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Michaela Coel è qui per distruggerci

Arriva finalmente in Italia (su Sky e NOW) ‘I May Destroy You – Trauma e rinascita’, la serie che ha imposto l’attrice e autrice londinese come nome irrinunciabile del nuovo storytelling. Ecco perché la sua storia (personale e professionale) è davvero una rivoluzione

Michaela Coel è Arabella Essiedu in ‘I May Destroy You – Trauma e rinascita’

Foto: HBO

«Ho esercitato l’unico potere che avevo, e ho detto di no». Con queste parole Michaela Coel ha raccontato di aver rifiutato un milione di dollari offertole da Netflix per la serie I May Destroy You. Non sono molte, al mondo, le persone che possono dire di aver rifiutato un milione di dollari, e la maggior parte degli sceneggiatori, dei registi e degli attori non vede l’ora di dire di sì a una proposta di Netflix. Ma per Coel avrebbe significato rinunciare totalmente ai diritti e al controllo sulla sua seconda serie tv, perdere ogni pretesa di trasparenza sulle decisioni produttive e distributive, sottostare a ogni eventuale diktat dei dirigenti della piattaforma. Un accordo standard, certo, soprattutto per giovani autori emergenti. Ma – e per Coel è stato immediatamente chiarissimo – il frutto di un disequilibrio di potere. E così ha detto di no.

I May Destroy You ha visto la luce lo stesso, e possiamo esser ragionevolmente certi che sarebbe stata molto diversa se Coel non avesse avuto l’ultima parola su ogni scelta. Il progetto è stato accolto dalla britannica BBC (la televisione pubblica migliore del mondo), che ha garantito a Coel la libertà richiesta, e ha poi coinvolto la statunitense HBO in una partnership per finanziare i costi. Su HBO e BBC, I May Destroy You è andata in onda nell’estate del 2020 ed è stata una piccola grande rivoluzione: un oggetto volante non identificato, capace di sfuggire a ogni etichetta, cambiare forma un episodio dopo l’altro, dimostrare che la serialità televisiva, in quest’epoca un po’ stagnante di sovrapproduzione
algoritmica, ha ancora la capacità di cambiare le carte in tavola, sperimentare con il proprio linguaggio, colpire al cuore e al cervello il proprio pubblico.

Cos’è I May Destroy You, che dopo essere stata eletta pressoché all’unanimità “miglior serie del 2020” dalla critica internazionale, aver trionfato ai BAFTA televisivi (dove è stata incoronata miglior miniserie, e Coel miglior attrice, miglior regista e miglior sceneggiatrice) e agli Emmy (otto nomination, ha vinto i premi per la sceneggiatura e le musiche), arriva finalmente anche in Italia, sottotitolo Trauma e rinascita, su Sky Atlantic e NOW? Il ritratto sfaccettato, complesso e contraddittorio di una tardo-ventenne incasinata? La complicatissima elaborazione di un trauma tragicamente comune? Un’indagine sulla contemporaneità incerta dei giovani millennial e dei più adulti tra i Gen Z, sul flusso delle loro relazioni che scorre incessante via app e social network? Una serie sul post #MeToo? Una rappresentazione stratificata della pervasività sistemica della cultura dello stupro? Un ritratto vibrante dell’odierna vita londinese, soprattutto quella dei giovani neri britannici? Prima ancora: è un dramma, I May Destroy You, oppure una commedia, a tratti surreale, a tratti sboccata, a tratti grottesca?

La risposta è “tutto questo, e molto altro”, ma è anche l’evidenza che, qualche volta, una risposta univoca non c’è. I May Destroy You è una serie profondamente autobiografica, e in questo senso s’inserisce a pieno titolo nel filone delle dramedy autoriali che hanno innovato la serialità televisiva nel corso degli anni 10, quelle serie il cui protagonista è anche creatore, sceneggiatore, regista e produttore, e che cercano di muoversi nell’intersezione felice tra industria tv e indipendenza realizzativa. Allora, prima di tutto, ha senso provare a capire chi è Michaela Coel: classe 1987, nata a East London da genitori di origini ghanesi, cresciuta tra i quartieri di Hackney e Tower Hamlets, ha debuttato in tv e raggiunto un primo moderato successo con Chewing Gum, serie E4 che fino a qualche tempo fa si trovava, appunto, su Netflix, che ne aveva acquisito i diritti di distribuzione internazionale. Nel tipico formato inglese di sei episodi ad annata, la prima stagione di Chewing Gum era tratta da un monologo teatrale (Chewing Gum Dream) scritto e portato in scena da Coel, che dopo aver frequentato una storia cattolica e aver studiato letteratura e teologia all’università di Birmingham, aveva iniziato ad allontanarsi dalla religione per dirigersi verso il palcoscenico, dedicandosi sia all’improvvisazione, sia alla poesia.

