‘Monster: La storia di Lizzie Borden’, un’ascia tutta per sé | Rolling Stone Italia
Forty whacks

‘Monster: La storia di Lizzie Borden’, un’ascia tutta per sé

Per la prima volta, la serie racconta una (presunta) assassina. Ma più che un mostro, Murphy ne fa una vendicatrice femminista, gotica e camp. Il quarto capitolo intrattiene, almeno finché non pretende di diventare un manifesto

‘Monster: La storia di Lizzie Borden’, un’ascia tutta per sé

Ella Beatty nei panni di Lizzie Borden

Foto: Netflix

In America la conoscono persino i bambini, grazie a una filastrocca da cortile: «Lizzie Borden took an axe / And gave her mother forty whacks», Lizzie Borden prese un’ascia e diede quaranta colpi alla madre, poi quarantuno al padre. La ascoltiamo anche nel nuovo capitolo di Monster by Ryan Murphy, con il mood creepy che ti aspetti da un nuovo capitolo di Monster by Ryan Murphy.

Poco importa che Abby fosse la matrigna, che i colpi fossero parecchi di meno e soprattutto che, per la legge, Lizzie non prese un bel niente: il 20 giugno 1893 una giuria di dodici uomini la dichiarò non colpevole dopo un’ora e mezza di camera di consiglio. Nella serie, uno dei giurati sentenzia: «Se c’è una cosa di cui sono sicuro è che questa è l’opera di un uomo, o addirittura due». Poi via con una partitina a carte, in attesa di tornare in aula. E il femminismo murphyano a colpi di battuta è servito.

Del resto, alla Storia Murphy ha sempre preferito una storia accattivante, adeguatamente pompata e confezionata apposta per far discutere. Dopo Jeffrey Dahmer, i fratelli Menendez ed Ed Gein, l’antologia Netflix arriva al suo primo “mostro” al femminile. Monster: La storia di Lizzie Borden ha debuttato al primo posto della Top 10 globale con 12,1 milioni di visualizzazioni in quattro giorni, mentre la critica americana la faceva a pezzi (pardon): su Rotten Tomatoes è ferma al 36%.

Monster: La storia di Lizzie Borden | Trailer ufficiale | Netflix Italia

La vera Borden aveva 32 anni quando il padre e la matrigna furono uccisi a colpi d’ascia nella loro casa di Fall River, in Massachusetts, nel 1892, e lo show si apre proprio con il fattaccio. Processo e assoluzione a parte, nessuno sa cosa sia successo davvero dentro quella casa: un invito a nozze per Murphy e Ian Brennan. Si torna quindi indietro di quattro mesi. Lizzie (Ella Beatty, figlia di Warren Beatty e Annette Bening) qui è molto più giovane: sola e stralunata, prigioniera di un ciclo mestruale invalidante, di una matrigna sadica (Rebecca Hall) e di un padre anaffettivo (Charlie Hunnam, che l’anno scorso era Ed Gein) che tiene le asce sotto chiave come altri conservano il whisky e lamenta la difficoltà di essere un gallo in un pollaio. L’unico conforto per la protagonista sono le colombe e i ciliegi del giardino. Almeno finché non arriva la nuova domestica, Bridget Sullivan (Vicky Krieps): irlandese, esperta di erbe e pozioni, le racconta la Parigi più libera e le insegna i piaceri dell’autoerotismo. Ovviamente si innamorano e cominciano a fare progetti, leggi: far fuori i terribili coniugi Borden. Chi ha visto Lizzie del 2018, con Chloë Sevigny e Kristen Stewart, ha già capito dove si va a parare.

Il cast, almeno, sa benissimo in che serie si trova. Ella Beatty lavora di sottrazione: la sua Lizzie ha uno sguardo vuoto, impenetrabile, che la tiene a galla mentre la serie le rovescia addosso un trauma dopo l’altro, e che però finisce per renderla la presenza meno magnetica. Perché intorno a lei si recita a volume sparatissimo: c’è una cena in casa Borden che finisce con Hall e Hunnam che vomitano stile Esorcista. Hall poi fa di Abby una matrigna da fiaba dei Grimm, stridula e perfida, e aggredisce ogni battuta «come se fosse Shakespeare», per dirla con TheWrap. E per far brillare la sorellanza serve un mostro: stavolta tocca proprio ad Abby, che nella realtà era una matrona sessantenne innocua, l’unica in casa a chiamare Bridget con il suo nome. Vicky Krieps, che tra Il filo nascosto e Il corsetto dell’imperatrice ha fatto del corsetto una seconda pelle, dà alla stessa Bridget una dolcezza dietro cui si intravede costantemente il calcolo. È lei il vero motore della serie, e infatti le tocca anche il doppio ruolo (ci arriviamo).

