanning alias Marge. Foto: Netflix

Il primo episodio, ad esempio, dedica molto tempo a Tom che si affatica mentre sale e scende le numerose scale di Atrani, la cittadina costiera “adottata” da Dickie e Marge. E tutto questo non viene mai a noia, non solo perché dopo un po’ diventa divertente, ma anche perché si ha la sensazione che Tom abbia davvero compiuto un’impresa quando riesce a organizzare un primo incontro apparentemente improvvisato con il suo bersaglio. Gli episodi successivi si soffermano su come Tom impara a falsificare le firme altrui e i documenti, o anche su qualcosa di relativamente insignificante come i gesti necessari a far uscire i cubetti di ghiaccio dalle vaschette con la tecnologia dei congelatori dei primi anni Sessanta. Quando un poliziotto accetta una delle truffe di Tom come verità perché “nessun ladro penserebbe di fare una cosa del genere”, possiamo apprezzarlo appieno perché abbiamo visto quanta riflessione, tempo e cura ha dedicato al suo questo ladro eccezionale.

L’esempio migliore è forse quello di un omicidio commesso su una barca, dopo il quale Tom deve cercare un modo per evitare che qualcuno trovi la vittima. Doversi sbarazzare di un cadavere scomodo è diventato un cliché del dramma seriale moderno, tanto che, se cerco su Google il mio nome e la frase “eliminazione di un cadavere”, ottengo centinaia di risultati da varie recensioni che ho scritto. Tuttavia, il modo in cui Zaillian mette in scena le conseguenze dell’omicidio – e i molti, molti, molti, molti passi che Tom deve compiere per realizzare cose che i criminali in storie simili a questa riescono a fare senza alcuno sforzo – è a volte ingegnoso, a volte insopportabilmente teso, a volte cupamente esilarante, e a volte tutte e tre le cose insieme. È il tipo di sequenza che pensavo di non dover più vedere, ma in questo caso non volevo che finisse mai.

Ripley crede profondamente nella “pistola di Čechov”, e cioè nell’introdurre all’inizio di ogni episodio dettagli che chiaramente torneranno in seguito e causeranno problemi al nostro protagonista, e aumentando così il livello di suspense generale. È ovvio, per esempio, che quando Tom si trasferisce in un condominio con un ascensore un po’ malmesso, questo si guasterà nel momento peggiore per lui. Ma questo non fa altro che rendere il suo stress gustosissimo, invece che prevedibile.

Questa cura per i dettagli è resa evidente anche dalla scelta di Zaillian e del direttore della fotografia Robert Elswit, vincitore di un Oscar per Il petroliere, girano la serie in un nitido e splendido bianco e nero. Elswit è stato il direttore della fotografia di Good Night, and Good Luck. di George Clooney, quindi ha esperienza sia con questa tavolozza che con gli stili della metà del XX secolo. Tom diventa rapidamente ossessionato dalle opere del pittore italiano Caravaggio, soprattutto dopo che Dickie gli spiega che Caravaggio era un assassino che ha creato alcune delle sue opere più belle mentre era in fuga dalle autorità. Quasi tutte le inquadrature di Ripley sembrano un quadro vero e proprio, per l’uso di luci, ombre, tutte le angolazioni più interessanti e l’architettura locale per creare un mondo di grigi infiniti e terrificanti, che sembra antico e classico quanto l’epoca in cui ha operato il pittore preferito di Tom. Nei panni di Ravini, un detective della polizia romana che si interessa sempre di più a ciò che Tom sta facendo, Maurizio Lombardi è caratterizzato da uno stile e da inquadrature che fanno pensare che il regista abbia costruito una macchina del tempo per ingaggiare un caratterista italiano del 1961.

Andrew Scott in una scena della serie. Foto: Netflix

Le interpretazioni sono volutamente fredde come la fotografia (o tutti quei cubetti di ghiaccio). Scott, in particolare, deve trasmettere moltissimo attraverso l’immobilità del suo linguaggio corporeo e un volto che Tom ha addestrato per mostrare raramente ciò che prova realmente. Sta tutto nei piccoli movimenti e nelle microespressioni, e almeno a noi risulta chiarissimo, per quanto Ripley sia inintelligibile per tutti quelli che lo circondano.

L’unico rischio che si corre, puntando così tanto sulla mancanza di empatia di Tom, è che Ripley debba fare affidamento quasi interamente sulla sua trama per funzionare. E qui entrano in soccorso un paio di espedienti tardivi, necessari a far sì che la narrazione finisca esattamente nel punto voluto da Zaillian. Il film di Minghella racconta una variante leggermente diversa della storia originale, ma fa un lavoro più meticoloso nel mostrare come le varie persone vengano ingannate dalle tante bugie di Tom. Qui è richiesta una sospensione dell’incredulità un po’ più forzata, in particolare di fronte a una scena in cui Tom indossa un travestimento del tutto inconsistente quando deve parlare con qualcuno che lo ha incontrato più volte e che dovrebbe facilmente riconoscerlo. Ma, nel complesso, il finale è profondamente soddisfacente, e include un cenno alla lunga storia letteraria e cinematografica del personaggio che divertirà anche i molti spettatori che non capiranno il riferimento.

Tra gli elementi più sorprendenti di questa straordinaria serie c’è il fatto che Netflix è riuscita a raccoglierla da una specie di discarica. Zaillian e soci l’hanno realizzata per il canale a pagamento che una volta era conosciuto come Showtime e che ora si chiama Paramount+ with Showtime, da non confondersi con il servizio di streaming Paramount+. Nel mezzo dei vari cambi di nome del marchio, gestione, sistema di distribuzione e direzione, si è deciso che la missione principale in futuro sarebbe stata quella di concentrarsi su franchise e altre intellectual properties, motivo per cui sono in lavorazione diversi spin-off e prequel di Billions, Dexter e Ray Donovan. Tutto ciò che non rientra in questo piano è stato messo da parte. Ma il fatto è che anche questa è una IP: cinque libri famosi, che sono stati tradotti più volte, e da cui sono stati tratti film che sono pietre miliari.

Che Netflix abbia potuto accaparrarsi una serie così bella – e con un potenziale sviluppo in molte stagioni, volendo anche oltre l’adattamento delle storie originali di Highsmith – da un concorrente che non ha capito il tesoro che aveva tra le mani è, be’, un crimine degno di Tom Ripley in persona.

Da Rolling Stone US

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