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Funari è stato un dito in culo al futuro della televisione

Il documentario Sky Original ‘Funari Funari Funari’, in onda lunedì 21 marzo, celebra l’iconico conduttore che ha anticipato l’infotainment attuale. Nel giorno in cui avrebbe compiuto 90 anni

Foto: Sky

Uomo del popolo. Mattatore. Tribuno. Non a caso il documentario Sky Original, in onda in prima tv su Sky Documentaries il 21 marzo alle 21.15, si intitola Funari Funari Funari. Tre vite che sono comunque la sintesi di un’esistenza ben più strabordante, di uno dei personaggi della televisione italiana più iconici e in grado di anticipare l’epoca che stiamo vivendo. In particolare nel campo di quello che viene definito “infotainment”. Gianfranco Funari, che avrebbe compiuto 90 anni proprio oggi (è scomparso nel 2008), fra gli ’80 e i primi 2000 ha ribaltato tutte le regole del piccolo schermo, in una rivoluzione che ha mietuto prima di tutto una vittima: lui stesso.

Arrivato al successo alla soglia dei cinquant’anni, dopo aver praticato molti altri mestieri (dal rappresentante per aziende al croupier nei casinò), decide che è il momento di aprire il racconto della politica e dell’attualità alla gente comune, che fino ad allora era soltanto spettatrice. Un’informazione-spettacolo criticatissima (“Becero, volgare, ignorante”, lo incalzano gli intellettuali) ma che fa breccia nell’imbalsamata programmazione del tempo. I toni coloriti del conduttore romano, come viene messo in evidenza nel documentario, sono ripresi “dai dialoghi che Funari sentiva al bar”. Si fa portavoce della gente, tanto da arrivare a pensare di essere davvero “la voce del popolo”.

Nel doc Sky vengono ripercorsi i tre macro-periodi della vita di Funari. Gli anni ’80, quando diventa “l’idolo delle casalinghe”, spazza via lo snobismo di un certo modo di condurre e introduce temi di discussione fino a quel momento impensabili: meglio il panino o il pasto tradizionale? È così brutto invecchiare? La suocera? La vita di tutti i giorni irrompe di fronte alle telecamere e per gli addetti ai lavori, come ricorderà Piero Chiambretti, uno dei suoi figli televisivi più devoti, “era considerato un pazzo, un eretico, carico di lucida follia”. Poi gli anni ’90, in cui si avventa sulla narrazione della politica in uno dei periodi più complessi della Storia italiana come Mani Pulite. Funari non è oggettivo, prende parte chiaramente: sempre quella della gente. E ne paga le conseguenze. Prima allontanato dalla Rai e poi da Mediaset, dove tornerà a fasi alterne e con alterne fortune.

Gianfranco Funari negli studi di Antenna Tre. Foto: Sky

L’ultima fase è quella degli anni 2000 dove, nonostante sia costretto a condurre trasmissioni su reti minori (come TeleLombardia e Odeon) diventa un vero e proprio fenomeno pop. “La gente non dice: guardiamo quella trasmissione. Ma dice: guardiamo Funari”. Particolarmente interessanti nel doc Sky sono anche le incursioni nella vita privata. I filmati amatoriali girati in vacanza da Rossana Seghezzi, la prima moglie, mettono infatti in evidenza che tra il Funari più intimo e quello pubblico non c’è nessuna differenza. “Damme la 1, la 2, la 3” era il leitmotiv totale della sua vita: sempre in cerca di una telecamera.

Ma quel che stupisce della parabola di Funari è la lungimiranza su come si sarebbe trasformata di lì a pochi anni tutta l’informazione e lui, da rabdomante dei gusti popolari, se ne fece subito portavoce massimo. “Funari ha aperto le porte al populismo”, ricorda Aldo Grasso. Non solo nell’atteggiamento dei colleghi conduttori, anche in quello dei politici: dopo Funari, sono diventati parte integrante del meccanismo televisivo con tutti i suoi crismi. Nella vita di Funari, però, non mancano le delusioni. Enormi, almeno quanto i successi. Il rischio per l’azzardo, probabilmente imparato sui tavoli verdi dei casinò, non lo ha mai mollato.

Così la parabola discendente della sua carriera è anche la più creativa, con incursioni in ogni campo, dal cinema al teatro, sempre animato dal senso per la battuta fulminante tutta trasteverina che lo ha fatto diventare un meme vivente ancora prima che esistessero i meme. E si è consolato anche con i soldi, tantissimi, guadagnati grazie a contratti faraonici. “Vedrai, arriverò a guadagnare 600 milioni all’anno”, disse al padre anni prima. Detto, fatto: fu la cifra che chiese e ottenne da Silvio Berlusconi per passare a Mediaset lanciandogli la volata politica, per poi rimanerne deluso e defenestrato una volta che l’ex Cavaliere riuscì a ottenere il pieno elettorale. “Ogni volta che arrivo al picco mi fanno fuori”. Questa la condanna di Funari.

Nonostante gli alti e bassi, è stato comunque un grande maestro di televisione. Ce lo hanno confermato gli autori di Funari Funari Funari, fra gli ultimi a collaborare con lui: Marco Falorni e Andrea Frassoni. «Lavorare con lui voleva dire essere collegato con lui 24 ore su 24, giorno e notte. Lavoro e vita privata si mischiavano inevitabilmente. Tante le emozioni condivise, la sua gioia di debuttare in diretta il sabato sera su Rai 1, giocare con la PlayStation a Fifa, i viaggi in auto nella Milano notturna. Le nuove idee che ha avuto sempre, fino alla fine, quando avrebbe voluto rifare Aboccaperta con delle novità e aggiornamenti, o quando parlava di un funerale in diretta planetaria. Con lui l’adrenalina era sempre alta», ci ha raccontato Falorni.

Mentre Frassoni ha ricordato uno dei momenti più emozionanti vissuti attraverso Funari: «L’ho avuto un paio di anni dopo la sua morte. Ero a Las Vegas all’MGM, stavo giocando alla roulette, e la mia ragazza mi obbligò ad abbandonare il tavolo da gioco perché voleva cenare. Abbandonai il tavolo, ma le dissi che era un peccato perché lo spirito di Funari, ex croupier, mi avrebbe fatto vincere… dopo due passi alzo lo sguardo e i tabelloni elettronici di tre tavoli davanti a me segnalano i numeri appena usciti… 21, 3, 32… la data di nascita di Funari… ho sempre i brividi quando penso a questa storia…».

Per non dimenticare i grandi insegnamenti professionali: «Preparazione. Attenzione al particolare. Rispetto per chi lavora. Non dare nulla per scontato e rimettersi sempre in gioco. Credere nei propri programmi, farli con serietà e, se non si piace a tutti, non farsene un cruccio. Lui con i suoi sponsor riusciva ad avere libertà editoriale, noi abbiamo cercato di fare la stessa cosa con i programmi branded che produciamo. Ci ha insegnato che si possono trattare anche temi complicati ma che il linguaggio deve essere semplice, sintetico e alla portata di tutti». A riprova di questo stile, rimane come epitaffio televisivo perfetto una frase profetica di Funari che, allora, in pochi capirono ma che oggi, alla luce dei talk che abbondano su ogni canale, acquista tutto un altro significato: “Questa trasmissione metterà un dito in culo al futuro”. Ha avuto ragione lui.

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