L’anti-superhero Moon Knight è una delle più belle novità del Marvel Cinematic Universe | Rolling Stone Italia
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L’anti-superhero Moon Knight è una delle più belle novità del Marvel Cinematic Universe

La serie Disney+ starring Oscar Isaac e Ethan Hawke può permettersi la libertà di smarcarsi dalle avventure di Iron Man & Co. Promuovendo un personaggio minore a protagonista assoluto. Scommessa vinta

Foto: Csaba Aknay/Marvel Studios

Nella sua storia decennale, la Marvel ha accumulato un impressionante archivio di supereroi: sono oltre 7000, cifra che sale a 50mila se contiamo tutti i mutanti, supercattivi ed eroi ancillari di serie C che magari fanno una comparsa di un paio di pagine all’interno di una storia di un superhero di prima fascia. Ovviamente, nell’era della dominazione del Marvel Cinematic Universe ai botteghini di tutto il mondo, solo un pigmeo Mbuti della foresta pluviale dell’Ituri in Congo potrebbe ignorare l’esistenza di Iron Man, Thor, Hulk, Spider-Man. Ma per ogni Capitan America che vanta testate fumettistiche a suo nome, film da protagonista, merchandising di ogni tipo, videogiochi, ce ne sono centinaia che attendono la loro occasione per brillare di luce propria nell’IMAX più vicino a casa vostra. Alcuni, come Hellcow (una mucca da pascolo svizzera del XVII secolo che, morsa da Dracula, diventa un essere sovrannaturale immortale, perennemente assetato di sangue: a un certo punto nei fumetti la vediamo affiancare Deadpool nel team-up che nessuno avrebbe mai osato chiedere) e Mandrill (un mutante che assume le sembianze di un, a-ehm, mandrillo e il cui potere consiste nell’emissione di un feromone in grado di controllare le donne) sono semplicemente troppo stupidi per essere benedetti da una qualsivoglia trasposizione audiovisiva (fortunatamente realizzare intrattenimento televisivo costa). Altri invece attendono pazientemente il loro turno per entrare a qualche titolo nel Cinematic Universe più seguito di sempre.

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Oggi (i primi episodi della serie sono già disponibili su Disney ) tocca a Moon Knight, fosco antieroe nato nel 1975 da due veterani dell’industria dei comics statunitense, lo sceneggiatore Doug Moench e l’artista Don Perlin. Marc Spector è un mercenario ex marine e agente della CIA abilissimo nel corpo a corpo e nell’usare qualunque tipo di arma che durante un lavoro in Sudan che finisce male viene lasciato a morire nel deserto. Il destino però ha in serbo ben altro per lui: in fin di vita raggiunge la tomba di Khonshu, il dio egizio della luna, che lo resuscita guarendolo completamente. Ma che non si fa niente per niente lo sapevano già gli antichi Egizi, e Spector diviene così l’avatar di Khonshu, il suo alter ego che porta il suo verbo (fatto di vendetta, botte e un discutibile senso di giustizia) nel mondo degli umani.

Il lavoro di trasposizione dalla pagina a fumetti alla piattaforma di streaming video di Disney operato dal produttore esecutivo Grant Curtis e dal team autorale guidato da Jeremy Slater (già al timone dell’ottimo The Umbrella Academy) è molto attento a mantenere inalterati i princìpi costituenti del personaggio e della storia (Spector è un uomo d’azione brutale, pieno di ombre, che agisce nel nome di un’antica divinità capricciosa e arrogante), aggiornandoli però a una sensibilità moderna e in linea col tone of voice già ampiamente tratteggiato nella fase quattro del Marvel Cinematic Universe: introspezione, marginalità e diversity sono tutte caratteristiche che ritroviamo in Steven Grant, un simpatico sfigato magistralmente interpretato da Oscar Isaac che, grazie alla sua passione per l’egittologia, sogna di diventare una guida del British Museum anche se lavora solo nel gift shop, dove vende penne Bic a forma di Tutankhamon e puzzle 3D della piramide di Cheope.

