‘Good Omens 3’, la grazia di Tennant e Sheen fa il miracolo (nonostante tutto) | Rolling Stone Italia
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‘Good Omens 3’, la grazia di Tennant e Sheen fa il miracolo (nonostante tutto)

Recuperato con le pinze dopo il caso Gaiman e ridotto da sei episodi a uno solo, forse non è il finale che la serie meritava. Ma è fatto con cura da chi voleva arrivarci davvero, e con due fuoriclasse inarrestabili

‘Good Omens 3’, la grazia di Tennant e Sheen fa il miracolo (nonostante tutto)

Michael Sheen (Aziraphale) e David Tennant (Crowley) in 'Good Omens 3'

Foto: Sanne Gault/Prime

Lo confesso fin da ora: ho un debole per David Tennant in primis e poi pure per Michael Sheen, quindi quello che leggerete è senz’altro condizionato da questo, inutile nascondersi. Anche se parliamo (ci arriveremo) di due fuoriclasse assoluti, e qui l’affetto non c’entra: they play the fuck out of their characters, come direbbero gli inglesi. Sostanzialmente “spaccano nei rispettivi ruoli”, o “si mangiano la scena” se preferite, anche se qualsiasi tentativo di resa italiana proprio non riesce a restituirne la sfrontatezza ammirata, ché suona sempre o troppo accademico o troppo da fangirl. Messa in chiaro la fede (pardon), possiamo occuparci di questioni più mondane.

Tipo come ritroviamo il Crowley di Tennant in Good Omens 3: a dormire in un vicolo di Soho dietro la libreria di Aziraphale chiusa da anni. È anche, sospetto, l’unico modo in cui questa serie poteva tornare: data per persa, recuperata in extremis, novantasei minuti che dovevano essere sei episodi, un congedo strappato all’ufficio cancellazioni di Amazon MGM. Che sia arrivata in fondo è già, di suo, una specie di miracolo.

Good Omens Season 3 | Official Trailer | Prime Video

Riassumere la traversata di Good Omens nel deserto degli ultimi due anni richiederebbe un altro pezzo. Non è questa la sede per dettagliare, ma le accuse di violenza sessuale mosse a Neil Gaiman da diverse donne nel corso del 2024 e del 2025 hanno fatto deragliare un’intera filiera di adattamenti del suo lavoro (vedi alla voce Anansi Boys, The Graveyard Book, Dead Boy Detectives). Intanto, comprensibilmente, la macchina produttiva si è adattata per evitare il peggio (e cioè la cancellazione punto e basta): Gaiman fuori dalla writers’ room con il credito di co-sceneggiatore mantenuto solo per ragioni contrattuali, i già citati sei episodi ridotti a uno e, per qualche mese, l’ipotesi concreta che Prime scaffalasse tutto.

Good Omens però ha provato a esistere nonostante tutto. Il congedo, intitolato ironicamente The Finale, riparte qualche anno dopo il cliffhanger della seconda stagione: il bacio sospeso, la scelta di Aziraphale di tornare in Cielo dopo che gli è stata offerta una promozione, la fine della love story con Crowley e la sua prevedibile rovina. Michael Sheen è diventato Arcangelo Supremo e sta organizzando la Seconda Venuta con «meno fuoco eterno, più pace e luce universale». Il demone di David Tennant è sempre ubriaco, derelitto, senzatetto e, soprattutto, senza la sua Bentley. A un certo punto, il piano divino si inceppa quando Gesù reincarnato (dolcissimo Bilal Hasna, che moltiplica le slice di pizza come Chiara Ferragni) scompare, e insieme a lui il Libro della Vita. Idem, uno dopo l’altro, alcuni arcangeli.

