Parto da un’immagine: l’amica della protagonista, Allie Hayes (Mika Abdalla), si presenta alla festa in maschera della serie travestita da Jennifer Lopez. E non da una JLo qualunque: con il mitico jungle dress di Versace che JLo ha indossato ai Grammy del 2000 (!), balla sulle note di On the Floor e poi l’attrice, ad uso e consumo dei social, ricrea la scenetta con la vera Jen. Adesso ditemi se c’è un’immagine più millennial di questa. Spiegatemi quale diciannovenne del 2026 ha negli occhi quel vestito, quei Grammy, persino quel taglio dei capelli, e quale riconosce, in un battito, l’abito che (secondo il celebre aneddoto di Eric Schmidt) ha letteralmente costretto Google a inventare Google Images, perché nel febbraio del Duemila tutti cercavano disperatamente quella foto e Search restituiva soltanto risultati testuali. Ma che ne sa la Gen Z, mic drop, possiamo chiudere la partita (pardon).

Allie Hayes (Mika Abdalla) e Dean Di Laurentis (Stephen Kalyn) in ‘Off Campus’. Foto: Liane Hentscher/Prime
Off Campus, creata da Louisa Levy con (Gina Fattore) dalla saga di Elle Kennedy pubblicata fra il 2015 e il 2017, è il terzo debutto più visto di sempre su Prime Video: trentasei milioni di spettatori in dodici giorni, dietro solo a Gli Anelli del Potere e Fallout. Amazon ha già rinnovato per la seconda stagione, e ha infilato nei comunicati una formula che sembra innocua: «Most-viewed series debut season of all-time among women 18-34». Quel “18-34” è il vecchio range demografico ereditato dalla pubblicità americana degli anni Settanta, una griglia di vendita più che una categoria sociologica. Se il pubblico di Off Campus fosse davvero Gen Z stretta, ci sarebbe scritto “women 18-24“. Invece 18-34: in quei quindici anni di scarto fra le diciannovenni dei poster e le trentaquattrenni (and counting) che pagano l’abbonamento ci stanno una laurea (e pure un master), una crisi sentimentale, un trasloco, magari anche un figlio e un divorzio. Off Campus viene venduta come una serie Gen Z perché è ambientata in un campus universitario del 2026, ma il suo successo poggia soprattutto su desideri, nostalgie e bisogni emotivi di noi millennial.
Per quasi un decennio la cultura pop ci ha raccontato il desiderio come una trappola di malessere: Euphoria, The Idol, Saltburn, persino molte delle storie romantiche più discusse degli ultimi anni hanno trasformato sesso, amore, relazioni e persino amicizie in luoghi di potere, manipolazione, trauma, ossessione. Spesso con ottime ragioni. Ma dopo anni passati a decostruire ogni fantasia romantica, il successo di Off Campus sembra suggerire una controspinta uguale e contraria. Non il ritorno all’ingenuità, ma il desiderio di credere di nuovo nell’amore senza sentirsi stupidi e in una relazione che non sia tossica per risultare interessante. È qui che la serie smette di essere materiale Gen Z e diventa invece molto millennial: una fantasia sentimentale aggiornata dopo vent’anni di terapia, consenso e disincanto.
È dentro questa nostalgia “corretta”, che si muovono Hannah Wells (Ella Bright), studentessa di musica wannabe Taylor Swift, e il capitano della squadra di hockey Garrett Graham (Belmont Cameli): lei lo aiuterà a passare l’esame di filosofia, lui la aiuterà a farsi notare dalla sua cotta, Justin Kohl, il cantante belloccio del campus (Josh Heuston). È il cliché del fake dating finché, come sempre nelle commedie romantiche, la protagonista non si accorge di aver guardato nella direzione sbagliata. È una versione idealizzata e bonificata dell’università come ultimo paradiso perduto, che somiglia molto più ai desideri retrospettivi di chi ne ha 30 e qualcosa (eccoci) che all’esperienza concreta di chi ne ha venti. «Al college vivi nuove esperienze sessuali, lasci casa per la prima volta, costruisci nuove amicizie», ha detto Elle Kennedy a Rolling Stone US. Tutto vero. Off Campus sembra riportarci a quelle storie di cui molti di noi si innamoravano da adolescenti: i batticuori, le amicizie ride or die, gli amori e i personaggi che si prendono davvero cura gli uni degli altri. È nostalgica come dev’essere, cioè senza autocoscienza, e quando smetti di accorgertene è chiaro che il trucco è un altro: sotto, c’è una sincerità emotiva che credevamo evaporata coi teen drama dei primi Duemila.

