La serie di Xavier Dolan è arrivata in Italia (e non dovete perderla) | Rolling Stone Italia
J’ai tué ma mère, encore

La serie di Xavier Dolan è arrivata in Italia (e non dovete perderla)

‘La notte in cui Logan si svegliò’ (su MUBI) è un riassunto della poetica dell’autore canadese: mamme da uccidere, famiglie disfunzionali, queerness mai dolente, mélo che diventa thriller. E funziona benissimo anche in Tv

La serie di Xavier Dolan è arrivata in Italia (e non dovete perderla)

Xavier Dolan nella serie ‘La notte in cui Logan si svegliò’, da lui anche diretta

Foto: MUBI

Ogni tanto è bene ricordare l’età di Xavier Dolan. Adesso quarant’anni li avrà, penso mentre guardo la sua serie. Controllo su Google: trentasette. Vuol dire che quando quella serie è uscita, quattro anni fa, ne aveva trentatré; quando l’ha scritta, girata e montata trentadue, forse trentuno. Prima, sapete cosa c’è stato. Dolan è forse la figura – certamente di questo secolo, escludendo Orson Welles e pochi altri del precedente – passata da giovane promessa a solito stronzo più in fretta, e da più giovane. Solito stronzo che sa di esserlo: infatti dice che va in pensione, poi ci ripensa, ora non esclude il ritorno, o così pare. Venerato maestro non lo è stato forse mai, probabilmente per la sua eterna natura da folletto queer, da post-adolescente a vedersi ma adultissimo a porsi nel cinema e nel mondo; ma cose da maestro le ha fatte da subito, anche quelle non venerate, ma che restano parte di un opus inconfutabile.

La serie – la sua prima e, finora, unica – s’intitola La notte in cui Logan si svegliò (in originale La nuit où Laurier Gaudreault s’est réveillé, dalla pièce omonima di Michel Marc Bouchard, da noi è su MUBI da un mesetto, finalmente) ed è il suo ultimo lavoro prima del ritiro (poi, pardon, ritirato); in questi ultimi quattro anni, solo un videoclip per Elton John e Brandi Carlile e qualche incursione d’attore nei film degli altri (il più bello è Lo sconosciuto del Grande Arco). Fosse davvero l’ultimo, basterebbe come riassunto di tutto il dolanismo, per temi (mamme da amare e da uccidere, famiglie disfunzionalissime, machismo che occulta quasi sempre altro) e modalità (miscela pop-kitsch di colori e canzonette, registro che passa dalla soap opera al thriller, antinaturalismo nella recitazione come nell’intenzione generale).

Il cast di ‘La notte in cui Logan si svegliò’. Foto: MUBI

C’è una mamma morente (la “Mommy” Anne Dorval, sempre magnificamente sopra le righe), e al suo capezzale si ritrovano figli fuggiti (Mireille/Julie Le Breton), imborghesiti (Julien/Patrick Hivon), mai cresciuti (Denis/Éric Bruneau), autosabotati (Elliot/Xavier Dolan), più una nuora (Chantal/Magalie Lépine-Blondeau) che sembra l’unica ad aver capito tutto forse perché non c’è linea di sangue ma solo quella che sa unire tutti i puntini, cioè i sentimenti, i risentimenti, i patimenti, i pentimenti del clan. È solo la fine del mondo, anche stavolta: un mondo piccolo-borghese costruito pezzo per pezzo, statuina per statuina (come le tante che affollano mensoline e centrini di casa), su piccoli segreti e grandi bugie; un mondo che credeva di reggere per sempre, e che al primo soffio di vento si scopre invece fragilissimo.

Al cuore, un episodio meno grave di quel che sembra ma che tutti si portano dietro dall’adolescenza dei due figli maggiori. È l’età chiave per comprendere Dolan, e a cui lui torna sempre forse per capire, un po’ alla volta, sé stesso, insieme a questo mondo eternamente puberale. È l’età delle madri “troppe” e dei padri inesistenti (almeno nei suoi film), del tanto amore talvolta mal riposto, del caos ma anche della ragione – o quella che, venti-trent’anni dopo, finalmente si capisce essere stata la ragione.

THE NIGHT LOGAN WOKE UP | Official Trailer | STUDIOCANAL International

In un mondo cupo, claustrofobico, pieno di pioggia anch’essa sfacciatamente irrealistica, Dolan muove le sue pedine rendendole pezzi di società, di cultura variamente tossica, di discorso politico che, per essere tale, dev’essere prima poetico, e lui lo sa. Dolan esiste in quanto autore imprescindibile del nostro tempo, anche là dove e a chi non piace (ci sono suoi lavori che non piacciono manco a me, ma chissenefrega), proprio per questo: ha reso quello che poteva essere un comizio un mélo fiammeggiante, sempre. E su questo ha vinto.

La notte in cui Logan si svegliò, in cinque puntate da un’ora ciascuna, fa lo stesso. Esalta, irrita, depista fino a portarti esattamente dove ti aspettavi, proprio come sanno fare quelli bravi. Tra una composizione originale di Hans Zimmer e David Fleming, un Rufus Wainwright e ovviamente una Céline d’annata, tra facce québécoisissime (che casting pazzesco sempre) e impennate alla Twin Peaks (ma come se fosse ripensato da John Waters, nella sua provincia camp), Dolan ci dice che è ancora qui. Abbiamo aspettato, almeno in Italia, quattro anni per la serie, possiamo aspettare i suoi quaranta per un nuovo film da eterna, venerata, stronzissima promessa.