Bilal Hasna (Gesù). Foto: Christopher Raphael/Prime

Da lì in poi la sceneggiatura entra in una mystery story celeste un po’ traballante a cui mancano dei pezzi. Ci sono personaggi cardine delle prime due stagioni che spariscono dai radar (aridatece Jon Hamm! Ma anche Miranda Richardson e la coppia Nina/Maggie) e sottotrame promettenti entrano ed escono dall’inquadratura nel tempo di una scena: Mark Addy as Harry the Fish, un baro al poker che fa amicizia con il Messia; Doon Mackichan nei panni dell’arcangelo Michael in deriva estremista; Sean Pertwee, alias un gestore di un casinò losco che ha portato via l’auto a Crowley. Rachel Talalay alla regia (sua la firma di alcuni dei migliori finali del Doctor Who di Peter Capaldi) fa quello che può: stringe sui due protagonisti, lascia che siano loro a tenere in piedi la cattedrale.

E la cattedrale, da soli, Tennant e Sheen riescono a tenerla in piedi: eccoci finalmente al punto promesso in apertura. Penso al momento in cui Crowley riassume, con quella voce da rocker post-serata: «Insomma, avete perso Gesù e incasinato la Seconda Venuta», e i due partono per risolvere le sorti del mondo a bordo della Bentley rediviva sulle note elettriche di Don’t Stop Me Now. O a quello in cui Aziraphale gli confessa, quasi commosso, che lui – Crowley – è sempre stato il miglior angelo di tutti proprio perché si è ostinato a fare domande e a interessarsi alle persone. Good Omens non è mai stata davvero una serie sull’Apocalisse (ma dai), è sempre stata una storia d’amore travestita da fantasy satirico-burocratico, e lo è pure adesso, anche con tutto quello che le manca attorno.

Foto: Prime

Trovate qualcuno che guardi Sheen come Tennant e viceversa. Hanno costruito negli anni una chimica che ricorda i grandi duetti del cinema americano: i tempi comici di Lemmon e Matthau, la complicità adulta di Tracy e Hepburn. Sono divertenti quando devono esserlo, lacrimevoli quando serve. Fisicamente complementari in modo quasi musicale: Sheen che si raccoglie su se stesso come un cardigan abbottonato, Tennant che si distende in diagonale come se fosse sempre appoggiato a un autobus invisibile. Quando finalmente, nelle ultime scene, parlano davvero, l’intero finale si riallinea e ha senso.

L’ultimo è l’atto in cui Good Omens smette di curarsi della cornice ineffabile per andare al sodo: restano solo Aziraphale e Crowley dentro la libreria mentre l’universo collassa, a chiedere a Dio (Tanya Moodie, magnifica) perché l’umanità sia stata creata per poi essere punita proprio a causa di quanto sia, be’, umana. La risposta, ovviamente, non arriva. Ma la possibilità di scegliere, invece quella sì: un altro universo dove il libero arbitrio non sia una farsa. A un prezzo ovviamente: dimenticarsi a vicenda.

E poi, forse, di ritrovarsi umani e riconoscersi senza sapere perché, con Cyndi Lauper che canta Time After Time, feat. una sequenza finale dedicata, neanche troppo velatamente, al sorriso di Terry Pratchett, morto nel 2015 e mai davvero uscito dalla scrittura di questa serie. È fan service? Certo, ma è anche l’unico modo onesto in cui questa storia poteva chiudersi: dopo tutti i fantasmi che si è portata dietro, e quelli che ha dovuto accantonare per arrivare in fondo.

David Tennant (Crowley). Foto: Prime

Probabilmente Good Omens 3 non è il saluto che questa serie meritava. È un po’ recuperato con le pinze, teneramente scucito sui bordi, troppo veloce nel mezzo, forse eccessivamente sentimentale (?) in chiusura. Ma è un finale fatto con cura da gente che voleva arrivarci davvero, nonostante tutto: «Le persone nascono in un mondo che è contro di loro in migliaia di modi diversi, e poi impiegano molta della loro energia a renderlo peggiore», dice Crowley (il monologo di Tennant vale tutto l’episodio). E ancora: «Dentro la mente umana ci sono la vera grazia e il male più efferato». Ecco, concentriamoci sulla grazia.