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La sinfonia agrodolce di ‘The Crown’

Come ‘suona’ la serie sulla Corona inglese? Dall’opera di Wagner alle hit anni ’80, fino a ‘Bitter Sweet Symphony’ dei Verve usata nella quinta stagione, un’analisi della ‘royal soundtrack’

Foto: Netflix

Nel 1986 il sociologo inglese Iain Chambers, esperto di studi culturali britannici e membro del Centre for Contemporary Cultural Studies dell’Università di Birmingham, teorizzò nel suo libro Ritmi urbani come le differenti melodie riprodotte attraverso la musica avrebbero fornito un modo per ascoltare e comprendere i suoni e i ritmi della storia: «La musica, e in particolare la musica pop, rivelerà dei cambiamenti profondi nella formazione della cultura moderna, incidendo sugli aspetti culturali della vita urbana e sulle loro contaminazioni e i loro sviluppi nella storia contemporanea». La tesi di Chambers si concentrava principalmente sull’esperienza culturale della città di Londra a partire dal 1969 e più in generale sulla conformazione culturale britannica, «spazio composto da diverse storie, diverse memorie, diverse identità». La citazione del sociologo britannico sembrerebbe sposarsi perfettamente con la stessa idealizzazione della Corona, in cui le differenti storie identitarie hanno da sempre tentato di coabitare per mantenere intatto lo spirito monarchico. Di questo aspetto così iconoclastico ha fatto tesoro Peter Morgan, drammaturgo britannico creatore di The Crown (qui la nostra recensione della quinta stagione), per raccontare anche attraverso la musica gli aspetti più reconditi della famiglia Windsor e della regina Elisabetta II, e soprattutto per scandire i decenni del suo regno.

Come sottolineato dal giornalista Simon Reynolds nel suo articolo su Pitchfork How Rock and the Royals Jostled for Britain’s Cultural Identity During the Queen’s Lifetime, alcuni sostengono che il pop britannico abbia svolto un ruolo cruciale nell’adattamento della nazione alla perdita dell’impero: «Se la Britannia non governasse più le onde, potrebbe ancora dominare le onde radio». Durante tutti gli anni ’60, la maggior parte degli anni ’70 e gran parte degli anni ’80, il Regno Unito ha condiviso il dominio del pop globale con l’America, nonostante avesse un quinto della popolazione. Al giorno d’oggi, le esportazioni di musica britannica non contribuiscono altrettanto alla bilancia commerciale del Paese, ma l’idea di uno stile pop nativo rimane una pietra angolare dell’identità nazionale.

In The Crown, la musica gioca un ruolo significativo nel rappresentare il melodramma e la maestosità del trono britannico già a partire dalla composizione del trailer. La cover di The Times They Are A-Changin di Bob Dylan nella terza stagione anticipava i moti popolari che avrebbero scosso l’Inghilterra negli anni ’60, e l’utilizzo di How Soon Is Now? degli Smiths nella successiva stagione voleva metteva in risalto il prologo “matricida” nel rapporto burrascoso tra il principe Carlo e la regina Elisabetta: “I’am the son / and the heir” (io sono il figlio, e l’erede).

Nella quinta stagione, le immagini vengono accompagnate da una versione orchestrale del grande successo dei Verve, Bitter Sweet Symphony. L’utilizzo di tale composizione non è affatto casuale, in quanto vuole rappresentare le molteplici vie impervie che comporranno il regno di Elisabetta negli anni ’90. Una sinfonia agrodolce che sembra sventrare l’identità della Corona in quello che la stessa regina definirà come “annus horribilis”, il momento più basso per la monarchia contemporanea colpita dai molteplici scandali perpetrati dal triangolo Carlo-Diana-Camilla, e che attraverso il suo testo sembra presagire quello che sarà l’epilogo per la principessa Diana: “Perché è una sinfonia agrodolce, com’è la vita / Non posso cambiare la mia posizione, no, no, no, no, no / Provando a far quadrare i conti sei schiavo del denaro finché muori”.

Gran parte della colonna sonora originale composta dagli inglesi Rupert Gregson-Williams e Martin Phipps, con il lavoro magistrale della music supervisor Sarah Bridge, tende a mostrare le differenti anime che albergano all’interno di Buckingham Palace e dei palazzi monarchici in cui gli aspetti più intimi e personali di ogni singolo componente della famiglia reale si affliggono verso l’apparente integrità morale della corona. «Peter Morgan è stato molto preciso su come la musica dovesse interagire con le trame e sottotrame della serie. Voleva sentirsi come se avessimo delle placche tettoniche che si spostano nel mondo», ha detto Gregson-Williams. «Voleva che fosse regale, ma senza essere pomposa».

