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Matt Smith is coming

Non è di primissimo pelo, non ha chissà quale carriera alle spalle, è British che più British non si può. Ma da quando cavalca draghi, sgozza Nutrigranchi e s’infratta con la nipote non facciamo che parlare di lui: Daemon Targaryen, meno male che ci sei tu

Matt Smith è Daemon Targaryen in 'House of the Dragon'

Foto: HBO

Che poi, gli intenditori l’avevano già adocchiato in The Crown (alcuni pure in Doctor Who, ma ci torniamo tra poco) nel ruolo del principe Filippo al fianco di Claire Foy, la nostra indimenticata Lilibet della prima e seconda stagione, ma le uniformi militari, le mantelle di ermellino e i capelli impomatati non gli rendevano sufficientemente giustizia.

Dunque rieccolo, ossigenato, col codino o la zazzera che stanno bene soltanto a lui; in groppa al drago di Casa Targaryen; un po’ povero stronzo che s’è visto sgraffignare i Sette Regni sotto il naso; un po’ guerriero senza scrupoli che non ti piacerebbe incontrare su un campo di battaglia; un po’ mandibola scolpita e sguardo furbino a mezz’asta capace di far capitolare sia meretrici sia nipoti future (forse) regine. Daemon Targaryen è colui che sta tenendo banco nelle conversazioni di noi adepti al culto del Trono di spade – ora tramutatosi in House of the Dragon (disponibile in Italia su Sky e NOW) –, orfani di Jon Snow e di Jaime Lannister quindi alla disperata ricerca di un nuovo (anti)eroe.

Il merito va tutto a Matt Smith, Northampton born and raised, classe 1982 e calciatore mancato dedicatosi alla recitazione a causa di uno sfortunato (o fortuito?) infortunio alla schiena. Si fa le ossa – chiedo perdono per il gioco di parole – a teatro, finché non arrivano i primi ruoli televisivi: quello nella serie britannica Party Animals, poi in Diario di una squillo perbene di Billie Piper, infine come undicesima incarnazione del Dottore in Doctor Who nel 2009, dopo David Tennant. A ventisei anni, Smith è il più giovane attore ad averlo interpretato, riceve una candidatura ai BAFTA e la celebrità, in particolar modo in patria, lo travolge. Nel 2013 cede il testimone a Peter Capaldi e lavora principalmente al cinema apparendo in titoli abbastanza trascurabili (Lost RiverTerminator Genisys e PPZ – Pride + Prejudice + Zombies), finché non viene scelto per interpretare il principe Filippo nelle prime due stagioni di The Crown.

Matt Smith è il principe Filippo in ‘The Crown’. Foto: Netflix

Donnaiolo impenitente (nell’ordine, si fidanza-barra-esce con Billie Piper, Mayana Moura, Daisy Lowe e Lily James), nel 2020 compare in Ultima notte a Soho di Edgar Wright e nel 2022 nell’orrendo Morbius di Daniel Espinosa, al fianco di Jared Leto. Due anni prima, a dicembre, la notizia che passa quasi inosservata: è nel cast di House of the Dragon, il prequel del Trono di spade incentrato sulla storia della Casa Targaryen e sugli eventi che precedono e coprono la Danza dei Draghi, circa duecento anni prima della nascita di nostra signora Daenerys che tanto ha detto, tanto ha fatto, da finire ammazzata a tradimento dal nipote nonché amante.

C’era circospezione nell’aria, ché i Targaryen son gente strana, biondissimi possessori di draghi con un’inclinazione particolare nei confronti dei consanguinei, motivo per cui il mix letale di DNA a molti di loro ha dato alla testa. In un’epoca bizzarra dove tante cose non si possono né pensare né tantomeno mettere in scena, s’era terrorizzati di trovarsi davanti un prodotto edulcorato e buonista, che avrebbe tentato di minimizzare l’aspetto più scellerato – e allo stesso tempo affascinante – della dinastia iniziatrice della nostra dipendenza televisiva. E invece.

Sin dal primo episodio, la serie creata da Ryan Condal e George R.R. Martin stabilisce una continuità con la sua predecessora, senza disattendere le aspettative, anzi, probabilmente superandole. È cupa, sinistra, trabocca di intrighi, lascivia, e non rinuncia affatto a regalarci quel grado di depravazione che c’aspettavamo: il merito, si diceva, va a Daemon il Principe Canaglia aka Matt Smith, un tipo abbastanza tosto, «noto per la sua natura tempestosa, calcolatrice e talvolta crudele»; un formidabile guerriero possessore della spada Sorella Oscura appartenuta alla regina Visenya, che cavalca il drago Caraxes con la stessa facilità con cui un comune mortale monterebbe un ronzino decrepito.

I fantasmi del dolce, valoroso, tormentato Jon Snow e di Jamie Lannister, bastardo dal cuore in fondo tenero, vengono spazzati via in un soffio: Daemon non conosce una morale, ed è mosso soltanto da sentimenti piuttosto beceri come la sete di potere, l’invidia, la smania di rivalsa, il desiderio sessuale e la prepotenza. La tensione erotica con la giovane nipote Rhaenyra (Milly Alcock, ora sostituita dalla versione adulta Emma D’Arcy) – un’altra che, quando il primo innamorato le propone di rinunciare al trono per lui e fuggire in terre lontane, risponde una roba tipo «Ma sei scemo?» – si taglia con un coltello, ed è uno dei momenti in cui House of the Dragon tocca il proprio apice. Si può, con solo un paio di scene, intasare le reel di mezzo Instagram e macinare centinaia e centinaia di migliaia di video su TikTok?

Matt Smith/Daemon Targaryen e Milly Alcock/Rhaenyra Targaryen in una scena di ‘House of the Drangon’. Foto: HBO

Sì, se ti chiami Matt Smith e se sei il bello che balla per antonomasia. C’è chi ha criticato il male gaze insito nel personaggio (leggi, la rappresentazione delle donne come oggetti sessuali atti a soddisfare lo spettatore maschio), ma la realtà dei fatti – citando il messaggio di un’amica – è assai più prosaica: «Urge trovare un uomo che ti guardi come Daemon guarda Rhaenyra». Finalmente, dunque, abbiamo davanti un cattivo antipaticissimo e scorrettissimo di fronte al quale è impossibile non provare l’effetto carta moschicida (cit.), che ci obbliga a confrontarci con un quesito vecchio come il mondo: non è forse l’estrema umanità di questi personaggi a renderceli così perversamente irresistibili? Non è, forse, che ambiamo a confrontarci con concetti più complessi e sfumati rispetto al bene e al male tout court, e a fare i conti con lati che consideriamo indicibili?

Qualunque sia il responso, di certo c’è che «Winter is coming», ma finché ci porta gente come Matt Smith, allora evviva l’inverno.

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