Magari ci fosse gente come Los Javis anche in Italia | Rolling Stone Italia
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Magari ci fosse gente come Los Javis anche in Italia

Il celebratissimo duo di registi spagnoli lanciato dalla serie cult ‘Veneno’ si racconta a Rolling. Accettazione, rappresentazione, trasformazione (dell’immaginario lgbtq+, ma non solo). E una fan d’eccezione con cui, oggi, chattare su WhatsApp: Madonna

Magari ci fosse gente come Los Javis anche in Italia

Credit Danniel Rojas

«Una notte, alle tre, ci hanno avvisato che Madonna voleva conoscerci entro cinque minuti». A parlare è Javier Calvo, marito di Javier Ambrossi. In Spagna li chiamano “Los Javis” e sono una coppia di pluripremiati registi. «Ho svegliato Javi, gli ho detto di radersi», ha raccontato ancora Calvo qualche tempo fa, ospite con Ambrossi del programma El Hormiguero. Mezz’ora dopo stavano facendo una videochiamata con Madonna: «Ha detto che Veneno le era piaciuto moltissimo, che l’aveva emozionata». Veneno è una serie diretta da Los Javis dedicata a “la Veneno”, pseudonimo di Cristina Ortiz Rodríguez, showgirl, modella, attrice, prostituta e icona trans nata nel 1964 ad Adra, in Andalusia, e morta nel 2016 a Madrid, a 52 anni. Qualche tempo dopo la coppia si è ritrovata a cenare a casa della Queen of Pop, a Londra. Ora i tre hanno un gruppo WhatsApp dove si scambiano messaggi vocali e foto con filtri vari.

Los Javis sono tra le figure più apprezzate del cinema spagnolo. C’è chi li ha definiti la versione millennial di Pedro Almodóvar. Loro minimizzano: «È un paragone che nasce dall’enorme ammirazione che abbiamo per lui e dall’influenza che ha avuto sulla nostra carriera. I film di Almodóvar sono la ragione per cui mi dedico al cinema», dice Calvo durante l’intervista con Rolling Stone. Ambrossi conferma: «Ci piace così tanto che proviamo ad assomigliargli». Calvo e Ambrossi, nati nella capitale spagnola rispettivamente 31 e 38 anni fa, prima ancora che di cinema erano appassionati di scrittura, sin da bambini. «Volevo fare il romanziere, ho scritto diversi libri che non ho mai pubblicato», racconta Ambrossi. Alla fine tutti e due hanno preso la strada della recitazione. «Anch’io scrivevo. Poi mia madre mi ha iscritto a teatro», dice Calvo, che tra i vari ruoli ha interpretato quello di Fernando “Fer” Redondo Ruano, un ragazzo gay, in Fisica o chimica.

Il trentunenne era impegnato nella celebre serie tv spagnola quando, nel 2010, ha conosciuto Ambrossi tramite amici in comune. «Prima di metterci insieme ci siamo presi il nostro tempo, vista la differenza d’età», commenta Ambrossi. È stato lui nel 2018 a fare la proposta di matrimonio, alla prima dell’adattamento cinematografico della Chiamata, pièce teatrale che ha segnato il loro debutto come registi (nel 2013). Da allora non hanno mai smesso di lavorare insieme. «Discutiamo moltissimo, ma ci rispettiamo. Ci amiamo davvero, siamo innanzitutto migliori amici», spiegano. «Ci compenetriamo». Prima del film tratto dalla Chiamata, musical ambientato in un campo estivo dove un’apparizione divina cambia la vita a due diciassettenni, c’era stata Paquita Salas, geniale serie dedicata a un’agente delle star del cinema e della tv che non riesce a stare al passo con i tempi (sia La chiamata sia Paquita Salas si trovano su Netflix). La televisione è un tema ricorrente nelle opere di Los Javis: «Siamo cresciuti guardandola, è parte imprescindibile delle nostre vite». Compare anche in Cardo, serie uscita in Spagna nel novembre 2021: la protagonista è una ragazza sulla soglia dei trent’anni in preda a una crisi esistenziale che decide di abbandonare il mondo dello spettacolo.

