Un tempo, la maggior parte delle serie tv era come Poker Face (finalmente in arrivo in Italia, dal 29 maggio su Sky e NOW, ndt), creata da Rian Johnson (Cena con delitto – Knives Out e seguiti) e interpretata da Natasha Lyonne (Russian Doll). È una serie puramente episodica, incentrata su un caso diverso per ogni puntata. Ogni episodio presenta una trama specifica, che Charlie Cale, interpretata da Lyonne, riesce a risolvere entro la fine dell’ora. Ci sono alcuni fili conduttori, ma in teoria si potrebbero guardare tutti gli episodi tranne il primo in qualsiasi ordine e trarne lo stesso piacere da ciascuno. È una serie che si basa principalmente sul fascino della sua protagonista e sulla capacità di Johnson e degli altri sceneggiatori e registi di rendere ogni singola storia così interessante da far venire voglia di tornare a guardarne altre senza alcun vero accenno a un “Continua…”.
Per decenni, la Tv ha funzionato così. Poi sono arrivate The Wire, Breaking Bad, Game of Thrones, eccetera, e improvvisamente il “caso della settimana” è diventato obsoleto: roba semplicistica di un’epoca in cui non sapevamo che la Tv potesse essere migliore. La serializzazione era il nuovo re, e se ogni episodio non contribuiva in qualche modo a una storia più ampia, che senso aveva?
Sotto molti aspetti, la televisione ha tratto grande beneficio da questo cambiamento. Le migliori serie di questo secolo sono riuscite a puntare più in alto, ad approfondire maggiormente e a sfruttare in modo incredibile l’enorme quantità di tempo a disposizione, raccontando una sola storia su un unico gruppo di personaggi per anni e anni. Ma sotto altri aspetti, abbiamo davvero perso qualcosa. La serializzazione è diventata una formula tanto quanto lo era un tempo la narrazione “a puntate”. Troppi showrunner – che siano sceneggiatori che cercano di allungare la trama di un film che non sono riusciti a vendere, o semplicemente qualcuno che ha tratto tutte le lezioni sbagliate guardando I Soprano, o che ha pensato che sarebbe stato facile copiare la struttura di Breaking Bad – presumono erroneamente che una narrazione continua sia fondamentalmente interessante solo perché si protrae per un’intera stagione. La complessità viene considerata gratificante se fine a sé stessa, piuttosto che perché aggiunge valore alla storia raccontata. Così ci ritroviamo con questi lunghi e amorfi pasticci – “È un film di 10 ore!” – che dimenticano come intrattenere perché tutto ciò che gli interessa è lo slancio in avanti.
Grazie al cielo, quindi, ci sono Johnson, Lyonne e tutti gli altri che hanno contribuito alla realizzazione di Poker Face. La serie sfrutta tutti i migliori elementi del passato, ma in un modo che la rende assolutamente moderna, proprio come i vari capitoli della saga Knives Out si ispirano ai gialli di Agatha Christie senza sembrare polverosi film d’epoca.
Scopriamo che Charlie era un tempo una giocatrice di poker imbattibile grazie a un’abilità insolita, essenzialmente sovrumana: riesce sempre a capire quando qualcuno sta mentendo. Alla fine, si è messa nei guai con le persone sbagliate e ora lavora come cameriera in un casinò del Nevada, cercando semplicemente di stare alla larga dai problemi. Ma, come spesso accade in questo genere di serie, i guai continuano inevitabilmente a cercarla, sempre sotto forma di un omicidio che solo lei può risolvere, perché sa che l’assassino è un bugiardo.
Il formato è un mix tra il classico mistero aperto di Colombo e l’approccio adottato da Johnson nei film di Benoit Blanc. Ogni episodio inizia con 10-15 minuti senza Charlie, durante i quali incontriamo gli assassini e le loro vittime e vediamo come e perché è avvenuto l’omicidio. Poi la narrazione torna indietro per mostrare come Charlie conoscesse già questi personaggi, prima che lei riesca finalmente a capire cosa è successo e a trovare un modo per assicurare i cattivi alla giustizia; anche se Charlie non è una poliziotta e, anzi, deve stare alla larga dalla legge perché gli eventi del primo episodio l’hanno resa una fuggitiva costretta a spostarsi in incognito di città in città. (L’unico elemento ricorrente è che un buttafuori di un casinò, interpretato da Benjamin Bratt, la sta inseguendo attraverso il Paese a causa degli eventi del pilot, ma anche questo è un elemento relativamente minore o poco frequente).
Le ambientazioni e i tipi di guest star variano enormemente da un episodio all’altro. In uno, lavora in un barbecue texano gestito da Lil Rel Howery; in un altro, è una roadie per una band heavy metal dove Chloë Sevigny è la frontwoman ormai matura alla disperata ricerca di un ritorno sulle scene.
Sebbene ci fosse già un po’ del tenente Colombo di Peter Falk nella performance di Lyonne in Russian Doll, Charlie è un personaggio molto diverso: è una donna amichevole e curiosa nei confronti delle persone e del mondo che la circonda. È una performance assolutamente magnetica e accattivante, in cui è brava sia da sola – ad esempio, “assaggiando” vari tipi di legno per smascherare una delle bugie di Lil Rel – sia quando interagisce con fantastiche guest star come Hong Chau (nel ruolo di una camionista antisociale) o Ellen Barkin (alias una star televisiva degli anni Ottanta che ora si esibisce in un teatro-ristorante).
E proprio come i film di Blanc, questa è una serie che sfrutta ogni singolo aspetto della trama. Per quanto una scena possa sembrare superflua – ad esempio, il divertente incontro di Charlie con uno sconosciuto davanti a un bidone della spazzatura – alla fine si rivelerà avere un qualche tipo di significato per la trama. Il tutto è decisamente ingegnoso – compresi i molti modi in cui riesce a dimostrare i limiti dell’essere un rilevatore di bugie umano – e molto agile.
Detto questo, dato che serie come Poker Face sono diventate così rare – o, almeno, quelle simili a questa e realizzate altrettanto bene – c’è il rischio di elogiarla in modo esagerato. Come in ogni serie a episodi, alcuni sono più forti di altri, in particolare nelle sequenze iniziali senza Lyonne. Il quinto, ad esempio, vede Judith Light e S. Epatha Merkerson nei panni di ex rivoluzionarie degli anni Settanta diventate le due donne più toste e cattive della loro comunità di pensionati; la combinazione di quella premessa e di queste grandi veterane è così forte che quasi ti dimentichi di Charlie.
Ma il secondo episodio, incentrato su un trio di persone impiegato nel turno di notte nei negozi adiacenti a un’area di sosta per camionisti, decolla davvero solo quando entra in scena quella familiare chioma biondo-rossiccia. E anche quando lei fa la sua comparsa, i flashback potrebbero a volte rendervi impazienti di arrivare alla parte in cui Charlie inizia a smontare la versione dell’assassino. (Gli episodi di Colombo duravano solitamente tra i 70 e i 100 minuti, e quindi avevano tempo più che sufficiente per l’interazione tra Falk e le guest star; dopo un episodio pilota di 67 minuti che deve stabilire il retroscena di Charlie e la premessa, tutti gli altri durano un’ora o meno, a volte significativamente meno).
Ma caspita, che sollievo e che gioia vedere una serie tv che vuole davvero essere una serie tv e che sa come farlo a un livello così alto. Johnson e Lyonne hanno detto che vorrebbero far durare Poker Face il più a lungo possibile. Speriamo che ne abbiano la possibilità. Questo inizio è meraviglioso.















