‘La vita bugiarda degli adulti’: quando sei nata non puoi più nasconderti | Rolling Stone Italia
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‘La vita bugiarda degli adulti’: quando sei nata non puoi più nasconderti

Il coming of age della borghese Giovanna, che scopre le sue origini popolane (e la zia Vittoria), passa dalle pagine di Elena Ferrante e Netflix. In un gioco di specchi forse impari con ‘L’amica geniale’. Ma capace di mantenere una forza indiscutibile

La zia Vittoria (Valeria Golino) e Giovanna (Giordana Marengo) nella ‘Vita bugiarda degli adulti’

Foto: Eduardo Castaldo/Netflix

A destabilizzare Giovanna, a dare inizio al suo tortuoso percorso verso l’età adulta, è la scoperta inaspettata di avere la faccia di qualcun altro. L’incipit della Vita bugiarda degli adulti, allo stesso modo nel romanzo e nella serie che ne è stata tratta, è di quelli che rimangono impressi, ha la forza delle cose che di banale hanno solo l’apparenza: alla tredicenne Giovanna, dice suo padre senza sapere di essere ascoltato dalla ragazza, sta venendo la faccia – bruttissima – della zia Vittoria. La prima reazione di Giovanna è il terrore di perdere l’affetto dei genitori, soprattutto la stima del padre idolatrato; la seconda la curiosità di conoscere questa misteriosa zia, mai vista, quasi dimenticata, al massimo sussurrata a mezza voce agli angoli delle conversazioni adulte come fosse un babau da non risvegliare se non si cercano guai. Vittoria, nella serie, è interpretata da Valeria Golino, esplicitando così che la “bruttezza” di cui si preoccupa il padre Andrea non è un fattore semplicemente (e soggettivamente) estetico né superficiale: «Tua zia non è presentabile» affermerà Nella, la madre di Giovanna, più avanti nella serie.

Giordana Marengo in una scena della serie. Foto: Eduardo Castaldo/Netflix

La vita bugiarda degli adulti è l’ultimo romanzo di Elena Ferrante, il primo scritto (nel 2019) dopo l’enorme successo internazionale della tetralogia dell’Amica geniale (la cui pubblicazione, iniziata nel 2011, si era conclusa nel 2014). Oltre alla penna della scrittrice, c’è qualche altro tratto in comune: è un coming of age, un romanzo di formazione, proprio come buona parte (ma probabilmente anche tutta) la tetralogia di Lila e Lenù; la città di Napoli, la sua geografia e i suoi contrasti, svolgono un ruolo fondamentale; la questione di classe è cruciale quanto gli intrecci sentimentali, amicali e familiari. Per altri aspetti, però, è un libro molto diverso, soprattutto nelle proporzioni: la tetralogia dell’Amica geniale è anche un romanzo storico che attraversa svariati decenni, che vede riflettersi nelle vite delle sue protagoniste le evoluzioni e involuzioni di un intero Paese. Alle vicende di Lila e Lenù, inevitabilmente, s’intersecano quelle di molte altre persone e famiglie, e la loro storia si sposta in luoghi diversi e anche lontani tra loro. La vita bugiarda degli adulti è una storia più piccola e circoscritta, prima di tutto a livello temporale: il tempo, per Giovanna, di passare dai 13 ai 16 anni, nei primi anni ’90. La sua vicenda – e quella di suo padre Andrea, sua madre Nella e sua zia Vittoria – si collega a quella di altre due famiglie: da un lato la coppia di amici dei genitori Costanza e Mariano, altoborghesi con casa a Posillipo, e due figlie, Ida e Angela, che sono anche le migliori amiche di Giovanna; dall’altro la moglie e i tre figli di Enzo, l’unico amore di zia Vittoria, che, dopo la morte prematura di quest’ultimo, ha costituito con la vedova e gli orfani una strana “famiglia allargata”.

Valeria Golino. Foto: Eduardo Castaldo/Netflix

Vittoria, per Giovanna, è uno specchio, come spesso accade alle coppie di protagoniste di Elena Ferrante. Si specchiano l’una nell’altra Lila e Lenù nell’Amica geniale; si specchia suo malgrado nella giovane madre Nina la Leda della Figlia oscura. Qualcuno potrebbe dire che sono specchi deformanti, ma più probabilmente sono, come in genere i veri specchi, semplicemente spietati: rivelano tutto, anche quel che non si vorrebbe vedere. Giovanna cerca Vittoria per scoprire se davvero ha la sua faccia, ma prima che se stessa trova in lei la verità sui suoi genitori: la zia popolana e popolare, religiosissima e sguaiata, impetuosa e imprevedibile nei moti d’affetto come in quelli d’odio, è il negativo di Andrea e Nella, professori, intellettuali, ricchi, borghesi, che ostentano le proprie idee comuniste ma schifano l’odore della miseria come la peste. Non è tanto una contrapposizione banalizzante tra una presunta povertà genuina e una borghesia ineludibilmente ipocrita, e neppure tra destra “verace” (anche perché, come mostra la puntata ambientata durante una festa dell’Unità, qui di destra non è nessuno) vs. sinistra “radical chic”: quello che sembra dire La vita bugiarda degli adulti è che, con la sua sola presenza, Vittoria rischia di smascherare l’artificiosità, la fragilità del mondo comodo e sicuro che Andrea e Nella hanno costruito, in cui si sono rifugiati e in cui Giovanna vive. O, forse, peggio: che quel mondo confortevole e sicuro per esistere ha bisogno di qualcuno da lasciare fuori, ai margini, contemporaneamente da disprezzare e di cui sentirsi superiore.