La musica della prima stagione trasmette un senso di stupore e meraviglia, ma già a partire dalla seconda i toni si fanno più cupi, riflessi in un suono orchestrale più grande e minaccioso perché i personaggi sono maturati: «La regina ora è un monarca regnante invece di una giovane ragazza, è un viaggio diverso per lei ed il suo consorte, il principe Filippo, ed è per questo che la musica si evolve». Come si è visto nelle prime due stagioni, la musica tende a drammatizzare l’immagine della monarchia attraverso la musica classica: vedi l’utilizzo di alcuni grandi arie come il Liebestod del Tristano e Isotta di Wagner (l’opera sulla figlia di un re, Isolde, intrappolata tra doveri matrimoniali e doveri regali) a cui assistono la regina e il principe Filippo alla Royal Opera House dopo il funerale di re Giorgio VI; o alcuni memorabili standard jazz degli anni ’50 che racchiudono il rapporto tra re Giorgio e le proprie figlie. Ma già a partire dalla quarta stagione, le hit degli anni ’80 sono state profondamente radicate all’interno della serie, specialmente tenendo conto dell’epoca in cui si sono verificati determinati eventi che hanno segnato la monarchia britannica contemporanea e soprattutto con l’introduzione del personaggio della principessa Diana.

Queste due anime così in contrasto tra loro vogliono rivelare il perenne conflitto tra la vita regale e la vita personale dei componenti della famiglia Windsor dove, se la musica composta sfoggia regalità e imponenza, contrariamente il lavoro della supervisione musicale si concentra sul racconto degli scandali e della figura umana e vulnerabile della monarchia. Come dichiarato dalla stessa Sarah Bridge in un’intervista al New York Times, utilizzare molti successi degli anni ’80 è stata una scelta molto creativa ma allo stesso tempo fortemente rischiosa, considerata la giustapposizione tra le radici moderne di Lady Diana e la difesa degli stili tradizionali e classici all’interno della famiglia reale, come i turbolenti cambiamenti sociali dell’Inghilterra degli anni ’80 e ’90.

Come dichiara Reynolds, il rock britannico negli anni ’70 aveva rappresentato il sapore immutato e immutabile dell’aristocrazia «ricca, decadente e avvolta in uno spettacolo sfarzoso», e per questo Bridge, oltre a raccontare l’evoluzione musicale della principessa Diana, attinge volontariamente all’emergere di nuove sonorità sorte nel rappresentare il malcontento popolare nei confronti di uno Stato e di una monarchia sempre più chiusa nei propri scandali e sfarzosità come il punk e il post punk. Basti una citazione degli Smiths: “Carlo, non senti mai il desiderio di apparire sulla prima pagina del Daily Mail indossando il velo nuziale di tua madre?” (The Queen Is Dead). Mentre la trama si sposta dagli anni di Margaret Thatcher alla linea governativa di John Major, una generazione di giovani reali, tra cui il principe Carlo e Lady Diana, arriva alla ribalta dello spettacolo, e il creatore Peter Morgan era ansioso di portare la colonna sonora in una direzione inedita. La nuova “via” della royal family si esprime attraverso canzoni di apparente rinnovamento sociale per autodistruggersi successivamente. Coloro che dovevano rappresentare una nuova luce per la monarchia finiscono quasi per sabotarla.

La musica vuole rappresentare l’anima naturale della famiglia reale: «È un chiaro incapsulamento del modo in cui la famiglia reale funziona davvero come le popstar» (sempre Reynolds). E anche per fare da specchio a Lady D, “la principessa del popolo” che, con il suo tocco premuroso e l’amore per i Duran Duran, finisce per vendicarsi e screditare la Corona con la sua celebre intervista alla BBC nel 1995, che nella quinta stagione di The Crown viene narrata attraverso le note di One Night Only, dal musical Dreamgirls; o al principe Carlo, che balla sulle note di Don’t Sweat the Technique di Eric B. & Rakim per compiacere la nuova generazione di britannici, ma non è capace di rispettare il ruolo della Corona rappresentato ancora da sua madre. La composizione della colonna sonora di The Crown ha la capacità di prevedere quanto sta per accadere accedendo agli aspetti più reconditi e velati di una monarchia in rotta di collisione.

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