Anche Chewing Gum ha un’ispirazione autobiografica: la protagonista Tracey è una ventiquattrenne che vive con la madre e la sorella nei palazzoni di un quartiere popolare, di educazione iper cattolica ma decisa a perdere finalmente la verginità, nonostante il suo fidanzato storico – apparentemente molto religioso anche lui – sia deciso ad aspettare il matrimonio. Chewing Gum non è una dramedy, è proprio una commedia, fatta e finita: il tono è acceso ed esagerato, le risate – se ci si sintonizza sulla lunghezza d’onda giusta – abbondano, e l’espressività e la fisicità di Coel (che interpreta, appunto, Tracey) sono perfette per enfatizzare i momenti di imbarazzo e di ilarità che la trama prevede. Ha sufficiente personalità per non affogare nell’oceano sterminato del catalogo Netflix, e Coel instaura con la piattaforma californiana un rapporto di collaborazione frequente, soprattutto come attrice: appare in due episodi di Black Mirror (U.S.S. Callister e Nosedive), è co-protagonista della serie drammatica Black Earth Rising, co-prodotta da BBC e Netflix, e del Netflix movie Been So Long. Nel frattempo, ha anche una piccola parte in Star Wars: Episodio VIII – Gli ultimi Jedi.

Nel 2018 viene invitata a tenere la conferenza MacTaggart al Festival della televisione di Edimburgo, un palcoscenico importante e prestigioso, e invece di utilizzarlo per una masterclass di scrittura o sceneggiatura, o per un discorso motivazionale, decide di condividere con estrema sincerità la sua esperienza nel mondo dell’industria audiovisiva sin lì. Un’esperienza che ha diversi lati esaltanti, ma che prevede di navigare un sistema ancora pesantemente razzista, sessista e classista, in cui lo sfruttamento personale e lavorativo è dato per scontato, e aumenta se si è una donna e una persona non bianca. È durante questo evento che Coel racconta, pubblicamente, ciò che poi sarà alla base di I May Destroy You: durante la lavorazione della seconda stagione di Chewing Gum, incalzata da una riscrittura imprevista pretesa suo malgrado dai dirigenti del network, è uscita a bere con degli amici per schiarirsi le idee ed è stata violentata da qualcuno che ha drogato il suo drink. Dopo la polizia, le prime persone che ha sentito di dover chiamare sono stati i produttori, ma senza trovare il sostegno e l’empatia che si aspettava. È una rivelazione che, nel discorso di Coel, s’inserisce in un quadro ampio e dettagliato che restituisce un ambiente di lavoro nocivo, a dispetto dei proclami e della facciata pubblica. E che potete leggere, anche in italiano, in Misfits – Un manifesto personale, volumetto pubblicato quest’estate da Mondadori che contiene il testo di quella famosa conferenza, con ulteriori aggiunte e contestualizzazioni di Coel.

Michaela Coel/Arabella con Weruche Opia, alias l’amica Terry. Foto: HBO

I May Destroy You racconta di Arabella, una ragazza londinese divenuta mediamente celebre come personalità di Twitter, e poi come autrice di un libro intitolato Chronicles of a Fed-Up Millennial. La deadline per la consegna di un secondo libro incombe, il blocco dello scrittore è acuto, così Arabella, dopo aver fissato inerte lo schermo bianco per ore, decide di prendersi una pausa e di bere qualcosa con alcuni amici. La mattina dopo si ritrova davanti a quello stesso schermo bianco, con una piccola ferita sulla testa e una voragine nella memoria della nottata appena trascorsa. Ci mette diverso tempo per capire che le visioni che ogni tanto l’assalgono non sono incubi ma flashback: qualcuno l’ha drogata e violentata. Il resto della serie non è un percorso netto e lineare, una soddisfacente e rassicurante ascesa verso la guarigione e la giustizia. I May Destroy You si muove più per cerchi concentrici, che coinvolgono anche i migliori amici di Arabella, Kwame (Paapa Essiedu, visto anche in Gangs of London e Progetto Lazarus) e Terry (Weruche Opia), come investiti dall’improvvisa carica di verità che la violenza subita da Arabella rivela impietosa. Il racconto prende divagazioni impreviste, cambia punto di vista, fruga indietro nel tempo, zigzaga nello spazio (con deviazioni perfino in un panorama che difficilmente ci aspetteremmo in uno show british, cioè la spiaggia di Ostia).

I May Destroy You ha la forma di un puzzle, o di una lente d’ingrandimento che si posa di volta in volta su un nuovo lato di un prisma multi sfaccettato: ancora una volta, è tutta una questione di potere, o della sua assenza, o del disequilibrio che inevitabilmente domina e plasma ogni relazione sociale, sentimentale, personale, lavorativa, intima. Ed elaborare il trauma non può esser qualcosa che fila via liscio: è doloroso, ma a volte pure comico, o ridicolo, fa passi avanti ma molti di più indietro, prevede varie fasi ma non va quasi mai con ordine. I May Destroy You, però, segue attentamente tutti i passaggi, con intelligenza e onestà bruciante, senza timore di cogliere i personaggi – anche la sua stessa eroina – negli aspetti più umilianti e sgradevoli, e anche senza il timore di ridere, quando è necessario, pure delle cose più tremende che esistono. I May Destroy You racconta questo percorso, ma allo stesso tempo – per Coel, ma anche per molti di noi – è questo percorso. Ed è disposta anche a percorrere strade ignote e imprevedibili. D’altronde, quando Coel ha chiesto perché mai Netflix volesse comprare la totalità dei diritti della sua serie, la risposta che ha ricevuto è stata: «Be’, si è sempre fatto così». E a volte dire di no allo stato delle cose è l’unico potere che abbiamo per cambiarle.

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