Vessato dai superiori, ignorato dai colleghi, prigioniero di un lavoro spesso frustrante: la vita di Steven fa già abbastanza schifo così, ma a complicare gravemente le cose ci pensa un crescente disturbo dissociativo della personalità. Steven si sveglia sempre più spesso in strani posti, non ricorda cosa ha fatto per interi giorni, dorme legandosi la caviglia a una trave portante vicino al letto di casa sua. Scoprirà che i suoi viaggi sono tutt’altro che onirici, visto che una delle sue personalità è proprio quella di Marc Spector, il summenzionato mercenario e braccio armato in terra del vendicativo dio della luna Khonshu. Da qui in poi per il timido inglese inizia una progressiva discesa in un mondo oscuro, pericoloso ed eccitante, dove antiche e colleriche divinità tolemaiche vanno a braccetto con coraggiose figlie di rispettati archeologhi, reperti di inestimabile valore, mostri, violenza, inseguimenti da una parte all’altra del mondo e un fanatico leader di una setta (un Ethan Hawke magnificamente calato nella parte) deciso a resuscitare Ammit, mostruosa divinità dalla testa di coccodrillo nota come “la divoratrice di cuori” che condannava alla dannazione eterna coloro i quali non si comportavano secondo i princìpi del ma’at (“equilibrio” nell’Antico Egitto, rappresentato dal simbolo della bilancia). Figo, no?

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Se finora i titoli di questa nuova era del Marvel Cinematic Universe ci avevano lasciato tiepidi (ad eccezione forse di qualche virtuosismo spaziotemporale in Loki e della dichiarazione d’amore al format sit-com di WandaVision), la visione dei primi quattro episodi conferma Moon Knight come uno degli exploit più convincenti della Fase 4. I meriti sono diversi: sicuramente di una scrittura che guida lo spettatore in un iter narrativo di materia oscura e disturbante ma dall’innegabile fascino, evitando sapientemente i cliché sempre in agguato e cercando di ribaltare continuamente la prospettiva (magistrali in questo senso i primi due episodi); e anche del cocktail di action/horror/drama/archeologia formalizzato da Spielberg con I predatori dell’arca perduta e che anche qui dimostra che, quando gli ingredienti sono miscelati con cura e nelle giuste proporzioni, la ricetta funziona sempre alla grande; infine, di un cast azzeccassimo e assolutamente non ovvio.

Oscar Isaac nel costume di Moon Knight. Foto: Marvel Studios

Oscar Isaac con Moon Knight aggiunge un ulteriore tassello a una carriera che sembra in questa stagione inarrestabile, dopo Dune, Scene da un matrimonio e Il collezionista di carte. Il tema del doppio, già dai tempi di Dr. Jekyll e Mr. Hyde, risulta ampiamente esplorato, ma l’attore guatemalteco con la propria interpretazione è in grado di donare al mite Steven e al risoluto Marc sfumature e multidimensionalità inusitate per uno show targato Marvel. Lo vediamo giocare con tic, posture, accenti per accentuare le differenze tra i due personaggi, coinquilini che soffrono la reciproca convivenza forzata nello stesso corpo fisico. Per buona parte degli episodi Isaac parla al suo riflesso in uno specchio, in una vetrata, nella lama di un coltello, regalandoci una prova convincente.

«La prima cosa che ho fatto è stata assumere mio fratello, Michael Hernández, per fare l’altro me», ha detto Isaac durante la conferenza stampa a Los Angeles a cui abbiamo assistito via Zoom. «Lui è la cosa più vicina a me che esista sulla Terra. Ha fatto entrambi i personaggi, anche con accenti diversi. Quindi per me è stato davvero utile lavorare non solo con un bravissimo attore, ma con uno che ha anche il mio stesso Dna. Facevo Steve con mio fratello davanti, poi passavo a lui le note su Steve, mi mettevo dall’altra parte e facevo Marc». Salta particolarmente all’occhio il lavoro sugli accenti: Steven è inglese, mentre Marc è americano. «La serie è inizialmente ambientata a Londra e, quando ho chiesto come mai, mi hanno risposto che ci sono già troppi personaggi a New York (risate). Quindi ho detto ok, facciamo qualcosa di diverso. Rendiamolo un immigrato a Londra. Poi però mi sono ricordato che amo l’humour inglese, The Office, Stath Lets Flats, e mi sono chiesto: perché non lo rendiamo inglese? Cosa farebbe Peter Sellers se la Marvel gli proponesse una serie? Ho iniziato a pensare a questo, e sono arrivato a Karl Pilkington di An Idiot Abroad, uno che fa ridere ma non sai se è cosciente appieno del fatto che fa ridere».

