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Goodbye ‘Sex Education’, se non ci fossi stata avrebbero dovuto inventarti

La migliore 'teen dramedy' della tv contemporanea si congeda alla quarta stagione senza cercare di allungare il brodo in maniera improbabile. E con un addio che non poteva essere più scatenato, toccante e insieme , come direbbero gli inglesi , 'relevant'
Sex Education 4

Foto: Samuel Taylor/Netflix

Finisce con la versione di Let It Be by Aretha (ché del cognome non c’è bisogno). Come a dire “lascia che sia, lascia che la vita faccia il suo corso”. Non sto spoilerando niente eh, al limite solo una sensazione, che è quel sottilissimo equilibrio tra il sorriso e la malinconia che ha fatto della über-British Sex Education la migliore teen dramedy della tv contemporanea.

E non perché è massicciamente inclusiva (ci arriveremo), non solo perché ci sbatte in faccia i Temi di oggi, ma perché racconta in modo straordinariamente efficace un momento della vita, IL momento della vita. Quello che sembra non passare mai, dove ci si sente sempre troppo poco. Che sia per un’insicurezza, ehm, lì sotto o per un cotta che ci toglie il sonno. Non importano gender, provenienza, credo o condizione sociale, l’adolescenza è una guerra per tutti, da sempre e per sempre (Dawson – for millenial only – continua a piangerci su da una ventina d’anni ormai). Non (sol)tanto Sex Education dunque, ma un’educazione sentimentale corale della Gen Z, che fa da contraltare lieve all’oscurità di Euphoria.

Certo, Otis & C. sono ovviamente in qualche modo eredi, anche soltanto per inglesitudine, dei ragazzi di Skins. Ma c’è una profondità di sguardo e una consapevolezza che nei ragazzini terribili di Bristol si limitava un po’ alla provocazione e al sensazionalismo, togliendo in qualche modo la “formazione” dal “romanzo” e consegnandoci alla fine personaggi senza veri e propri archi emotivi. Fin dall’inizio, invece, Sex Education ha sfidato i cliché universali del liceo: gli atleti bellocci, le ragazze popolari, i bulletti, i nerd e gli outsider, aggiungendo complessità e vulnerabilità a ciascuna delle loro storie. E l’ha fatto con un bilanciamento millimetrico tra comedy e drama, parlando – peraltro sempre in maniera “giustissima” ed empatica – di tutto: omofobia, abusi, traumi, asessualità, abilismo, aborto e tanto altro.

Alexandra James (Aisha), Felix Mufti (Roman) e Anthony Lexa (Abbi). Foto: Samuel Taylor/Netflix

La showrunner Laurie Nunn ha deciso di salutare i suoi personaggi perché una serie teen, per quanto sia diventata una hit, non può andare avanti in eterno (alleluia). I protagonisti crescono e finiscono la scuola, gli attori diventano famosi e vengono chiamati per altri progetti. E lo show non può rimanere cristallizzato, deve crescere con loro o salutarli nel miglior modo possibile. Nunn sceglie l’ultima opzione e l’addio ai suoi ragazzi non poteva essere più scatenato, toccante e insieme, come direbbero gli inglesi, relevant.

Dal liceo Moordale, Otis (Asa Butterfield), Eric (Ncuti Gatwa), Jackson (Kedar Williams-Stirling), Aimee (Amiee Lou Wood), Viv (Chinenye Ezeudu), Ruby (Mimi Keene) e Cal (Dua Saleh) si trasferiscono al Cavendish, un college super progressista dove i popular kids sono due giovani trans, Abbi (Anthony Lexa) e Roman (Felix Mufti), e una sosia di Lizzo non udente, Aisha (Alexandra James). Di mean girls nemmeno l’ombra, qui la cosa più cool è la gentilezza. Eppure tutti sono comunque imperfetti, umani. Eric ovviamente è il fit ideale per “la congrega” (così si è autonominato il gruppetto leader della scuola), mentre Otis deve vedersela con la sex therapist resident, O (Thaddea Graham).

Aimee Lou Wood (Aimee). Foto: Samuel Taylor/Netflix

Sex Education riesce a introdurre nuovi personaggi perché poggia sulle basi solidissime delle tre stagioni precedenti. Otis e Maeve (Emma Mackey), che è volata negli States a frequentare una prestigiosa scuola di scrittura, stanno cercando di far funzionare la loro relazione a distanza. La madre di lui, Jean (Gillian Anderson, sempre meravigliosa), incarna un’immagine credibilissima della depressione post-partum dopo l’arrivo della piccola Joy. Adam (Connor Swindells) ha deciso che non andrà al college e sta cercando sé stesso, mentre prova a ricostruire il suo rapporto con il padre. Aimee, intanto, tenta di elaborare l’aggressione sessuale che ha subìto sull’autobus, provando di tutto: dai voti ai vibratori alle più diverse forme di arte; il suo percorso è la quintessenza del mix di humor e realismo che hanno fatto grande la serie.

Il congedo affettuoso, senza badare troppo al fan service (chapeau), dai protagonisti forse sarebbe bastato. Ma Sex Education ha deciso che non era abbastanza, che di “educazione” ne serviva di più. Anzi, che ci voleva una ri-educazione. E ci ha messo davanti alla storia di Cal per discutere i diritti transgender, in particolare il modo in cui gli ostacoli esterni e l’inadeguatezza del sistema sanitario possano avere un impatto devastante sulla salute mentale degli adolescenti in transizione. Goodbye Sex Education, se non ci fossi stata avrebbero dovuto inventarti. Ma, per fortuna, l’hanno fatto.

Dua Saleh (Cal). Foto: Samuel Taylor/Netflix

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