‘Euphoria’ è finita, viva ‘Euphoria’ (ma anche no) | Rolling Stone Italia
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‘Euphoria’ è finita, viva ‘Euphoria’ (ma anche no)

Il finale si chiude con l'unhappy ending che ci poteva aspettare e addirittura senza ending per tutti gli altri personaggi. Va bene che le schedule non si sono incastrate, però... E resta una frase che era già un epitaffio

‘Euphoria’ è finita, viva ‘Euphoria’ (ma anche no)

Zendaya (Rue) nel finale di 'Euphoria'

Foto: EDDY CHEN/HBO

Non so se vi ricordate Trouble Don’t Last Always, aka il primo dei due episodi speciali girati tra la prima e la seconda stagione: Rue/Zendaya e il suo sponsor Ali/Colman Domingo filosofeggiavano su senso della vita (e dipendenza) in una tavola calda à la Edward Hopper. «Chi vorrai essere quando lascerai questa terra? Come vorresti che ti ricordasse tua madre?», domanda lui: «Come qualcuno che ha provato tantissimo ad essere chi non potevo essere», risponde lei.

Ecco ripensandoci oggi, dopo In God We Trust, il finale di stagione e (soprattutto) di serie, pare quasi un’epigrafe. E forse lo è sempre stata. Così come è sempre stato inevitabile quell’unhappy ending, che ora, dopo questa cavalcata caotica dentro l’America del tardo capitalismo, dove i corpi sono merce e la dipendenza è un sistema, pare ancora più infelice. Sam Levinson aveva infilato la sua protagonista in un tunnel di fentanyl, debiti, spionaggio e scelte autolesionistiche che non ammetteva più uscita, men che meno di sicurezza. «Avevo scritto una traiettoria diversa per lei, ma dopo la morte di Angus (Cloud) ho dovuto ripensare completamente la sceneggiatura», ha raccontato Levinson al New York Times. «E ho pensato che oggi non si possa raccontare una storia sulla dipendenza senza affrontarne le conseguenze reali. La maggior parte delle persone non ha una seconda possibilità. Il fentanyl può ucciderti in un istante». In fondo quindi era quello che s’aveva da fare: «Mi sembrava un finale onesto. La verità è che persone come Rue spesso non ce la fanno». Secondo parecchi rumors (che tali sono rimasti), Zendaya avrebbe proposto modifiche alla sceneggiatura per spingere verso un finale completamente diverso: un percorso che potesse offrire speranza alle persone che lottano contro le sostanze. Ma Euphoria non è mai stata una storia di redenzione, perché le conseguenze delle nostre scelte continuano a esistere anche dopo che decidiamo di cambiare.

La vittoria di Zendaya semmai è essere riuscita a infondere a Rue un’umanità così autentica da rendere impossibile non fare il tifo per lei. E infatti ci speri (pure se, in fondo, lo sai) fino alla fine: e invece. Rue muore. L’avrete letto ovunque. Muore di overdose (ma non volontaria, il flacone era intero!) sul divano di Ali, avvelenata da una Percocet tagliata al fentanyl e datale dal boss dello strip club, Alamo (Adewale Akinnuoye-Agbaje), come ritorsione per la sua collaborazione con la DEA. Qui sta lo strappo che il finale lascia aperto, e che nessuna recensione può ricucire. Rue se ne va davanti all’unico personaggio che l’aveva capita davvero, e cioè Ali, e viene pianta da gente che manco la conosceva. Sua madre Leslie (Nika King), sua sorella Gia (Storm Reid), Jules (Hunter Schafer) non hanno una scena di addio. Della sua morte veniamo informati attraverso un dialogo accessorio fra Lexi (Maude Apatow) e Cassie (Sydney Sweeney), che la liquidano come «una tossica con un bel sorriso». Fa malissimo, perché Trouble Don’t Last Always era costruito esattamente su quella domanda lì, “come vuoi essere ricordata da tua madre?”, e cinque anni dopo la risposta è: tua madre non ti ricorda affatto, perché Levinson non le ha scritto la scena. Quando in All for Us di Labrinth Zendaya cantava «spero che uno di voi torni a ricordarmi chi ero quando sparirò in quella buona notte», la promessa era proprio quella. Ed è stata disattesa. E come sarebbe suonato l’addio di Rue musicato da Labrinth? Non lo sapremo mai. Ma almeno abbiamo avuto ancora un video (girato durante la prima stagione e custodito probabilmente nella cassaforte del numero uno di HBO) di Angus Cloud e Zendaya insieme.

Quando il gioco si fa (pure inutilmente) duro, allora a recitare Levinson chiama i durissimi: fuori tutti (ci torniamo), lasciate fare a Zendaya e Colman Domingo. Ali, mollati di colpo i dodici passi e perfino il proprio nome (torna a chiamarsi Martin McQueen) indossa una divisa militare ed entra al Silver Slipper con il fucile spianato, in una sparatoria che Levinson ha chiaramente girato pensando a Peckinpah e Kurosawa, con la bottiglia che rotola sul bancone presa di peso da La notte senza legge di André De Toth. In God We Trust è il sequel di Trouble Don’t Last Always rimontato in settantacinque minuti di film western.

Il vero finale, però, non è manco quello. È la cena in una fattoria texana, in cui Martin/Ali si ritrova davanti alla famiglia di sconosciuti che aveva accolto Rue per ventiquattr’ore prima della catastrofe sul confine (la sua «terra promessa»), mentre lei gli appare, finalmente sorridente e pacificata, seduta a capotavola. «Che Dio benedica tutti noi», dice, con tanto di bandiera americana che sventola sui campi in uno strano miscuglio di spiritualità, pseudo-nazionalismo e critica sociale che sono ben lontani dall’angoscia adolescenziale delle prime due stagioni.

Nel frattempo la serie sembra essersi dimenticata di dare un finale davvero degno a tutti i suoi protagonisti. Dopo aver perso più o meno un arto a episodio, Nate (Jacob Elordi) è morto nella penultima puntata, schiacciato dal peso dei debiti e fatto fuori dal morso di un serpente a sonagli (!) Cassie (Sydney Sweeney), rimasta vedova, e Maddy (Alexa Demie) fantasticano di fondare nella casa dei sobborghi che fu della coppia una Hype House per OnlyFans. Lexi (Maude Apatow) vaga per Hollywood. Jules (Hunter Schafer) dipinge Rue nell’appartamento del suo sugar daddy. Di Kat (Barbie Ferreira), Elliot (Dominic Fike), Ashtray (Javon Walton) e persino di Magick (Rosalía) nemmeno una traccia. E nemmeno una canzone di Rosalía.

Si dirà: Elordi era impegnato a fare Heathcliff per Emerald Fennell, Sweeney a tirare di boxe in Christy, Zendaya in uno dei mille progetti di questo periodo, e le schedule non si sono incastrate. Va benissimo (cioè, no, but still). Se reunion scolastica di cui non avevamo bisogno (ne avevano scritto qui) però doveva essere, una scena d’addio a Rue era il minimo sindacale. O anche solo un finale sensato per ognuno dei loro personaggi.

Insomma Euphoria è finita, viva Euphoria (ma anche no): semmai viva quella tavola calda, viva la frase che Rue ha lasciato lì sopra come testamento prima ancora di averne uno. Ci ha provato tantissimo a essere chi non poteva essere. E quando una protagonista riesce a scriversi da sola l’epitaffio cinque anni prima del funerale, forse il funerale, in fondo, non serviva nemmeno. E forse manco quest’ultima, stortissima stagione.