Garrett (Belmont Cameli) in ‘Off Campus’. Foto: Liane Hentscher/Prime
Garrett Graham (e tutta la compagnia hockeyggiante) è uno dei motivi per cui la serie funziona, ed è anche il motivo per cui non parla affatto (solo) alla Gen Z. Nepo baby dell’hockey (figlio di un ex giocatore dell’NHL, leggenda sul ghiaccio, violento nel privato) è l’incarnazione trionfante dei “maschi scritti dalle donne”. Quel filone che dai romanzi di Rachel Reid (Heated Rivalry, anche lì hockey, anche lì due uomini alla scoperta di sé) arriva fino a Bridgerton passando per ogni romance esplicito che ha rotto BookTok negli ultimi cinque anni. Sguardo femminile sul corpo maschile, sì, ma soprattutto sguardo femminile sull’intelligenza emotiva maschile: Garrett è l’aggiornamento dell’eroe romantico maschile misterioso ma emotivamente disponibile, protettivo senza essere padronale, uno che chiede «stai bene?» dopo il sesso e vuole davvero sentire la risposta. È sexy non perché è arrogante, ma perché ascolta e, per questo, non è meno maschio. Esteticamente è Eddie Vedder che incontra Gavin Rossdale che incontra Heath Ledger e Michael Hutchence (sì, ho detto tutto). Dopo aver fatto sesso, mette gli AC/DC non per posa virilista, ma perché è la musica di suo padre, e in tutta la stagione Garrett combatte con un’unica domanda, che pronuncia ad alta voce in uno degli episodi centrali: «E se io fossi come lui?». È la battuta che ogni figlio di un padre abusivo si è detto in testa almeno una volta. Gli uomini che fuggono da quella domanda sono quelli che ripetono lo schema. Quelli che ci stanno dentro abbastanza a lungo da farsi cambiare, lo spezzano. Altro che It Ends with Us: siamo noi a dire basta.

Logan (Antonio Cipriano), Garrett (Belmont Cameli), Dean (Stephen Kalyn) e Tucker (Jalen Thomas Brooks) Foto: Liane Hentscher/Prime
C’è una scena, fra Garrett e il coinquilino Dean Di Laurentis (il nome! E pure Stephen Kalyn!), in cui Dean spiega che la cosa più importante per l’orgasmo femminile è la fiducia, mettere l’altra persona a proprio agio. Sono dieci anni di dibattito post-MeToo riassunti in un dialogo da spogliatoio. La Gen Z su queste cose ha già una sensibilità più disincantata: vedi, di nuovo, Saltburn o le letture femcel di TikTok. Garrett è un’utopia boomer-millennial. E vale anche per Shane e Ilya di Heated Rivalry, James Beaufort di Maxton Hall, Conrad Fisher di The Summer. Stessa scuola, stessa epifania post-terapia. Tutti millennial.
E poi, certo, c’è il sesso, che se in Euphoria era (ed è, sempre di più) sinonimo di pericolo e dramma (tra droga e identità devastate), qui è l’esatto opposto: è pure esplicito, ma sempre consensuale, negoziato, rassicurante. Insomma, comfort sex. C’è una scena in cui Hannah si sta cambiando e Garrett, rispettosamente, si gira. Quando lei osserva che tanto di lì a pochissimo la vedrà nuda, lui risponde: “Sì, ma quando me lo dirai tu”. Non ho altro da dire, vostro onore.

Hannah (Ella Bright) in ‘Off Campus’. Foto: Liane Hentscher/Prime
Nei libri di Kennedy, Hannah è una sopravvissuta: a quindici anni era stata drogata e violentata da un compagno di liceo, e quando la sua famiglia aveva provato a denunciare era diventata l’appestata della cittadina. Nel libro del 2015 quella parte funzionava da motore romance-terapeutico classico (Hannah non riesce a raggiungere l’orgasmo con un uomo, chiede a Garrett di aiutarla). La serie del 2026 quella dinamica la mantiene, ma la maneggia con un’altra sensibilità. Levy ha consultato esperti di violenza sessuale, ha scelto di non mostrare mai l’evento (niente flashback della notte peggiore) e di lavorare soprattutto sull’impatto quotidiano: l’incapacità di Hannah di scrivere canzoni, di bere un cocktail a un party, il blocco fisico, gli attacchi di panico. Garrett c’è, “aiuta”, ma è messo lì come compagno di un percorso, non come chiave di volta erotica. La differenza, rispetto al 2015, è tutta nella regia del consenso. «Per me è importante valorizzare la visione positiva della sessualità dei libri, ma non voglio mai mettere degli esseri umani davanti alla macchina da presa per girare scene di sesso che non facciano avanzare la storia», ha detto la showrunner a Rolling Stone US, raccontando un lungo lavoro a monte con la propria intimacy coordinator. Ci sono due persone con un trauma che imparano lentamente a fidarsi l’una dell’altra: il gesto più romantico dell’anno. Niente temi sensibili trattati come shock value (hello Sam Levison), ma approcciati invece con attenzione e compassione. Stucchevole? Certo, ma la sensibilità è post-MeToo. Per le millennial è stato uno spartiacque adulto, mentre la Gen Z l’ha ereditato come fact of life.
Off Campus è quel che One Tree Hill è stato per noi vent’anni fa. Quando Garrett si toglie la maglia nello spogliatoio nei primi episodi è Nathan Scott con la stecca da hockey al posto della palla a spicchi, e il déjà-vu non finisce lì: il capitano con il padre violento (Dan Scott da una parte, l’ex stella NHL dall’altra), la ragazza-musicista intensa che lo cambia (Haley/Hannah, persino nel nome). È tutto identico, tranne la parte sbagliata: niente gelosia possessiva venduta come romanticismo e nemmeno quel “lo cambierò io”, che ha spedito una generazione di trentenni e quarantenni in psicoanalisi. È, in pratica, One Tree Hill che è andato in terapia. Risultato: la rom-com universitaria di gruppo che pensavamo Hollywood avesse smesso di produrre, quella della famiglia che ti scegli (tropo popolarissimo nei primi Duemila), in cui l’amicizia è un’altra forma d’amore tenuta insieme dalle passioni condivise (sport, musica) e lo spogliatoio è finalmente un luogo di solidarietà e condivisione anziché di nonnismo e machismo.