Javier Ambrossi, 38 anni, e Javier Calvo, 31, aka Los Javis. Foto: Danniel Rojas

La svolta per loro è però avvenuta proprio con la serie che ha fatto innamorare Madonna. Il successo internazionale di Veneno (una produzione di Atresmedia Studios in collaborazione con Suma Latina) ha spinto la coppia ad ampliare la loro casa di produzione, Suma Latina, con lo scopo di lavorare su progetti più grandi. Un anno fa hanno annunciato il lancio di Suma Content, come si chiama la nuova società. «Tra i nostri obiettivi c’è anche quello di dare voce a gente giovane, di scovare nuovi talenti», spiega Ambrossi. Il primo progetto di Suma Content è stato uno speciale natalizio con un’icona lgbtq+ spagnola, Una Navidad con Samantha Hudson. E al momento sono impegnati in Catalogna nelle riprese de La Mesías, serie originale Movistar Plus+ sulla storia di un uomo tormentato da un’infanzia plasmata dal fanatismo religioso e dal giogo di una madre con manie messianiche. «Abbiamo voluto fare un passo avanti rispetto a Veneno, creando un dramma familiare quasi apocalittico e approfondendo ancora una volta il tema della fede, ma da un punto di vista più oscuro e doloroso», commenta Calvo.

Ma torniamo a Veneno. È una serie potentissima: sorprendente, profonda, triste e divertente al tempo stesso. Gli otto episodi della prima stagione (è stato annunciato che ci sarà la seconda) ripercorrono la vita de la Veneno: l’infanzia in Andalusia, dove né la famiglia né la comunità cittadina accettavano la sua omosessualità; il trasferimento a Madrid e la decisione di intraprendere il percorso di transizione; la perdita del lavoro proprio a causa della transizione e la scelta obbligata di prostituirsi; l’esordio in televisione al programma Mississippi; la fama, i raggiri del fidanzato italiano e la condanna per truffa, gli anni in carcere, la decadenza, la morte violenta. La storia è narrata attraverso una serie di flashback, a partire dal progetto di una studentessa trans di giornalismo, Valeria Vegas, di scrivere la biografia de la Veneno.

«Siamo sempre stati fan di Cristina. Javi l’ha conosciuta all’epoca di Mississippi, io nel periodo dopo il carcere, quando si è messa a fare programmi un po’ ridicoli ed è diventata un meme su Twitter», ricorda Calvo. «Quando vivevamo nel quartiere Malasaña, a Madrid, la vedevamo spesso seduta lungo la strada mentre mangiava un panino o chiacchierava con le sue amiche: non si prostituiva più. Passava inosservata, era triste pensare che la gente si fosse già dimenticata di lei». Los Javis sono molto amici di Valeria Vegas, e quando nel 2016 è uscito ¡Digo! Ni puta ni santa. Las memorias de la Veneno, l’autobiografia dell’icona trans, sono andati alla presentazione. «Cristina ci ha firmato una copia. Quel momento ci è rimasto impresso: era debole, poco tempo dopo è morta. Leggendo il suo libro ci siamo detti: “Questa storia merita di essere raccontata”. Parlando con Valeria abbiamo pensato che puntare sulla sua relazione con la Veneno poteva essere un buon modo di articolare il racconto». Ambrossi annuisce: «L’autobiografia di Cristina ha tutto quello che ci interessa: c’è la parte rivendicativa, la parte sociale, la lotta lgbtq+, la ricerca dell’identità. E c’è anche una parte molto divertente, molto pop anni Novanta. È come la storia della nostra vita».

VENENO Trailer (2020) HBO Max

Veneno, che a livello internazionale è distribuita da HBO, in Italia non è ancora arrivata. Anche se a settembre 2021 è stata presentata a Milano, alla 35esima edizione del MiX Festival internazionale di cinema lgbtq+ e cultura queer, dov’erano state proiettate le prime due puntate. Durante l’evento, Los Javis avevano riflettuto sul fatto che non è stata recepita come una serie solo per la comunità lgbtq+, a differenza di quanto spesso accade quando si trattano determinati argomenti. «C’è un pregiudizio per cui sembra che le storie delle persone lgbtq+ e delle donne siano storie di nicchia. Eppure le donne rappresentano il 50% della popolazione mondiale e le persone della comunità lgbtq+ sono esseri umani come gli altri. Volevamo dimostrare che le nostre storie possono interessare tanto quanto le altre, e persino di più», ribadisce Calvo. Per girare Veneno la coppia ha coinvolto attrici trans e si è impegnata affinché ci fosse il più alto numero possibile di persone trans nel team tecnico (l’attrice e presentatrice trans Isabel Torres, che interpreta la Veneno nella sua fase più matura nella serie, è morta di cancro ai polmoni l’11 febbraio all’età di 52 anni). Non sempre trovarle è stato facile. «Certo, ci abbiamo messo più tempo, più lavoro, più risorse. Abbiamo cercato nei bar, nelle discoteche, nei paesini spagnoli. Molti erano alla prima esperienza, abbiamo dovuto dedicare diverse ore alla formazione. Ma il mondo e il settore non avanzano accontentandosi della strada più semplice. Bisogna cambiare le cose, creare spazi per tutte le persone, agire in modo da avere un impatto reale», commenta Ambrossi. «L’aspetto più bello di Veneno è che ora vediamo le attrici e le persone del team tecnico lavorare in altri progetti», aggiunge Calvo.

