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Guy Ritchie non ha mai rotto il ca**o a nessuno

È sempre stato un autore senza mai voler fare “l’Autore”. Ha sempre pensato a un cinema pop, ha sbagliato, è risorto, ha allargato il suo mondo. Vedi, ora, ‘The Gentlemen’ su Netflix. Con cui, in tutti i sensi, pareggia i conti

Foto: Netflix

Non sono un fan di Guy Ritchie. Sono un fan di Guy Ritchie. Quando si diventa vecchi non si è più fan di niente e di nessuno, e allora finalmente lo si può diventare di tutto e tutti. Ovvio che, quand’eravamo ragazzi, ci sono (mi sono) piaciuti Lock & Stock e Snatch. Però dovevamo (dovevo) fare quelli che “il vero cinema europeo è un’altra cosa”, erano gli anni dei Dardenne (detto con tutto l’amore che posso), della macchina a mano sulla nuca dei personaggi. L’anno in cui uscì Lock & Stock è lo stesso di, tra gli altri, La vita sognata degli angeli, e allora – avevo quindici anni – dovevi per forza schierarti dalla parte dei francesi d’essai: di corsa al primo spettacolo dell’Anteo a vedere Élodie Bouchez e Natacha Régnier poverissime e dolentissime, altro che criminali londinesi tutti ganzi. Però oggi che ne è di Érick Zonca, il regista di quel film (comunque bellissimo) lì, e chi è invece Guy Ritchie.

Così è semplicistico, direte, ed è vero, vale per mille autori, e per mille discorsi come questo, applicabili a mille altri giri che fanno il cinema e la vita. Guy Ritchie è sempre stato un autore, anzi un autorissimo, con quell’immaginario preciso per cui da subito chiunque ha potuto dire “è un film di Guy Ritchie”, e quelli sono i casi in cui, piaccia o meno l’immaginario in questione, si vince tutto. Poi si perde anche tutto, Ritchie è diventato prima il Signor Madonna, poi ha fatto una sfilza di pecionate, a cominciare ovviamente Swept Away (Travolti dal destino, che però rivisto oggi fa tenerezza), e i blandi Revolver e RocknRolla, e poi la resurrezione di massa con il doppio Sherlock Holmes, che però non poteva piacere ai critici veri e seri perché non sia mai, e subito dopo un flop di fronte a cui molti hanno gongolato (Operazione U.N.C.L.E.), e di nuovo una ciofeca (King Arthur), anzi due (Aladdin).

Però lui sembrava non lamentarsi mai, dell’andazzo diciamo così sconnesso del suo cinema, anzi proprio pareva non curarsene, e quel “è un film di Guy Ritchie” restava lì, l’immaginario ormai era creato e perdurava nonostante tutto, e mentre diventavamo vecchi noi diventava vecchio lui, e si è messo a (ri)fare cose solo apparentemente piccole, ricostruendo il suo immaginario dall’interno, come quando si ristruttura casa. Ha fatto The Gentlemen (il film), e poi Wrath of Man (La furia di un uomo), e Operation Fortune, e The Covenant, tutte cose deliziose finite in una specie di circuito parallelo rispetto al mainstream, anche se per lui sembra non esistere cinema al di fuori del mainstream, del superpop.

Guy Rutchie si è rimesso a fare il suo cinema senza rompere il cazzo a nessuno, ma forse quello non l’aveva fatto mai, nonostante l’esordio direttamente dentro la coolness, in braccio ai divi (Brad Pitt post Fight Club e ancora lì nella mischia), con la moglie che era la donna più famosa e dunque impegnativa del mondo (e di cui però lui è stato orgogliosamente il first man), ed era pure lui stesso un figo in senso tecnico. Guy Ritchie non ha mai avuto la smania di essere Autore, scritto con la maiuscola, di quelli del circolino cinéphile, e intanto lo (ri)diventava, essendolo sempre stato. E ha generato per questo simpatia (almeno in me), grazie a quel suo prendersi poco sul serio, restando sempre fuori dal giro dei festival, dei premi, e chissà se gli andava bene così, ma secondo me in fondo sì, vuoi mettere quanta fatica – quanta mitomania – in meno.

E rieccoci a The Gentlemen, stavolta allargato a serie come A casa tutti bene di Muccino (altro autorissimo pochissimo considerato dai giri “giusti”: un caso? non credo). Già il film originale era bello pimpante, un’altra specie di resurrezione. C’erano anche lì i divi (Matthew McConaughey, Colin Farrell, Charlie Hunnam), c’è stato un notevole botteghino (115 milioni di dollari di incasso su 22 di budget: poi vedi certi costi dei film italiani e ti chiedi come sia possibile che un film strapieno di roba come sempre quelli di Guy Ritchie possa costare così poco, mistero), e un generale plauso della critica, ma sempre con quel tono di sufficienza lì, “ma guarda te, Guy Ritchie ha fatto un bel film”, perché mica potevano (dovevano) dargliela vinta.

Ecco, è stato lì che mi è stato simpatico per davvero. È stato lì che ho detto ma basta, siamo vecchi, dobbiamo ancora fare i cinefili duri e puri, ma che ce ne frega. E questa serie su Netflix, con tutte le sue lungaggini, e le sue inevitabili ripetizioni (del resto è, come si dice nel gergo di oggi, derivativa, addirittura presso sé stessa), e le sue incalcolabili sottotrame, e il suo tono briosamente monocorde, ecco nonostante tutto questa serie qua è roba che avercene, anzi fatela voialtri che sapete tutto del cinema d’Autore vero, scrivetela e giratela una cosa così, con così tanti personaggi (il favoloso fratello ricco e viziato e scemo come sono tutti i fratelli ricchi e viziati e scemi, l’ancor più favoloso guardacaccia col porcospino domestico, gli ortodossi in tuta, gli zingari, i lavasoldi, i portuali belgi, eccetera), e così tante idee, e pure gli affondi politici (la Brexit e la solita lotta di classe all’inglese: “gli aristocratici sono i veri gangster, si sono rubati tutto”), e anfratti in cui cercare un po’ di (tanto) cinema. E infatti su Netflix, dove ormai tutto dev’essere a prova di scemo, è un successo, il che mi fa pensare che il pubblico, in fondo, non è così scemo come lo si pensa. E anche che Guy Ritchie, forse proprio perché non ha mai rotto il cazzo a nessuno, sta simpatico non solo a me, ma un po’ a tutti.

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