Logan (Antonio Cipriano), Dean (Stephen Kalyn), Tucker (Jalen Thomas Brooks) e Garrett (Belmont Cameli) in ‘Off Campus’. Foto: Liane Hentscher/Prime
Ella Bright, in alcune inquadrature, sembra persino una giovane Brooke Shields. Mika Abdalla è un’Alyssa Milano del 2026. Il filo cinefilo poi si srotola da solo: le mani che si sfiorano in auto (Twilight); Allie e Dean beccati nella vasca dal coinquilino Tucker come Monica e Chandler pizzicati da Joey in Friends; Hannah novella Elle Woods travestita da coniglietta di Playboy e di nuovo Hannah che si dichiara cantando dagli spalti mentre Garrett si allena (10 cose che odio di te, scena di Heath Ledger letteralmente ribaltata di genere); più sullo sfondo Kiss Me, Sixteen Candles – Un compleanno da ricordare e ovviamente Dirty Dancing (“è una citazione datata”, dice Garrett, ma è pure “il film preferito di mia madre”: LOL). Antonio Cipriano, che interpreta John Logan, è già stato accostato al Jess Mariano (Milo Ventimiglia) di Una mamma per amica, la quintessenza del sex symbol millennial.
Bridgerton (il 75% del suo pubblico ha più di 35 anni, scrive Nielsen) è il fratello maggiore di tutti, e Variety, all’indomani della première, ha scritto che Off Campus «ha adottato il modello Bridgerton»: la seconda stagione, già confermata da Amazon prima ancora del debutto, sposterà la lente da Hannah e Garrett a (indovinate) Allie e Dean, come Netflix ha fatto con i fratelli Bridgerton di stagione in stagione. Applicare il modello Bridgerton a una serie college non è un’operazione produttiva, è una dichiarazione di pubblico. E il pubblico di Bridgerton è lo stesso: siamo noi.
Sui social la conferma arriva dal cast. Belmont Cameli ed Ella Bright (28 lui, 19 lei, con un age gap che ha già generato discussione su BookTok) fanno il press tour insieme da un mese. E Cameli ha dichiarato: «Odio fare i balletti su TikTok». Il principe azzurro di una serie BookTok rifiuta il rituale BookTok. Poi c’è il jukebox: il pilot si apre con Dancing with Myself di Billy Idol (1980), The Bitch Is Back di Elton John esplode in una delle scene-chiave del primo atto, ai titoli di coda entra Are You Gonna Be My Girl dei Jet. Che è del 2003, ovvero esattamente quando le trentaquattrenni di oggi entravano al liceo.

Hannah (Ella Bright) e Garrett (Belmont Cameli) in ‘Off Campus’. Foto: Liane Hentscher/Prime
Forse il segreto di Off Campus è che non offre ai ventenni un’immagine del presente, è che dà alle trentenni e quarantenni una seconda possibilità immaginaria del passato. Non il college che hanno vissuto, ma quello che avrebbero voluto vivere: con gli stessi batticuori di One Tree Hill, ma senza i fidanzati tossici; con la famiglia di amici da Friends, ma con un’intimacy coordinator dietro la macchina da presa; con i teen sessualmente liberi che la tv anni Novanta-Duemila non poteva concedersi, e finalmente la maturità emotiva che a quei telefilm (così si chiamavano) mancava su entrambi i versanti: basta con il monologo lacrimoso di Dawson Leery e pure “lei lo cambierà” di Chuck Bass o Damon Salvatore. Qui c’è un ragazzo che dopo il sesso ti chiede davvero come stai.
Diceva Catherine Deneuve (e Nora Ephron l’ha rilanciata per tutta la carriera) che dopo una certa età una donna deve scegliere tra il viso e il sedere. Off Campus aggiunge il dilemma più sleale del 2026: tra il cinismo adulto e otto puntate di hockey romance. Trentasei milioni di noi, in dodici giorni, hanno lasciato cadere il cinismo sul divano accanto al telecomando. L’ha fatto persino JLo.











