Non finisce con uno scoppio, ma nemmeno con un piagnisteo. La quinta e ultima stagione di The Bear è arrivata sul menu, ed è un percorso a più portate. Che comincia da dove eravamo rimasti – l’impossibile, la decisione di Carmy (Jeremy Allen White) di lasciare la cucina del ristorante che tanto avevo voluto, e penato, e fatto penare per rivitalizzare – riannoda tutti i fili per portarci dall’antipasto alla piccola pasticceria, e chiude il sipario sulle (dis)graziate vicende della rizomatica famiglia Berzatto. È l’ultimo ballo e si vorrebbe essere perfetto. Alcuni piatti si appiccicheranno ai denti, altri risulteranno pesantucci alla digestione.
È un momento particolare, in cui confrontarsi con una (lunga) storia ambientata in parte nell’alta cucina, in parte in quella che vorrebbe tramutarsi in tale. Il 5 agosto proprio quel Noma, il ristorante più famoso del mondo, guidato fino a poco tempo fa da René Redzepi, in cui anche Carmen Berzatto era passato come stagista, riaprirà con largo anticipo rispetto ai tempi annunciati. Attualmente impegnato in una serie di pop-up in giro per il mondo, il ritorno a casa è stato anticipato di un anno e mezzo circa. Avverrà senza più stelle Michelin per l’avvenuta chiusura, per quanto temporanea; e avverrà con e senza lo stesso Redzepi, all’inizio di quest’anno finito in un brutto pasticciaccio mediatico (e personale) attraverso un’inchiesta del New York Times, che ha riportato alla luce una serie di angherie fisiche e mentali a cui Redzepi avrebbe sottoposto i dipendenti del Noma fino al 2017. Le accuse erano già note, e anche Redzepi ne aveva parlato apertamente. Comunque, dopo non molto aveva preso la decisione di allontanarsi dalla cucina, lasciando altri ad affrontare il servizio. Ora, non una cacciata dal Paradiso, ma un ritorno nella forma di mentore, addetto allo sviluppo dei progetti a lungo termine, e ricercatore. Un’eminenza grigia. Ohibò, vien da pensare appena entrati nella quinta stagione di The Bear: Carmy ha fatto una Redzepi?
Lo show comincia infatti sottotono, reiterando la serie di errori e antipaticherie che avevano reso avvincente la prima stagione, ma che allo stesso tempo ci avevano fatto sperare in un arco del personaggio più definito, per tutti. Quattro stagioni sotto il ponte, e siamo ancora qui. Incistati negli errori personali dei protagonisti – Sydney (Ayo Edebiri) Madame Bovary di desiderio prima che azione, Richie (Ebon Moss-Bachrach) intrappolato nei demoni e nel ricordo dell’amico Micheal, Sugar (Abby Elliott) traballante in un ruolo che credeva avrebbe voluto per sé e che la sta scavando, giorno dopo giorno. Carmy si conferma discepolo della negative capability del poeta romantico John Keats: accetta l’inspiegabile nel flusso. Abita una cucina, e chissà perché. Non ha ancora imparato a rivolgersi delle domande.
L’aria è impestata di naftalina: abbiamo già portato questi abiti. E ci siamo già emozionati per la narrazione di una cucina eroica, r-affinante l’anima di chi la esegue. La cucina delle guide e delle stelle Michelin, delle tovaglie bianche e della finezza. Menu degustazione, tante portate con vino in abbinamento. Vero, The Bear aveva esposto il problema fin dall’inizio, tutto bello, ma questa cosa è velenosa, intossica chi partecipa al gioco. Nel 2022, all’inizio della serie e post-Covid, la conversazione sobbolliva ed era più che reale nei ristoranti: si sentiva vitale. Quattro anni dopo, non possiamo più stare a dirci le stesse cose. E invece, l’atto finale di Carmy & compagni comincia proprio su questa nota. Non c’è niente di peggio che un menu scontato.

‘The Bear’. Foto stampa
Good ol’ Chicago, The Bear ha bisogno di salvataggio urgente. Lo zio Jimmy (Oliver Platt) è passato dalle minacce ai fatti concreti: il ristorante deve diventare profittevole ora, altrimenti sarà la fine della corsa. Mentre annulla ordini come il boss inaspettato di un videogioco, incasina alla grande la serata della cucina e si strema in polverosi uffici pubblici, a raccapezzarsi sugli air rights dello spazio vuoto sovrastante The Bear (posso venderli? posso costruirci?), una pioggia torrenziale colpisce la città. Il gestionale delle prenotazioni salta, la cella frigorifera langue. Il patatrac è ovviamente dietro l’angolo: fear death by water.