Vicky Krieps (Bridget Sullivan) ed Ella Beatty (Lizzie Borden). Foto: Netflix

Se Monster era nata per costringerci a guardare il mostro negli occhi, e con Dahmer si era presa l’accusa di glorificarlo, stavolta la vendetta femminista è il programma dichiarato. Murphy e Brennan pescano uno dei delitti più famigerati d’America, ci aggiungono una generosa dose di gotico, un pizzico di melò erotico e, manco a dirlo, tanto camp. Sontag avrebbe storto il naso: il camp che sa di esserlo, scriveva, soddisfa meno. Ma Sontag non ha mai fatto binge-watching. Di ricostruzione storica non c’è nemmeno l’ombra. E il risultato è folle e divertente, ma lo scopo dell’antologia qui è cambiato: siamo ben oltre il tentativo di comprensione, si punta dritti all’assoluzione per (ehm) giusta causa.

Intorno a Lizzie, in una sorta di fever dream che mescola secoli e vicende, si materializzano altre due donne. La prima è la contessa Elizabeth Báthory, che faceva il bagno nel sangue di ragazze vergini per rimanere giovane: Bridget ne legge le gesta a Lizzie, e Krieps la interpreta a lume di candela come in un Hammer girato da Sofia Coppola. La seconda è Aileen Wuornos (Murphy, del resto, l’aveva già invitata a cena nel 2015, in American Horror Story: Hotel, con il volto di Lily Rabe), che nel delirio di adorazione per Borden prenota una notte nella casa del delitto (impossibile: è diventata un bed and breakfast solo nel 1996). A darle corpo è una Sarah Paulson nervosa e inquietante: per diversi critici americani le sue scene sono le migliori. Per noi invece sono tra le più insopportabili, regolatevi in base a quanta Paulson unchained riuscite a reggere. E c’è pure un cortocircuito: la serie si chiama Monster e incontra una donna che un film intitolato Monster l’aveva già avuto, quello di Patty Jenkins del 2003, che valse l’Oscar a Charlize Theron. Viene il sospetto, e l’Hollywood Reporter lo mette nero su bianco, che sia stato solo quel film a impedire a Murphy e Brennan di dedicarle una stagione intera. Così si ritrovano a cucire insieme tre storie che non hanno niente in comune, né epoca né movente, tranne il fatto di avere al centro una donna. «È perché sono una donna?», per citare Fanelli. La stessa Wuornos, prima dell’iniezione letale, risponde: «Solo un’altra donna messa a morte per qualcosa che a un uomo sarebbe stato perdonato».

Rebecca Hall (Abby Borden). Foto: Netflix

È il femminismo di All’s Fair, il legal drama che Murphy ha portato su Disney+ lo scorso novembre (con Paulson pure lì): un femminismo tra virgolette, dove la verità conta meno della posa. Chiedere a questa Lizzie ambiguità o un movente meno nobile (i veri dissapori in casa Borden riguardavano soldi e proprietà: patriarcato anche quello, ma molto meno fotogenico) sarebbe pedante, se la serie non pretendesse anche di diventare un manifesto. John Waters, nel 1994, era stato più onesto: in La signora ammazzatutti Kathleen Turner è una casalinga assassina, viene assolta in tribunale, diventa una celebrità e poi fa fuori una giurata (Patty Hearst) colpevole di aver messo le scarpe bianche dopo il Labor Day. Davanti a Turner con la cornetta in mano il movente era l’ultima cosa che ci interessava, ma Waters non ci chiedeva di applaudire la causa. Murphy invece vuole il camp e pure la ola.

Il resto è il vecchio Ryan al massimo volume. Brennan ha detto di non volere un period drama «polveroso, chiuso in una specie di diorama», e infatti Bridget si presenta con un anacronistico shag punk dalle tinte sgargianti. Poi via con Cherry Bomb delle Runaways, Hounds of Love di Kate Bush, The End dei Doors e Cuntology 101 delle Lambrini Girls sparata durante un avvelenamento. Al processo arriva perfino The Last Time dell’Andrew Oldham Orchestra, quella campionata dai Verve in Bitter Sweet Symphony. Max Winkler (sì, il figlio di Fonzie), che firma la regia di sei episodi su otto, ha paragonato il tono dei copioni a «una specie di Rumori fuori scena bizzarro». Insomma, ci siamo capiti.

Dopo l’assoluzione, la vera Lizzie provò a cambiare nome: si fece chiamare Lizbeth, si trasferì nella sua villa di Maplecroft e aspettò che la gente dimenticasse. Non successe mai. Più di centotrent’anni dopo Murphy le costruisce un’identità che non ha mai avuto, e nel finale la trasforma persino in suffragetta. Falso, ovviamente. Ma la filastrocca, in fondo, non l’ha mai corretta nessuno.