Rolling Stone Italia

‘Gomorra – Le origini’: sì, c’è ancora parecchio da raccontare

Sappiamo già come andrà a finire. Ma è proprio l’annunciata condanna ad assurgere a chiave narrativa di questo prequel, che vuole immortalare l’ultimo briciolo di speranza in quei giovanissimi corpi destinati alla dannazione

Foto: Marco Ghidelli/Sky

La sua prima reazione è stata: “No”. E c’era da capirlo. Marco D’Amore “è” Gomorra: lì dentro, in quella Napoli marcia fin nel midollo ma televisivamente miracolosa, ci è nato e ci vive da anni. Lui è Ciro, L’Immortale. Lo è stato per tre stagioni, poi è uscito, è diventato regista, ha espanso quell’universo con il film L’immortale e poi ci si è rituffato dentro, a testa bassa, con il gran finale dell’ultima stagione di Gomorra. E mo’, dopo tutta ‘sta tarantella, gli chiedono di dirigere un prequel? “No” è la sua risposta, e ti sembra di vederlo: saldo, irremovibile. Quando spiega che “mi sembrava di avere già detto tutto” una parte di te gli stringe idealmente la mano e annuisce: “sì, guagliò, che altro mi vuoi raccontare dopo tutta ‘sta tarantella? Basta”.

Poi però succede che Cattleya – la casa di produzione – insiste. Ancora e ancora. “Abbiamo ordito una congiura e lo abbiamo portato sul set per la collottola”, scherza (forse) il produttore Riccardo Tozzi che in qualche modo ha finito per portare pure noi, per la collottola, sul divano a dare un’altra chance a Gomorra. Dopo un anno scarso dall’annuncio del prequel, siamo già qui con il telecomando in mano, quello della parabola, ad aspettare oggi, il 9 gennaio, giorno della messa in onda su Sky e NOW. Il grado di scetticismo è quello giusto: altissimo. Una parte di noi è ancora ferma al “no” di D’Amore: devono fatica’ per convincerci. Poi però abbiamo dato una sbirciatina alla serie e, diamine, c’era davvero ancora qualcosa da dire. L’hanno chiamata Gomorra – Le origini ma avrebbero potuto tranquillamente ribattezzarla L’altra Gomorra.

Il passo è infatti completamente diverso: sempre cupo ma più lento, come se fosse gravato da tutta quella malvagità che si staglia all’orizzonte. In una tv rutilante, Gomorra – le origini abbassa il ritmo della narrazione, il numero dei dialoghi, i rumori di fondo: aggiunge un fischio alla sigla (è quello di D’Amore) e poi per il resto del tempo incede, come se fosse una tac esistenziale, che deve immortalare l’ultimo briciolo di speranza che ancora si agita in quei corpi condannati alla dannazione. Non c’è fretta di svelare nulla: il protagonista è un giovanissimo Pietro Savastano (l’esordiente Luca Lubrano), e con lui c’è pure la futura donna Imma (Tullia Venezia). Sappiamo già come andrà a finire: male. Ma è proprio l’annunciata condanna ad assurgere a chiave narrativa, così forte e impietosa da stravolgere i connotati tanto allo stile di regia quanto al piglio dei personaggi e la stessa location (sempre Napoli, ma negli anni ’70).

Luca Lubrano (Pietro) e Tullia Venezia (Imma). Foto: Marco Ghidelli/Sky

Chi pensa di trovare una storia alla Gomorra, si sentirà spiazzato. Questo prequel è un’altra cosa. Forse, addirittura, un altro mondo dove la fascinazione del male (se c’è) è ridotta ai minimi termini: quelli che hai davanti sono solo dei giovani scugnizzi. Angiolè, A’ Sirena; “Pietro e basta” perché quel cognome, Savastano, per ora lo rinnega; il piccolo Fucariello (un bravissimo Antonio Incalza). Sono ragazzi senza sogni. Senza futuro. Lo si mette in chiaro subito, fin dalla prima sequenza quando, in uno scalcagnato bar di Secondigliano, il Tg regionale dà la seguente notizia: “Un bambino su sette non raggiunge il primo anno d’età”. Era la Napoli degli anni ’70: la stagione dei grandi ideali, delle lotte, della rivoluzione. Ma solo per un pezzo d’Italia. “Togliti questo tormento dagli occhi”, dice a un certo punto lo zio ad Angiolè, che pur di soddisfare il boss di Forcella don Antò compirà un gesto terribile. Proprio Angiolè, il cui nome ti arriva ogni volta in faccia come uno schiaffo, guarda lo zio e chiosa: “Zi’, non è tormento: è la rabbia che mi sta mangiando”. L’ira come l’altro volto della disperazione di chi sa che, anche a voler fare l’impossibile, non potrà arrivare dove vuole.

Francesco Pellegrino nei panni di Angelo ‘A Sirena. Foto: Marco Ghidelli/Sky

Gomorra – Le origini non vuole “spiegare” le ragioni dei cattivi, o renderceli più comprensibili. No. Vuole immortalare il momento esatto in cui la speranza si sgretola e il salto verso il mondo adulto si trasforma in un baratro che ti risucchia giù. Si prende tutto il tempo per farlo, come se fosse un film d’autore, non un titolo da binge watching. “I protagonisti di Gomorra sono ragazzi che non sognano come gli altri bambini e questo fa scopa con il presente: a latitudini diverse, oggi ci sono bambini che vedono le loro città e le loro case rase al suolo. Mi chiedo cosa provino, e che adulti diventeranno”, è il commento del regista Marco D’Amore, “Quando racconto le vite altrui, non voglio mai insegnare nulla: le mie sono solo echi di domande che ci tormentano”. Dello stesso avviso anche il protagonista Luca Lubrano, che dà il volto a un giovanissimo Pietro Savastano: “Non ho voluto fare la sua imitazione ma fare emergere delle sfumature che riconosci essere proprie del Savastano adulto ma che qui sono mosse da altre leve. Per esempio, la sua volontà di essere leader: qui non nasce dalla sete di potere ma dall’affetto che prova verso i suoi amici. Mi sono immaginato Pietro come una borsa che contiene tante cose: fragilità, paure, voglia di riscatto. Ma tutte da fuori prendono solo l’aspetto della ferocia. Esistono solo sotto, in filigrana. Questo ci insegna che non dovremmo mai giudicare una persona perché non tutto si vede”.

Luca Lubrano nei panni di Pietro Savastano in ‘Gomorra – Le origini’. Foto: Marco Ghidelli/Sky

Il punto però è: piacerà al pubblico? Sky è consapevole che la risposta potrebbe non essere scontata. “Potevamo allungare il brodo usando gli stessi suoni e sapori, ma abbiamo preferito sterzare sull’onda di un’idea che ha convinto tutti”, spiega Nils Hartmann, Executive Vice President Sky Studios Italy. Si scomodano anche i bufali: è una citazione della canzone di De Gregori che spiega che la differenza tra queste bestie e una locomotiva è la loro capacità di sterzare e cadere. “Ci siamo assunti il rischio di cadere”, fa presente D’Amore, “ma siamo in piedi”. E l’impressione è che la seconda stagione, già in scrittura, potrebbe essere ancora più epica. Sì, c’è ancora parecchio da raccontare…

Iscriviti
Exit mobile version