In difesa di ‘The Crown 5’ (e di Re Carlo) | Rolling Stone Italia
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In difesa di ‘The Crown 5’ (e di Re Carlo)

La quinta stagione della serie by Peter Morgan è (ingiustamente) la più massacrata di tutte. Così come lo è sempre stato l’ex principe, in realtà a suo modo modernissimo. Una riflessione impopolare

Dominic West è il principe Carlo nella quinta stagione di ‘The Crown’

Foto: Netflix

Una volta una royal expert (si dice così anche da noi?) mi disse: Carlo sarebbe stato un gran re. Sarebbe stato perché era già tardi anni fa, figuriamoci ora che re lo è davvero. I motivi sono (sarebbero stati) quelli che probabilmente sapete: l’apertura della corona verso le altre confessioni religiose; l’ambiente; il biologico before it was NaturaSì; pure la spregiudicatezza con cui ha sempre inteso il bisogno di traghettare il palazzo verso la modernità. È anche un po’ la tesi della quinta stagione di The Crown, ingiustamente massacrata un po’ da chiunque (pure il nostro collega americano è piuttosto tiepido).

Dirò, per l’ennesima volta, una cosa assai impopolare: tra Carlo e Diana, ho sempre parteggiato e sempre parteggerò per lui. E credo che in fondo lo faccia pure Peter Morgan, il creatore della serie, che lo mette vicino a una quasi ex moglie svenevolissima, dolentissima, attricissima (Elizabeth Debicki è forse anche più esatta di Emma Corrin, vuoi solo perché deve fare la Diana più pubblica, più nota alla memoria) e sempre più isolato nella sua Camelot (meraviglia) mentre prepara, con i cavalieri della tavola a chilometro zero e le sue simpatie blairiane, il regno che non ci sarà mai. Peter Morgan che, per interpretarlo, sceglie un attore troppo gnocco: Dominic West è molto bravo, stringe la bocca, copia pedissequamente il vezzo delle mani in tasca, ma è chiaro che non è Carlo. Era più nel personaggio il Manlio Dovì del Bagaglino.

Il Carlo finto/vero di The Crown è tra le cose più massacrate di tutte (anche se poi in tanti sono tornati sui propri passi: vedi Variety, che ieri in buona sostanza buttava lì un pacatissimo “diamoci una calmata”). Massacrato lui, e massacrata pure la ricostruzione del divorzio, in quella che era (e resta) la sintesi audiovisiva della monarchia inglese più precisa mai confezionata. Ne sappiamo fin troppo, dicono i detrattori; come possiamo appassionarci ancora dinanzi all’intercettazione del tampax, e al revenge dress, e agli asparagi che il principe green pianta nel suo orto? Vero, e però no.

Morgan tiene sempre il punto, e attorno ci mette, come al solito, tutto il resto. L’arrampicata social-monetaria di Mou Mou al-Fayed, padre di Dodi (episodio magnifico), le ombre russe, la BBC che non si vuole murdochizzare, il conservatorismo prolet di John Major, i carri da corsa di Filippo (immenso Jonathan Pryce), e tutto il solito spiare dai buchi della serratura che può permettersi solo chi ha studiato per davvero libro per libro, discorso per discorso, scandalo per scandalo.

Pure nel racconto del divorzio c’è meno sensazionalismo rispetto a quello cui i royal expert ci hanno abituati. E così in generale nella serie: ogni episodio, stavolta anche più di prima, si chiude senza cliffhanger ma su note sempre smorzate, un mezzo sorriso (quello di Lesley Manville/Margaret), un accenno di tableau famigliare (la regina Imelda Staunton – impeccabile eppure ancora un po’ troppo popolana come Olivia Colman per la parte, dopo la statura sì regale di Claire Foy – che lancia i pupazzi ai corgi), e poi si va a nero, a volte quel che deve stare chiuso dietro le porte lì resta.

Nel proliferare di ucronie shondarhimesiane e biografie zarrissime che al confronto Teodosio Losito era Plutarco (parlo di te, Ryan Murphy: e lo faccio con tutto il bene), The Crown resta il lavoro finto/vero più puntuale, intelligente, elegante che ci sia in giro. Carlo, massacratissimo da tutta la vita e ancora adesso che gli tirano le uova, sarebbe stato un gran re. The Crown, massacratissima per villania o forse solo per sport, resta una gran serie.