Alessandro Preziosi è Andrea, il papà di Giovanna. Foto: Eduardo Castaldo/Netflix

“Quando sei piccolo, ogni cosa ti sembra enorme; quando sei grande, ogni cosa ti pare nulla” è la frase, detta in dialetto, che diventa tormentone musicale (nella scarnificazione elettronica operata da Enzo Avitabile alla colonna sonora) e filo conduttore di tutta la storia nella versione televisiva di Netflix. È una sintesi del passaggio dall’infanzia all’età adulta, certo: quando siamo bambini le cose hanno forme e contorni immensi, e i sentimenti e le emozioni sono più intensi, tragici, definitivi. Una frase – come quella pronunciata da Andrea (un ottimo Alessandro Preziosi) in apertura sulla faccia di Giovanna – può scatenare la fine del mondo. Da adulti, invece, si mette in atto un ridimensionamento continuo, in un percorso d’adattamento e sopravvivenza che a volte è sano realismo, altre inconfessabile egoismo. “Non mi avrete mai come volete voi”, per citare un verso dei 99 Posse (che compaiono, in versione “pre Meg” in due momenti della serie, a rievocare la scena alternativa e politica della Napoli anni ’90, tra centri sociali e manifestazioni): staccarsi dai genitori dichiarando la propria totale estraneità, esibendo l’intenzione di diventare un altro tipo di adulti, è un rito di passaggio cruciale dell’adolescenza, necessario a costruirsi una propria individualità. Zia Vittoria mostra a Giovanna che tutto ciò che sa è falso, ma per crescere davvero Giovanna avrà bisogno di scoprire anche le bugie di Vittoria, e di imparare a dire le proprie.

“Quando sei piccolo ogni cosa ti sembra enorme, quando sei grande ogni cosa ti pare nulla” è anche e soprattutto una questione di potere. Per chi non ne ha è tutto più difficile, per chi invece lo esercita è facile cedere alla tentazione di scacciare nel dimenticatoio ogni fastidio. E così anche in questa piccola storia di formazione i temi cari a Ferrante si saldano, e si riverberano in un quadro più grande, universale. È una sintesi che Edoardo De Angelis – il regista di Indivisibili e Il vizio della speranza, cui sono affidati tutti e sei gli episodi della Vita bugiarda degli adulti – cerca di distillare in immagini evocative, momenti di sospensione, contrasti sonori. E nel rispecchiarsi, ancora una volta, delle due protagoniste, Giovanna e Vittoria, che rimangono fino alla fine misteri difficili da sciogliere, anche se via via sempre meno simili tra loro di quel che inizialmente possiamo intuire.

Gli sceneggiatori della Vita bugiarda degli adulti sono i medesimi dell’Amica geniale: la stessa Ferrante, Francesco Piccolo e Laura Paolucci (in entrambi i casi partecipa alla scrittura anche il regista-curatore: qui De Angelis, là Saverio Costanzo). L’impianto produttivo e il contesto sono ovviamente differenti: la tetralogia è una co-produzione internazionale tra la grande generalista italiana Rai e l’autorialità indiscussa della statunitense HBO, quest’ultimo lavoro è targato Netflix (sotto la supervisione della nuova direttrice dei contenuti italiani, Tinni Andreatta, che proprio dall’esperienza Rai, anche con L’amica geniale, proviene). Non sembra un segreto che questa serie Netflix, come da mitologia dell’algoritmo (quella satireggiata anche da Boris 4), cerchi di replicare una formula di successo: stessa autrice internazionalmente acclamata (e unico suo romanzo rimasto da adattare, visto che tutti gli altri hanno già ricevuto una trasposizione cinematografica, da L’amore molesto a I giorni dell’abbandono al già citato La figlia oscura, diventato l’opera prima di Maggie Gyllenhaal), stesso team di sceneggiatori, perfino uno stesso riconoscibilissimo attore nel cast (Giovanni Buselli, l’Enzo dell’Amica geniale, qui nel ruolo un filo più ambiguo dell’affascinante Roberto). A marcare la differenza sono allora le interpretazioni magnetiche di Golino e dell’esordiente Giordana Marengo, e la regia inconfondibile di De Angelis. Resta però il dubbio se questa storia, più piccola, più sintetica, forse perfino più poetica non si sarebbe trovata meglio in forma cinematografica, piuttosto che rincorrere un confronto seriale inevitabilmente impari. Ma, chissà, forse le voci che vogliono La vita bugiarda degli adulti come il primo capitolo di una nuova saga ferrantiana si riveleranno fondate, forse questa storia non finisce davvero qui. Un po’ come a Giovanna, insomma, tocca anche a noi un futuro ignoto.
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