A un certo punto del quarto episodio di Euphoria 3 ho pensato che Sam Levinson fosse rinsavito, oppure ha bevuto. E in entrambi i casi di mezzo c’è Lexi (Maude Apatow), il grillo parlante della compagnia, finora necessariamente di contorno al western-gangster-sex thriller che il creatore sta imbastendo, visto che fa una vita persino normale. Documento numero uno: siamo nel residence (assurdamente luminoso come un set Pinterest) in cui Lexi vive e Maddy sta fotografando una Cassie in déshabillé con un soffiatore da giardino al posto del ventilatore, mentre Rue arriva chiedendo nuovi contatti per procurarsi la “roba”. « Vi rendete conto di quello che state dicendo in questo momento? Cioè, che cosa vi prende? Tu stai cercando della droga, tu vendi il tuo corpo su un sito porno e tu fai la pappona su Internet? È triste ed è patetico. Ed è davvero inquietante ». Eccoci qua, Levinson ha messo in bocca alla sorella nerd di Cassie (tra l’altro, vista la parentela, mi pare pure pacata la reazione) la critica che molti di noi gli muovono dall’inizio della messa in onda di questo terzo capitolo.
Sembra quasi una raffinata resa dei conti in stile pièce teatrale direttamente dalla seconda stagione, scommetto fin da ora che Lexi proverà (di nuovo) a trasformare tutto quel materiale in una sceneggiatura, ma questa volta a Tinseltown sotto Sharon Stone. È solo un attimo però, non illudetevi: le tre ragazze fanno spallucce (e Levinson con loro) e Maddy chiede a Gideon Adlon (sì, figlia di Pamela e sottoutilizzata) di riaccendere l’attrezzo alla massima potenza, anche se Cassie protesta: non sono i capelli in movimento a vendere, è il suo corpo. Va bene l’autocoscienza, ma la confessione non serve soprattutto per assolversi e fare peggio di prima? Chiedo per Sam.
Sequenza numero due: sul set di L.A. Nights, la soap di prima serata prodotta dalla showrunner Patti Lance (Stone appunto), Lexi commissiona a Jules un dipinto per la scenografia e si ritrova con quattordici peni sovrapposti a una rilettura della Domenica all’isola della Grande Jatte. Patti non può più dire la cosa più ovvia, perché rischia di stare dalla parte sbagliata della Storia, ma quello che può fare sono i conti: la commissione è costata 56.000 dollari per il quadro e 191.000 in totale per il ritardo del set: «Lexi, non essere una perdita netta», l’avverte.
Il dipinto di Jules è Euphoria, ovviamente. Un Seurat con quattordici peni che alla fine Jules ricopre di vernice rossa fino a trasformarlo in un Pollock vomitato sopra Seurat, cioè in qualcosa che si possa mostrare “in tv, mentre la serie HBO ossessionata da overdose, OnlyFans e violenza paga cifre da blockbuster sperando di portare a casa altri Emmy. Se Levinson ci fa o ci è non s’è ancora capito.