Oscar Isaac è perfetto nelle doppie vesti di Marc e Steven (dualismo che si riflette anche nei costumi di Moon Kight, quello di vendicatore stile Batman e quello da simil-prestigiatore elegante il secondo), talmente perfetto da adombrare la performance di May Calamawy, bravissima nel ritagliarsi uno spazio per raccontare Layla, la dinamica protagonista femminile e moglie di Marc. Altro asso calato dalla serie è il principale antagonista, il sinistro guru Arthur Harrow, interpretato dal grandissimo e inaspettato Ethan Hawke. «La storia del cinema è piena di sceneggiatori che usano la malattia mentale come fondamenta per costruire il personaggio di un cattivo», afferma lui. «Insomma, ci sono centinaia di cattivi malati di mente. Qui però abbiamo un eroe con una malattia mentale, quindi è stato affascinate invertire il processo. È stato interessante trovare un modo per il mio personaggio di essere malevolo in modo “sano”, cercando di creare una dinamica con quello che faceva Oscar. Mohamed (Diab, il regista, nda) ha cavalcato la malattia mentale del protagonista per farne un narratore inaffidabile. E una volta rotto il prisma della realtà, tutto ciò che il pubblico vede sono frammenti riflessi dai pezzi di vetro. Parlando di cattivi, era poi molto interessante chiedersi: il pubblico mi vedrà per ciò che sono? Quindi ho pensato a un personaggio che sta cercando di salvare il mondo. Nella sua testa lui si vede come un santo». Impossibile non ravvisare nella performance di Hawke echi di David Koresh, il leader dei Davidiani morto in circostanze misteriose nell’assedio di Waco del 1993.

La narrazione non lineare, una forte dominante horrorifica e ambientazioni molto convincenti (parte delle scene sono girate nel Wadi Rum, in Giordania, stessa location di Lawrence d’Arabia) si devono anche a Mohamed Diab, il primo regista egiziano dietro la macchina da presa di un progetto Marvel, la cui sensibilità ha aiutato a definire in modo inequivocabile i toni della serie. «Uno degli aspetti del progetto che davvero mi intrigavano era la componente legata all’Egitto e all’egittologia», commenta. «Da egiziano, ho spesso trovato che la nostra rappresentazione nei media fosse schiava di uno stereotipo “orientalizzante”, dove vedi questi personaggi esotici e disumanizzati. Volevo mostrare, attraverso il personaggio di Layla, che gli egiziani sono persone come tutte le altre. E volevo anche mostrare un Egitto che fosse simile all’Egitto, perché nelle rappresentazioni media nel 90% dei casi l’Egitto non è Egitto. Immaginatevi di vedere Parigi e sullo sfondo il Big Ben. È buffo, ma fa anche male».

Ethan Hawke è il villain Arthur Harrow. Foto: Marvel Studios

Il fatto che Moon Knight non abbia alcun legame esplicito con l’Universo Cinematico Marvel, che non ci sia alcun riferimento a Iron Man, Thanos e compagnia bella, ha reso tutto il gruppo di lavoro libero di sperimentare un linguaggio nuovo (sempre relativamente a progetti di questo tipo) e a far coesistere armoniosamente e in un clima di collaborazione totale artisti e professionisti dal background diversissimo. Come spiega Hawke: «Nella mia esperienza di attore, di solito quando c’è un grosso budget c’è anche un sacco di paura. E le persone al comando tendono a controllare tutto, riducendo la creatività. Ma qui con Grant (Curtis, produttore, nda) e la Marvel è stato l’opposto. I produttori hanno trasformato il loro successo in fiducia nei propri mezzi, nella fiducia di farci cucinare nella loro cucina; ma, una volta che eravamo in cucina, di fare quello che volevamo. E ci siamo divertiti un sacco, siamo stati incoraggiati sempre, sia a sbagliare che ad avere pessime idee. Perché non esiste una grande idea senza che ce ne siano alcune stupide».

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Certo, non tutto è perfetto: qualche cedimento nel ritmo a partire dal terzo episodio, una stratificazione di livelli narrativi che a volte mina la chiarezza di certi passaggi, una CGI che a volte sembra un po’ “un tanto al chilo”. Ma, in un settore ormai ultrainflazionato dove la carenza di idee originali puzza come il monolocale di uno studente barricato in casa a giocare a PES da una settimana, Moon Knight ha l’effetto della fragrante e distensiva brezza del deserto.

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