La società spagnola, come quella italiana, non sembra però ancora pronta ad accogliere alcuni cambiamenti. La ley trans sull’autoderminazione di genere, per esempio, è stata fortemente osteggiata da una parte del movimento femminista. «Pedro Zerolo, una delle persone più importanti dell’attivismo lgbtq+ in Spagna, diceva: “Nel mio mondo c’è spazio per tutti. Nel vostro non c’è spazio per me”. Credo in un mondo in cui c’è spazio per todas, todos e todes (in spagnolo al plurale la desinenza -es è usata per indicare inclusività, nda)», osserva Ambrossi a proposito. «C’è un’evoluzione nell’atteggiamento verso la comunità lgbtq+», sostiene Calvo. «Ma i discorsi d’odio dei politici continuano a essere pericolosi, perché si riflettono nella vita quotidiana».

I due registi ricordano come hanno preso consapevolezza della loro omosessualità. «Andavo in un liceo per soli ragazzi dell’Opus Dei, con una famiglia molto tradizionale. Ho scoperto che si poteva essere gay grazie a una serie tv, Farmacia de guardia», racconta Ambrossi. «Mi sono detto: “Perché nessuno me ne ha mai parlato? È proprio quello che sento io”. Per molti anni non sono riuscito a esprimere quello che provavo con la mia famiglia. Ci mancavano gli strumenti, la conoscenza. Oggi invece va tutto benissimo». Anche per Calvo al principio è stato complicato: «Il mio liceo e le persone che avevo intorno mi facevano pensare di essere sbagliato. E ogni volta che in tv c’era qualcuno gay era sempre per ridere di lui. Facciamo quello che facciamo affinché la gente che ci segue possa crescere con dei punti di riferimento, con delle storie, con speranza. Dobbiamo lavorare sull’educazione nelle scuole e sulla comunicazione».

Cardo | Tráiler | Ya disponible solo en ATRESplayer PREMIUM

Los Javis non hanno dovuto affrontare soltanto lo smarrimento relativo al loro orientamento sessuale. Come molti altri loro coetanei, hanno anche fatto i conti con il senso di vuoto che la serie Cardo mette in scena. «Cardo parla della nostra generazione. Una generazione a cui è stato promesso molto, che ha vissuto varie crisi, che sembra avere tutto senza possedere nulla. Adesso siamo dei privilegiati, ma anche noi ci siamo trovati in questa situazione», commenta Calvo. «I mezzi di comunicazione incolpano continuamente i giovani di qualsiasi cosa, ignorando che il mondo in cui viviamo è il risultato di quello che hanno fatto le generazioni precedenti. Non c’è mai nessuno che si sieda e dica: “Raccontami, ti ascolto”. Cardo mira anche a mostrare come ci sentiamo, come stiamo a livello politico, sociale», continua Ambrossi. «Io fino a sette anni fa lavoravo come cameriere. Non sapevo bene cosa fare della mia vita, dubitavo che i miei sogni si sarebbero mai realizzati. E così uscivo, bevevo e finivo in una spirale di vuoto senza senso. Poi mi sono innamorato di lui». Javier Ambrossi e Javier Calvo si guardano, sorridono. Hanno l’aria di due persone felici, appagate. Niente a che vedere con il disorientamento di un tempo. C’è qualcosa che vorrebbero dire a Los Javis dell’adolescenza? Calvo: «Al me stesso ragazzino direi di vivere il momento». Ambrossi: «Io gli direi di lasciarsi andare, di godersi il viaggio. Ma anche: “Non ti preoccupare: conoscerai Madonna”».

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