Madison Thompson, Maude Apatow, Hunter Schafer, Sharon Stone, Colleen Camp. Foto: Eddy Chen/HBO
Nel frattempo, al giro di boa, mette in scena il miglior episodio, sì, ma pur sempre di una serie che non funziona, o che, almeno, ha ormai poco dell’Euphoria che fu (pardon). Ci siamo tristemente abituati: se a inizio stagione Rue trafficava nel deserto à la Breaking Bad, ora si trova a fare talpa per la DEA come Nacho in Better Call Saul (Zendaya riesce a reggere la baracca, applausi), la storyline degli spacciatori vs Alamo che virava verso i fratelli Coen qui cita direttamente la rapina con le maschere presidenziali (Obama!) di Point Break e le nozze di Nate e Cassie sembravano un mix di Selling Sunset, Tarantino e Parasite, mentre adesso Sydney Sweeney si reinventa a Hollywood come una Bling Ring di se stessa (!) e Maddy pare il punto in cui Il diavolo veste Prada incontra le Kardashian. Non è un’accusa di citazionismo, così fan tutti e Levinson per primo. È piuttosto la prova del caos in cui Euphoria si è infilata: una stagione che a metà strada è già stata sei o sette serie diverse fa fatica a tornare a essere una sola e diventa una sòla (sorry, dovevo).
La terza stagione è sempre più crime thriller pulp tra Soderbergh, Anora e Guy Ritchie, mentre però piazza furbescamente qua e là scene instant cult, non tanto per come si sviluppano nella trama, ma per quel che rappresentano nella cultura pop, vedi Rosalía nei panni di Magick (sì, scritto così), la lap dancer latina con il collare ortopedico glitterato. Che qui finalmente esce dalla logica del cameo per dare vita a un catfight dove le canta (pardon) in spagnolo alla Rue di Zendaya, sospettando che sia una spia. Trovate un’altra serie in cui due delle più cool star mondiali del momento si urlano addosso e poi finiscono con un gavettone di sangue spiattellato in faccia. Chapeau.

Rosalía (Magick) nel quarto episodio di ‘Euphoria 3’. Foto: Eddy Chen/HBO
Solo che mentre sventola Rosalía, Levinson ha rinunciato al compositore che il suono di Euphoria lo aveva inventato. Labrinth ha salutato e detto fuck you a tutti, niente più cori celesti che facevano sembrare ogni overdose una passione cristologica. Al suo posto è arrivato Hans Zimmer, nome enorme che infatti scrive musica enorme: archi epici, fiati da western, pianoforti da jet privato e qua e là anche inspiegabili motivetti come riempitivo. Il problema è che Zimmer non sa cos’è stata Euphoria quando viveva dell’isteria e della religiosità di un disco di Kanye nel 2013. Adesso lo strip club ha la solennità di un trailer di Christopher Nolan e in altre scene la colonna sonora vira in elevator music da serie noir di basso profilo. Levinson ha sostituito il senso della musica con la cassa di risonanza del nome. Rosalía dentro l’inquadratura, Zimmer sotto, e nel mezzo il silenzio di tutto quello che Labrinth riusciva a dire senza dirlo.
Ma dove vuole andare a parare (forse, a questo punto ho paura a dargli troppo credito), Levinson l’ha sempre saputo: è il sogno americano che si sta spezzando nelle vite di questi ex liceali, in una costosissima casa kitsch costruita su un debito (Jacob Elordi ce la mette tutta, ma tra il mignolo mozzato e la scena in tribunale l’effetto è quello di un meme) mentre la moglie va a Hollywood a mettere in scena threesome con gli influencer più influenti per aumentare il proprio seguito su OnlyFans e tirare fuori il marito dai casini (?). Intanto Kitty, la nuova arrivata allo Silver Slipper (Anna Van Patten, sorella minore di Grace di Tell Me Lies) dopo la scomparsa di Angel in “rehab”, viene abusata in gruppo da clienti ubriachi che hanno pagato per farlo. “Mi piace ballare”, risponde Kitty a Rue quando le chiede se è stata costretta. “Mi piace la coca!”, urla Cassie come una woo girl al Coachella mentre sniffa sulla pancia del re dei social. C’è il montaggio alternato, lo stesso taglio di luce, la stessa estetica patinata ma soprattutto la stessa ipersessualizzazione in un white male gaze insistentissimo per cui a un certo punto ti trovi a dover distogliere il tuo di sguardo.

Sydney Sweeney (Cassie) in ‘Euphoria 3’. Foto: Patrick Wymore/HBO
Intanto Lexi si aggira con la disperazione da “ho fatto un casino e mi sono bruciata l’occasione della vita” e la faccia di chi però nello stesso tempo ha già capito tutto da un pezzo. È l’unica che vede davvero dove sta andando questa storia, e adesso che nell’industry ha pure un contratto, l’idea che il finale di Euphoria possa scriverlo lei, magari, smette di sembrare una battuta. Brace yourselves, restano quattro episodi.















