L’aiuto regia urla: “Pier Luigi Pasino ha finito la serie”.
Provo a mettere insieme due parole per ringraziare la troupe, ma la voce si rompe. Abbraccio Matilda e in quell’istante capisco con chiarezza che si sta chiudendo un capitolo importante della mia vita. Non solo professionale.
Tra pochi giorni nascerà la mia seconda figlia. Tra poco più di un mese sarò su un nuovo set, quello di Mel Gibson, davanti a quella è senza dubbio la sfida più grande della mia carriera. Eppure, mentre tutto questo sta per cominciare, qualcosa finisce davvero.
Cinque anni fa, quando ho fatto il primo provino per Enrico Poët, non avevo certezze. Avevo solo un desiderio molto semplice e molto ostinato: dopo anni di teatro, volevo confrontarmi con la macchina da presa, misurarmi con un ruolo importante. E volevo essere visto. Dopo tanti provini andati male, occasioni sfumate, porte socchiuse, desideravo essere visto.

Pier Luigi Pasino sul set di ‘La Legge Di Lidia Poët’. Foto: Lucia Iuorio/Netflix
Il primo provino lo faccio il giorno del mio quarantesimo compleanno. Baffi ottocenteschi improbabili. Esco da quella stanza con una sensazione precisa: quella di aver dato tutto.
Poi passano mesi di attesa, faccio altri provini, fino all’ultimo, quello con Matilda. Entro nella stanza, lei è seduta con le cuffiette nelle orecchie. Io arrivo diretto dalla tournée, stanco, con uno zaino enorme e il mio solito mini skateboard. Lo nota subito, iniziamo a parlare. Ci troviamo immediatamente: sento che posso essere suo fratello. Facciamo la scena. Funziona.
Poi di nuovo l’attesa. Lunga, insopportabile. Finché non arriva la telefonata: “Ti hanno preso”.

Matilda De Angelis (Lidia Poët), Ninni Bruschetta (Giovanni Cantamessa) e Pier Luigi Pasino (Enrico Poët). Foto: Lucia Iuorio/Netflix
Chi fa questo mestiere lo sa: il talento non basta. Non basta mai. Puoi essere la scelta del regista ma non quella della produzione. Puoi convincere tutti e perdere comunque il ruolo. Serve un allineamento fragile, imprevedibile. Una combinazione di fattori che ha qualcosa di misterioso. Chiamiamola pure fortuna, o destino, o magia.
Io, nel frattempo, quella magia ho provato a costruirmela. Scrivendo, cantando, portando in scena cose mie, insistendo anche quando la fiducia vacillava. Perché se c’è una cosa che questa esperienza mi ha insegnato è che il sogno non è un fatto spontaneo: va nutrito. Anche quando non ci credi fino in fondo, devi trovare un modo per continuare a crederci.
Forse la nostra Lidia Poët sarebbe d’accordo.
Mi capita spesso di incontrare personaggi che risuonano con quello che sto vivendo. Non è qualcosa che cerco, succede. E ogni volta mi sorprende per quanto sia preciso.

Pier Luigi Pasino nella terza e ultima stagione di ‘La Legge Di Lidia Poët’. Foto: Lucia Iuorio/Netflix
Enrico è un uomo sposato, un padre. Durante la prima stagione mi sono sposato. È nata la mia prima figlia. Ora, mentre questa storia si chiude, sto per diventare padre per la seconda volta. Si potrebbe parlare di coincidenze. Io non ci riesco.
Interpretare un uomo che sostiene con così tanta dedizione i diritti delle donne, in un’epoca in cui quei diritti non esistevano, mentre io diventavo padre di due figlie, non mi è mai sembrato casuale.
Seppur Enrico sia esistito davvero, ciò che agisce nella serie è frutto di una finzione, certo. Ma il suo gesto — farsi da parte, esporsi, entrare in un terreno che non gli appartiene per sostenere la battaglia di una donna — è tutt’altro che fittizio. È un esempio di cui abbiamo ancora bisogno.

Foto: Lucia Iuorio/Netflix
Mi piacerebbe pensare che le mie figlie cresceranno in un mondo dove esempi così non servano più. Ma non ne sono sicuro. Quello di cui sono sicuro è che senza la capacità di immaginare un cambiamento, senza la volontà di crederci anche quando sembra ingenuo farlo, quel cambiamento non arriverà mai.
Lidia ci ha creduto.
Io, nel mio piccolo, continuo a farlo.
E qualche volta, contro ogni previsione, succede davvero.