La morte sfiora sul serio: Neil Fak (il geniale Matty Matheson) cade preda di una crisi mistica, cita la Bibbia e dipinge porte di rosso per esorcizzare il male che attanaglia. Ebra (Edwin Lee Gibson) si apposta a caccia di un misterioso ladro di cucchiai. Persino il sodalizio d’acciaio tra Luca (Will Poulter) e Marcus (Lionel Boyce) è messo sulla linea. E Tina (Liza Colón-Zayas), che nella seconda stagione sembrava poter scalzare ogni affetto dai nostri cuori, torna relegata, come nella quarta iterazione, a un bonario ruolo di sottofondo. È su di lei, però, che si apre la stagione. Mattina presto, cucina di casa: ha preparato un piatto di broccoli e foglie, sembra delizioso. La raggiunge il marito e la saluta con un bacio: «It’s time to wake up». Suona la sveglia. Non è un sogno ma pare un omaggio alla conclusione di Atlanta e al suo “master of dreams” LaKeith Stanfield aka Darius, a Fak if ever there was one. “Svegliatosi” peraltro proprio il 10 novembre 2022, in una sorta di cambio di testimone con The Bear. Un caso?
Probabilmente, sì. Il tono shakespeariano dell’attacco di quest’ultima stagione, a ogni modo, non si scolla di dosso. Si rincorreranno altre dediche alla “bellissima avventura” attraversata insieme, ed è impossibile relegare i ringraziamenti al loro valore di superficie, prenderli per buoni solo all’interno della storia. Questo sogno – questa serie, questa famiglia – sta per finire. E forse, finalmente, anche un’idea di cucina, o meglio, la sua glorificazione.
Il cambio di passo avviene all’episodio 7, Caramel, che finisce in direttissima nei più belli, e meglio orchestrati, della televisione recente. Si va in scena, è servizio. La notte che metterà fine alla storia di The Bear o che, forse, la riprenderà sfalciando i rami morti. Di più è meglio non rivelare. Ma quello che accade nel denso caramello è un brusco miracolo: i pianeti disassati sono di colpo una costellazione. Woken up, svegliati da un sonno intorpidito. Ed è un grande ritorno ai fasti della prima, innamoratissima stagione, chiusa dentro le strette mura di un back of house: dirige Christopher Storer, creatore del Bear-verso, capace sia della velocità degli inizi, che del garbo di una lentezza soffusa, imparata nel tempo per accompagnare i suoi personaggi. Costruisce un episodio grande della grandezza di quei sette famosi pesci: finalmente, torniamo a emozionarci con Carmy, Richie, Syd. E avremo l’occasione di celebrare Neil Fak come vera, all-along colonna portante di quello piccolo grande mondo.
Non c’è solo il sentimento. Mentre le marea di Caramel si ritira, e noi allarghiamo gli occhi affamati della conclusione, sulla battigia rimangono i veri sassolini della ristorazione, nel 2026. L’approccio individualistico dietro i fornelli, forse scaduto, tra quattro mani e collaborazioni sempre più frequenti, coppie di cuochi al timone, ed esperimenti di collettivo (come al monostellato Trattoria Contemporanea a Lomazzo, vicino al Lago di Como). Il servizio di sala, che si fa sempre più smanicato – e pure imprevedibile – senza rinunciare alla precisione e alle coccole “esperienziali”. Il pubblico-cliente ormai imbevuto di ideologia culinaria, pronto a gridare sì, chef all’accomodarsi a tavola. La cucina di semplicità, svestita degli strati visibili della tecnica mentre questi, pur rimanendo, si nascondono nelle fibre profonde. Serve, ed è la vera closure e forse eredità di The Bear. Una che, francamente, non ci aspettavamo arrivasse più. E che invece, per quanto non annunciata, dimostra ancora di sapersi battere, ed elevare.
Era da un po’ che non intercettavamo episodi-madre di questo respiro. Ora abbiamo di nuovo il dubbio che The Bear possa essere la migliore della riflessioni possibili, sulla ristorazione contemporanea e i suoi vecchi, giovani dolori.
Staremo a vedere. C’è ancora (un) domani per storie come questa. E, per ora, possiamo anche solo pensare a come godercela, in queste ultime battute.













